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Attraversare il disastro e di nuovo germogliare. Faremo foresta

Il romanzo di Ilaria Bernardini e la capacità di sorridere, che rende il dolore più umano

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

2 Febbraio 2018 alle 15:49

Attraversare il disastro e di nuovo germogliare. Faremo foresta

Illustrazione di Flaminia Veronesi per la copertina di “Faremo Foresta” di Ilaria Bernardini (Mondadori, 19 euro). Ilaria Bernardini ha scritto romanzi e raccolte di racconti e scrive per tivù e cin

“Non hai avuto cura di me” gli ho detto spesso.

“Non hai avuto cura di me”, mi ha detto spesso anche lui.

Sul terrazzo le piante mezze morte mi guardavano e dicevano e adesso nessuno ha cura di noi, ok?

 

Forse è per questo che un amore finisce: non ci siamo abbracciati abbastanza, non ci siamo guardati abbastanza, non ti ho chiesto abbastanza milioni di volte come stai, non sono stata attenta. O forse non è nemmeno questo, forse finisce perché finisce, non ci sono colpe, non c’è niente di specifico. “Noi non siamo arrabbiati, noi siamo diversi”, dice Anna, la protagonista di Faremo foresta di Ilaria Bernardini, appena uscito per Mondadori. Anna che vorrebbe un letto in cui dormono molti bambini, una riunione collettiva mondiale in cui ci si abbraccia e ci si dice che ogni cosa andrà bene. Un posto dove tutti sanno ridere e amare e comunque dove l’amore tiene ancora insieme tutti: i figli, i genitori, la nonna, suo padre che non vede mai, il suo nuovo fidanzato, suo marito, la nuova fidanzata di suo marito. Servirebbe un corridoio di piante per passare da una casa all’altra, da una famiglia all’altra, “da una mia famiglia a un’altra mia famiglia”: una foresta. Qualcosa di selvaggio e forte che sbarri la strada alla malinconia, al dolore, allo strazio. E che per nessun motivo faccia soffrire il figlio di quattro anni, a cui Anna dice sempre: come sei bello!, e sua madre, che ha cresciuto quattro figli da sola, le ripete: “Ma non si dice!”, forse perché i bambini non devono crescere vanitosi.

 

Ilaria Bernardini racconta e muove un momento preciso: quello del disastro. Il disastro è la fine di tutto o è l’inizio di tutto? Il disastro è il giorno in cui ci si lascia, è il giorno dell’incidente, è il giorno della malattia, è il giorno dell’ospedale in cui tutto è perduto, in cui c’è solo paura e silenzio di cose rotte. Le piante secche, le foglie gialle e non guardarsi mentre ci si parla. Lei che cerca una casa per lui.

 

Non c’è niente di specifico tranne questo senso di disastro, questa sfocatezza che impedisce di pensare a qualunque altra cosa, che impedisce anche di preoccuparsi per gli altri perché si riesce soltanto a cercare di non cadere sulle rovine della propria vita. O almeno della vita che si conosceva. Ilaria Bernardini riesce ad abbracciare il disastro con il senso dell’interezza e della comicità, con la capacità di raccontare un dolore più dolce, perché ammorbidito dall’ironia, da un’idea di catastrofe collettiva in cui comunque ci si tiene stretti gli uni con gli altri (e ognuno ha il proprio disastro a cui aggrapparsi), e dal calore di un bambino dolce che dice: mamma ti prego fammi una sorellina. Lo strazio non è meno straziante se si sorride, il dolore non è meno dolore. Ma questi personaggi sono coraggiosi perché hanno la faccia triste a metà: triste dalla fronte fino al naso e felice e riposata tra la bocca e il mento. Oppure il contrario: felice con gli occhi, triste con la bocca. Sono tutti alle prese con dolore e felicità, sono tutti nella parte più alta del vita, quella in cui le cose non possono più iniziare da capo, non possono più essere assolute. Quella in cui ci sono figli propri, figli degli altri, case, lavori, tempo che resta.

 

Felice con gli occhi, triste con la bocca, perché ognuno sta combattendo una battaglia per reimparare a vivere. Ognuno sta innaffiando qualcosa, e non è così facile far ricrescere le piante. Ma si ride anche, mentre non si smette di innaffiare. Occhi tristi e bocca felice.

 

Si ride a mettersi nei panni dei baristi, che sono il nostro coro greco: “Penso ai nostri amori. Ai nostri dolori. Soprattutto quando vado al bar dove poco essere entrata io, entra mio marito, ecco, nello stesso bar alcune mattine entro io con il mio fidanzato quando viene a Milano. Di sicuro un’oretta dopo entra mio marito con la sua nuova fidanzata. Forse usiamo anche la stessa tazzina. Gli stessi cucchiaini sciacquati male sotto l’acqua bollente”. Si ride, lo vedete, in un modo che è un po’ amaro e un po’ dolce, e che perfino commuove: questi sono i percorsi, le tracce che lasciano gli esseri umani sulla terra, sono le nostre possibilità di esistenza che afferriamo oppure lasciamo passare.

  

La nonna di Anna ha un altro modo di guardare la vita: “‘Tua mamma è stata sfortunata in amore’, mi dice sempre. ‘Il suo però era un grande amore. Come il mio. Tu invece anche se avete deciso di separarvi si vede che sei felice’. Quando me lo dice mi sento subito molto triste. Vorrei risponderle che anche il mio era un grande amore”. Ognuno fa quello che può, innaffia dove riesce, prova a dire: va tutto bene, prova a pensare a quel viaggio nelle Filippine, prova a comprare un vestito nuovo, una piantina, prova a salire su quell’aereo. Anna cerca di rendere felice suo figlio, di farlo sentire amatissimo, di non fargli avere mai paura, e quando si allontana da lui zoppica. Si chiede anche, mentre si inventa una cartomante che le spieghi il futuro e il passato, che la aiuti a vivere, come faccia il cervello a essere così bravo a dimenticare. La vita con suo marito, l’amore, l’intimità, la conoscenza, i: ti amerò per sempre. Adesso prendere un caffè al bar, ogni tanto, dirsi: tutto bene? tutto bene. Però è questo che facciamo: ricominciamo a vivere, ogni giorno. E quando suo figlio le chiede, in mezzo alle mille domande dei bambini sulla vita, sulla morte e sul tempo, quando si diventa adulti?, Anna riesce a dare la risposta più sincera e più saggia, l’unica possibile: non lo so.

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