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IL BI E IL BA

Credere a una teoria del complotto vuol dire sostenerle tutte quante

Guido Vitiello

I milioni di file del caso Epstein sono un materiale colloso eccellente per assemblare un intreccio gigante di fantasie cospiratorie e complotti

Oggi parliamo del Re dei Ratti, ovvero di Jeffrey Epstein. Non è un epiteto denigratorio dalle risonanze antisemite, tutt’altro, è una metafora che trovo molto accurata per indicare ciò che potrebbe accadere, o forse sta già accadendo, intorno ai suoi file. Il Re dei Ratti (Rattenkönig) è un termine flokloristico che descrive un gruppo di roditori morti – diverse decine, a volte – legati insieme dalla coda. Fenomeno insolito, e piuttosto raccapricciante, che la tradizione associa ai tempi di peste, e che si verifica quando le code aderiscono a qualche materiale colloso. Ora, sappiamo bene che le teorie del complotto hanno una tendenza naturale ad agglutinarsi: chi crede a una di esse finirà quasi certamente per credere anche ad altre, perché le lunghe code del sospetto paranoide si intrecciano e si avvinghiano facilmente.

Affinché questo accada, tuttavia, è necessario un qualche adesivo. Da un libro di Wu Ming 1, La Q di complotto (Edizioni Alegre, 2021), dedicato alla mostruosa fantasia cospiratoria dei trumpiani di QAnon, riporto una definizione di quella che spesso è stata chiamata “singolarità cospirazionista”: “Rapidissima convergenza e ibridazione di tutte le fantasie di complotto circolanti in una data epoca, con conseguenze culturali e politiche su una scala tanto vasta quanto imprevedibile, in ogni caso sproporzionata rispetto allo ‘scatto’, al microevento che ha fatto superare una certa soglia di complessità, scatenando il processo (es. la pubblicazione delle ‘gocce’ di Q)”. Forse le rivelazioni criptiche e centellinate del misterioso agente anonimo Q non erano sufficienti. Ma temo che i milioni di file del caso Epstein siano un materiale colloso eccellente per assemblare un Re dei Ratti di proporzioni mai viste prima. La singolarità è vicina?

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