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il bi e il ba
A volte un ego ingombrante ci impedisce di vedere la realtà
Le Sirene non avevano intenzione di ammaliare Ulisse, per loro era solo un marinaio di passaggio. Lo stesso destino è toccato duemila anni dopo a un marinaretto davanti ai cancelli del liceo Chateaubriand
Si dice che i libri hanno il loro destino, ma lo stesso vale per unità più piccole: un paragrafo, una frase, perfino una parola. Io potrei comporre un’autobiografia interiore descrivendo le forme successive che hanno preso nel caleidoscopio della mia mente due versi di T.S. Eliot, dal Canto d’amore di J. Alfred Prufrock: “Ho udito le Sirene cantare l’una all’altra. Non credo che canteranno per me”. Quando li incontrai, da ginnasiale, mi colpirono per una ragione banale: in quella divina autosufficienza rivedevo l’allegra brigata delle ragazzine del liceo Chateaubriand – Sirene bellissime, ricchissime ed elegantissime – che mi guardavano con svagata benevolenza quando le andavo a trovare all’uscita, ma che, ne ero certo, mai avrebbero intonato un canto d’amore per un marinaretto qualunque come me. Passarono gli anni, forse dieci, e una pagina di René Girard sulle “fanciulle in fiore” di Proust sparigliò le carte. Proust sa bene che, una volta conosciute le jeunes filles, “la loro trascendenza e la loro autosufficienza si rivelano illusorie”, miraggi del desiderio del Narratore che se ne sente escluso. Ne dedussi che le ragazzine del liceo francese non cantavano each to each, se non nella mia fantasia.
Poi, qualche giorno fa, il secondo colpo di scena. Leggendo Il canto delle Sirene (Castelvecchi), il nuovo libro di Adriana Cavarero, trovo questa frase: “Come in una sfera sonora perfetta, il loro godimento vocale e acustico, indifferente al mondo esterno, bastava a sé stesso”. Per le Sirene Ulisse non era che un marinaio di passaggio. Non avevano intenzione di ammaliarlo – questo è un abbaglio del suo ego ingombrante, a cui si è accodata una tradizione più che bimillenaria. Cavarero prova a sbrogliare il grande equivoco, ma mi lascia intrappolato nel mio, più piccolo. Così mi ritrovo quindicenne davanti ai cancelli dello Chateaubriand a domandarmi chi, tra Eliot o Proust, avesse ragione, ma posso considerare una terza ipotesi: che agli occhi delle Sirene perfino il grande Ulisse fosse, come me, un signor Nessuno.