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Cattivi si diventa

L’infanzia degli uomini più crudeli della terra e un tweet salvifico: “La mela può cadere lontano dall’albero”

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

2 Febbraio 2018 alle 15:57

Hitler, Stalin, Mao

Hitler, Stalin e Mao

Corri bastardello, corri, ci sono le pecore da sorvegliare, cosa fai ancora lì raggomitolato, è l’alba e si va a lavorare. Corri bastardo, corri figlio di puttana, non far vedere quella tua faccia da ratto fino a quando non ti sei guadagnato il pezzo di pane che ti darò a sera, se mi va. Quel bambino che corre fuori verso l’ovile, passa tutto il giorno a raccogliere escrementi di animali, ruba polli per risparmiarsi qualche legnata, ha una manciata d’anni, si chiama Saddam Hussein, vive ad al Awja, in Iraq, non ha un padre e sua madre non l’ha mai voluto. Subha, incinta di sette mesi, ha appena sepolto il suo figlio più grande, morto a dodici anni dopo una malattia lunga, e ha salutato il marito sull’uscio di casa senza sapere che non l’avrebbe visto mai più. Chi mi vorrà mai risposare con questo bambino bastardo appresso?, si chiede Subha, e intanto si tira pugni sulla pancia, la stritola contro il muro, rischia di morire lei stessa, mentre cerca di abortire quell’essere che non ne vuole sapere di farsi ammazzare. E Saddam Hussein è nato. “Con disgusto Subha guarda il neonato coperto di sangue che ha tra le cosce. Per la prima volta la creatura piange. Subha potrebbe ucciderlo ora, ma se Dio non lo ha permesso quando ancora lo portava in grembo… superstiziosa com’è, preferisce accettare il destino. Inshallah!”.

 

L’infanzia dei dittatori – scritto dalla saggista francese Véronique Chamet, appassionata di criminologia e di biografie, e pubblicato in Italia da Baldini+Castoldi – racconta i primi anni di vita di Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot, Idi Amin Dada, Gheddafi, Franco, Mussolini, Bokassa, Saddam Hussein. Dettagli di vite difficili, in cui prevale il disamore, tantissimo disamore, assieme alla violenza, spesso alla povertà, orizzonti chiusi di piccoli paesi in cui si sopravvive soltanto se si è i più duri di tutti. E’ impossibile non provare strazio, anche se questo non è l’obiettivo della Chamet, che quando indugia su particolari terribili subito ricorda: stiamo parlando di quello che poi è diventato un assassino di popoli interi. Ma un bambino è un bambino, e se il patrigno lo picchia e lo violenta al punto che per tutta la vita quel tanfo di sudore gli farà l’effetto di un drappo rosso per il toro, ci si deve chiedere se il male subìto possa spiegare il male inflitto. La Chamet fa di tutto per dire che no, non ci sono giustificazioni, sei sempre libero di non diventare violento come tuo padre e pavido o remissivo o distratto come tua madre, ed è un bene che ci sia l’autrice a tenere la guida, perché spesso, al contrario, ci si chiede se quella libertà non esista affatto: se ti hanno levato dolcezza, emozioni, amore fin da quando una carezza è tutto quel che ti serve per vivere, non puoi che diventare uno spietato anche tu. Ribellarsi al disprezzo dei tuoi genitori, spesso anche dei tuoi fratelli, andare a cercare l’amore quando non l’hai mai avuto, riconoscerlo anche, ché se non hai mai ricevuto un bacio non sai nemmeno che rumore fa, non è cosa facile.

 

Non c’è giustificazione alle azioni di questi dittatori, quelle enormità di violenza e brutalità che ci fanno vergognare di essere uomini, ma è inevitabile guardare con un occhio più critico un bambino come Muammar Gheddafi, che è cresciuto nella venerazione della madre e delle sorelle, il più coccolato, il più talentuoso, il destinatario del boccone migliore: tu farai grandi cose, figlio mio. “La sua inclinazione alla noia non lascia ben sperare”, scrive la Chalmet, e allora lì si traccia una riga anche nella possibilità inconfessabile di provare pena per dei mostri in divenire: il dittatore sterminatore per noia è più cattivo degli altri, lui la libertà di scegliere l’ha sempre avuta e l’ha usata malissimo.

 

Nella seconda stagione della serie tv The Crown che racconta la vita della Regina Elisabetta, il Principe Filippo decide di mandare il giovane Carlo, erede al trono, nella scuola in cui andò lui. Quando lo accompagna, Filippo ripensa ai suoi anni lì, che erano stati brutti e sofferti, molte docce gelide, molti compagni dispettosi, molte prove non superate. Eppure ci manda Carlo, che non sa cosa lo aspetta, e che scopre in quelle corse nel fango, in quelle gare di orientamento nei boschi in cui nessuno viene a cercarti se ti perdi, perché la strada di casa devi trovarla da solo, la propria inadeguatezza. Di più: Carlo capisce che non sarà mai all’altezza del padre, non riuscirà mai a essere come lui lo vorrebbe. Elisabetta vuole togliere Carlo da lì, ma Filippo glielo impedisce: hanno un patto di non belligeranza matrimoniale molto poco stabile, i due, e lei è costretta a cedere, per non perdere il marito e per non togliergli quella sicumera che spesso i padri hanno (anche le madri): so io che cosa è bene per mio figlio. Carlo è rimasto nella scuola delle torture finché suo padre ha voluto, e quando è stato il suo momento di scegliere per i suoi figli li ha mandati a Eton.

 

L’account twitter di The Crown, che posta piccole clip o immagini della serie, due giorni fa ha messo la foto di Filippo con Carlo piccolo, e un commento: “La mela può cadere lontano dall’albero”.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    22 Febbraio 2018 - 09:09

    Perché addossare a uno il male di tutti. Se un dittatore prospera è anche dovuto all’insieme di dove opera e non da solo. Hitler aveva la Germania e le frustrazioni dei suoi abitanti, così in Cina, in Russia ed altri. Gli imperartori romani nascevano e vivevano nel lusso eppure hanno commesso delitti inenarrabili e non si può nemmeno dire che i dittatori si circondino solo di uomini della loro stessa infamia. È il contesto che determina il martirio. E l’uomo che lo rappresenta ne è il risultato. La degenarazione nasce con noi e noi possiamo solo contenerla e mai abbatterla definitivamente. Ci dobbiamo convivere e prendere coscienza per ritardarne il ripetersi. Come le guerre finche non ne rimarrà uno solo. Di impero. Forse.

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