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La tragicommedia degli equivoci tra antisemitismo e antisionismo
La distorsione di questi due termini avveniva già 70 anni fa, quando Léon Poliakov in un pamphlet del 1969 rievocava il racconto di Artur London, che per ognuno dei nomi citati nell'interrogatorio sostituiva la designazione di ebreo con quella di sionista
Mentre sfoglio vecchi libri per sopravvivere a un Giorno della memoria che si preannuncia ferale – un mio amico più saggio ha in mente di farsi indurre un coma farmacologico e risvegliarsi il 28 a cose fatte – trovo in un pamphlet del 1969 di Léon Poliakov (Dall’antisionismo all’antisemitismo) la citazione di una pagina illuminante di Artur London dalla Confessione, il memoriale del processo-farsa staliniano a cui fu sottoposto a Praga nei primi anni Cinquanta. Secondo Poliakov, che scrive a ridosso della guerra dei Sei giorni, il racconto di London non è storia passata, tutt’altro. Eccolo: “il giudice istruttore mi domanda bruscamente di precisare per ognuno dei nomi che verranno citati nell’interrogatorio se si tratti o meno di un ebreo; ma ogni volta, nella sua trascrizione sostituisce la designazione di ebreo con quella di sionista. ‘Facciamo parte dell’apparato di sicurezza d’una democrazia popolare. La parola giudeo è un’ingiuria. Perciò scriviamo sionista’. Gli faccio notare che ‘sionista’ è una qualifica politica. Mi risponde che non è vero e che quelli sono gli ordini che ha ricevuto. Aggiunge: ‘Del resto, anche in Urss, l’utilizzazione della parola giudeo è proibita. Si parla di ebrei’. Gli dimostro la differenza tra ‘ebreo’ e ‘sionista’. Niente da fare. Mi spiega che ebreo suona male in cèco. Ha l’ordine di mettere ‘sionista’; ecco tutto”. Poliakov ci aveva visto lungo: la pagina di London non è storia passata; si potrebbe perfino dire che è storia futura. La tragicommedia degli equivoci tra antisemitismo e antisionismo, con tutta la sua attrezzeria di scena fatta di specchi, doppi, sosia e fantocci, era già in cartellone settant’anni fa e ancor oggi fa venire giù il teatro. Non per caso La Nuova Italia, nel tradurre il libro nel 1971, scelse per l’elegantissima copertina un’immagine che sarebbe andata altrettanto bene per i Menecmi di Plauto: due gemelle quasi indistinguibili, avviluppate in un unico vestito nero.
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