Screenshot tratto dal profilo Facebook di Alessandro Di Battista

IL BI E IL BA

Di Battista e quelle infami immagini antisemite

Guido Vitiello

Per promuovere un evento con Moni Ovadia, l’ex parlamentare pentastellato ha usato un'immagine di Netanyahu, coperto di ombre minacciose, con gli occhi avidamente puntati su un planisfero. Praticamente l’Abc dell’archivio iconografico di odio verso gli ebrei

Questo lunedì Alessandro Di Battista e Moni Ovadia, in una diretta intitolata “Antisemitismo e antisionismo”, hanno provato a convincere il loro pubblico che l’accusa di odio antiebraico è usata strumentalmente per coprire i crimini di Israele. Non li ho ascoltati, però, perché la più spettacolare smentita preventiva dei loro argomenti, quali che fossero, era la card con cui l’ex parlamentare pentastellato ha promosso l’evento sui social. Alle spalle dei due oratori, infatti, incombeva il capoccione semicalvo di Netanyahu, coperto di ombre minacciose, con gli occhi avidamente puntati su un planisfero, ben visibile sotto il suo naso. Diamine, è l’Abc dell’archivio iconografico antisemita (sottosezione: il mito del dominio mondiale), e vanta una lunga storia infame che ha al suo centro la Francia – dalla celebre caricatura, che risale agli anni dell’affaire Dreyfus, dove Rothschild tiene tra le grinfie il mappamondo, alla copertina della prima edizione francese dei Protocolli dei Savi di Sion, fino al gigantesco manifesto che pubblicizzava, nella Parigi occupata, la mostra antisemita “Le Juif et la France”.

Inutile dire che il motivo iconografico ha avuto immensa fortuna anche fuori dalla Francia, ed è diventato quasi un cliché tra i vignettisti nel mondo arabo, in Iran e in generale nella galassia antisionista, a volte mescolandosi con altri motivi: a stritolare il mondo può essere di volta in volta una piovra con la testa di Netanyahu e la scritta Goldman Sachs sul corpo o una scimmia con la stella di David in petto (e no, non sono esempi inventati). Si dice a volte che un’immagine vale mille parole e che, per corollario, una vignetta vale mille editoriali. Di solito si intende, con questo, che lo stesso messaggio può essere veicolato più efficacemente con una sintesi visiva. Dibba ha fatto di meglio: ha scelto un’immagine che grida a gran voce l’opposto, e vanifica in un istante tutte le sue chiacchiere.

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