il bi e il ba

Studiare la sovietologia per cer capire la Russia di Putin e anche l'America di Trump

Guido Vitiello

Un libro come La langue de bois di Françoise Thom, per esempio, un’analisi profondissima della propaganda sovietica pubblicata da Plon nel 1987, è ancor oggi infinitamente utile. Anche per capire le menzogne del presidente americano nel caso della sparatoria di Minneapolis

C’è chi considera la sovietologia un’anticaglia intellettuale, un ferrovecchio della Guerra fredda che prende ruggine dagli anni Ottanta; eppure sono convinto che nei suoi arsenali frettolosamente dismessi si trovino armi tuttora indispensabili per affrontare il presente. Per capire la Russia di Putin, certo, ma non solo quella: anche l’America di Trump. Un libro come La langue de bois di Françoise Thom, per esempio, un’analisi profondissima della propaganda sovietica pubblicata da Plon nel 1987, è ancor oggi infinitamente più utile dell’ennesimo saggio effimero sulla post-verità sfornato da un giovane intellettuale smart di una rivista cool che da come scrive sembra convinto che il mondo sia cominciato nell’anno così smart e così cool della sua nascita. Gli occidentali, scrive Thom, pensavano che le falsificazioni grossolane della propaganda sovietica fossero un segno di debolezza. Invece, “più la menzogna è enorme, più il cambiamento di linea è manifesto, più il potere si afferma con clamore; la sua insolenza verso la realtà e la memoria è l’indice della violenza che può permettersi di esercitare impunemente”. In altre parole, i sovietici sperimentavano sul corpo della verità il grado di tortura che potevano infliggere alle cose e alle persone. Ebbene, non tutti ricordano che Donald Trump aprì il suo primo mandato con una bugia bianca, un po’ patetica e apparentemente innocente. Il 20 gennaio del 2017, quando pronunciò il suo discorso inaugurale, a Washington pioveva; ma la sera stessa, al Liberty Ball, Trump disse che la pioggia non c’era. Eppure c’erano filmati incontestabili, pieni di ombrelli! Ieri ha ripetuto la bravata, ma su tutt’altra scala. Ha detto che Renee Nicole Good, la donna uccisa a Minneapolis, era una facinorosa che voleva investire brutalmente l’agente dell’Ice, il quale ha dovuto spararle per legittima difesa. E’ la chiusura del cerchio? Magari. E’ semmai un’altra tappa, la più allarmante finora, in una spirale discendente che dalle bugie bianche è arrivata in pochi anni a bugie nere, nerissime.