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Festa mobile

Evento ludico assistito, in cui la scrittrice non resiste, afferra il microfono e urla: siete pronti?

2 Febbraio 2018 alle 16:12

Festa mobile

Foto via Pixabay

Da circa un anno, due volte la settimana, lo stanzone che confina con il mio appartamento si riempie di bambini. Guai a chiamarle feste di compleanno: sul citofono c’è scritto “Ela” che sta per Evento ludico assistito. Tempo fa queste strutture si chiamavano La coccinella curiosa o Il tappo matto. Sui citofoni appariva un soggetto e un aggettivo che messi insieme non avevano senso, ma nel solenne cattivo gusto delle coccinelle e dei tappi c’era almeno un po’ di tenerezza. Di recente si respira un’aria diversa alle feste: assistita, a metà tra il corso di sopravvivenza e l’ospizio.

 

Anche io non sono più la generica amica senza figli che non capisce certe cose. Ora non posso aprire bocca perché sono estranea alle esigenze genitoriali. Considerato il casino che a giorni alterni mi ritrovo accanto, la mia estraneità alla faccenda è un sogno infranto. Ho smesso di lamentarmi con l’amministratore da quando mi ha zittita: “Le grida dei piccoli sono come il suono delle campane, ci si abitui”-. E’ vero, l’inquinamento acustico non lo producono i piccoli. All’inizio il rumore è tollerabile: si avvertono seggiole trascinate e qualche pianterello. Ma quando arrivano gli animatori non c’è più scampo. Certi incitamenti e battimani isterici davvero non somigliano al suono delle campane.

 

Ieri allo stanzone si festeggiavano i cinque anni del figlio di una mia amica. Finalmente sono stata invitata. Dunque mi presento, con il mio bravo regalino in mano. So che finirà nel mucchio, in attesa del suo momento. Verrà scartato, insieme agli altri, tra il Truccabimbi e il Tagliotorta, il tutto sempre assistito. I genitori, si sarà capito, alle feste diventano portatori di handicap. La tabella di marcia è rigorosa. Le due ore di intrattenimento vanno riempite alternando i giochi dinamici ai giochi statici. Aprire i regali ormai è considerato un gioco, statico. Di sicuro è un rito umiliante in cui il festeggiato commenta che il regalo di x è brutto, o che già lo possiede, e lo fa di fronte non solo a x, ma a tutta la classe. I genitori più scaltri e spilorci non scrivono bigliettini d’accompagno al dono, allora l’animatore s’accanisce a stanare il colpevole: “Chi ha regalato a Leo il quaderno di Masha e Orso? Chi è stato?… Ma qui c’è scritto qualcosa… il quaderno è usato!”. Così si guadagnano altri cinque minuti. E non mi venissero a dire che è normale, che quando sei laureato in Ingegneria ti rode fare il pagliaccio per quattro soldi, dunque non animi l’evento con slancio. Ma cos’è questa compassione che scatta alla gente solo di fronte ai laureati in Ingegneria? Misteri italiani.

 

Torniamo alla festa. Sono sulla porta, la mia amica afferra il regalo e lo apre. Non proprio: stropiccia il nastro. “Che fai?”, le chiedo. E lei: “Sono nervosa, qui è un disastro”. Tradotto: gli animatori sono bloccati sul Muro Torto. Alcune mamme vorrebbero come al solito andarsene e poi tornare, ma non possono lasciare i figli senza assistenza. Può capitare a tutti, un incidente sul Muro Torto che blocca il traffico. Ma, senti, è disastro. Sulla faccia delle mamme trattenute a forza si traccia il confine tra la comprensione e l’incazzatura: è incredibilmente sottile. Saluto il festeggiato e anche lui ha un’aria preoccupata, vorrei rassicurarlo. “Non prendere iniziative”, mi frena subito sua madre.

 

Mi avvicino al buffet: ci sono pizzette, patatine, e un angolo gluten free perimetrato da bandierine segnaletiche. “E’ ancora presto per la merenda, che gli facciamo fare?”, si chiede la mia amica, fissando il buffet in preda al terrore. Eppure l’impianto audio è lì, ma che ci vuole? Senza assistenti i genitori entrano nel pallone, mentre un’estranea che da mesi subisce gli eventi ludici sa come muoversi. Afferro il microfono, e ascolto la mia voce dire: “Siete pronti?”.

 

Ho assimilato tutti i trucchi del mestiere, tipo allisciarsi i bambini più prepotenti chiamandoli continuamente per nome, o meglio, chiedendogli di venirlo a urlare al microfono: Tito! Zeno! Sarà la soddisfazione del momento, ma questi nomi da cani che danno ai bambini, all’improvviso mi sembrano perfino belli. Non ci sono i palloncini da strizzare, e allora? Facciamo il gioco dei mimi. Non ci sono le musiche d’ordinanza? Qualsiasi playlist è meglio del Caffè della Peppina cui segue, come niente fosse, un’ammiccante cafonata latinoamericana. Ballano tutti, ognuno come vuole, alla faccia della baby dance. Mi sono presa una rivincita: la rivincita degli estranei.

 

Sarà passata mezz’ora quando li vedo entrare, i reduci del Muro Torto. Lei è in pantacollant, lui in tuta, una coppia di ingegneri disoccupati. Che pena fanno, d’accordo, ma devono passare sul mio cadavere prima di spodestarmi. Spero che i bambini si schierino dalla mia parte, invece grazie a dio sono come sono: imprevedibili e traditori. Con candore mi voltano le loro piccole spalle, e cominciano a disperdersi.

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