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Mai dire “ciao caro” agli arabi che tornano a spendere in via Montenapoleone

Non sono il gruppo di visitatori stranieri più numeroso, ma certamente quello più ricco. E lo dimostrano i numeri 

11 Maggio 2019 alle 06:04

Mai dire “ciao caro” agli arabi che tornano a spendere in Montenapoleone

Foto LaPresse

“Siate flessibili e premurosi, stringete la mano con delicatezza ma a lungo, evitate di gesticolare troppo”. E soprattutto, quando “vedete entrare una famiglia numerosa, salutate per primo il membro più anziano”. Dovrebbe essere prassi generalizzata in tutto il mondo se il mondo avesse ricevuto un minimo di educazione, e invece pare che l’Italia abbia trascurato anche questo aspetto della convivenza civile troppo a lungo, e il business rischia di risentirne. Gli arabi sono tornati a fare shopping nel Montenapoleone district: più 16 per cento da gennaio a marzo in generale e ben il 56 per cento in modalità tax free, con un aumento del 9 per cento dello scontrino medio. Non sono il gruppo di visitatori stranieri più numeroso, ma certamente quello più ricco: sono giovani, colti, in genere viaggiano in coppia o in famiglia, tranne quando sono in Italia per lavoro e allora (purtroppo, diciamo noi) sono solo uomini.

  

Dunque l’associazione del Quadrilatero, insieme con la società di servizi dedicati al “no duty” Global Blue Italia, ha organizzato al volo lunedì scorso, nelle sale della ConfCommercio, un “cultural training” riservato a quei professionisti della vendita che una volta si chiamavano commessi e che oggi si definiscono con un valorizzante “sales representative” a cui, però e purtroppo, pare non corrisponda un uguale livello di uso di mondo. Il vento populista spira forte anche nel Quadrilatero, insieme con i “buongiorno cara” che ormai sono diventati la regola non solo al bar di grido, ma anche per il simpatico punkabbestia un po’ agé che staziona all’angolo del Grand Hotel et de Milan e che fa sempre quattro chiacchiere con piacere. I modi spicci e l’uno-vale-uno dei nostri tempi tanto inclusivi vanno infatti dimenticati quando arriva il turista cinque stelle saudita o il tycoon degli Emirati che, come il vecchio Dogui (lavoro-guadagno-pago-pretendo), non hanno fatto il Sessantotto e, pur con tutte le infinite e riprovevoli limitazioni che impongono alle donne, sanno quando ci si deve alzare e quando no. Lo sanno perfino nelle banlieue, figuratevi fra chi spende quattrocentomila euro a visita, com’è successo pochi giorni fa nella boutique che vende il migliore cashmere del mondo e dunque sapete chi sia (sì, ce ne sono due in Montenapoleone, ma il cashmere di altissima qualità appartiene solo a uno dei due brand).

   

Le signore chic milanesi non comprano in genere niente nel Quadrilatero (anche per Prada vanno nella boutique storica in Galleria), prediligendo le Cinque Vie o la zona Boccaccio dove martedì si sono festeggiati fra peonie rosa i novant’anni di Pupi Solari, la signora che ha modellato il gusto della città, ma per gli stranieri quel mezzo chilometro ben protetto fra piazza san Babila e via Manzoni è ancora il non plus ultra. Soprattutto, è una garanzia: perché sperimentare marchi nuovi quando si vuole essere solo rassicurati sulla bontà del proprio gusto? La predilezione di russi e arabi per il global shopping si spiega (anche) così, e va benissimo, purché si sappia intercettarlo: gli arabi viaggiano infatti soprattutto nel mese di aprile, in cui cadono le festività di Isra and Mi’raj (il viaggio notturno di Maometto) e la stagione estiva, quando si conclude il Ramadan, iniziato proprio lunedì. C’è dunque un mese di tempo per prepararsi e il presidente del Montenapoleone district, Guglielmo Miani, dice di essersi già portato avanti con una presenza costante allo stand della Regione Lombardia all’Arabian Travel Market che si è svolto a Dubai dal 28 aprile al 1° maggio. Per un’intera giornata, un gruppo di una sessantina di giovani fra i venticinque e i quarant’anni hanno preso appunti, perfino sulle modalità del sorriso e l’inappropriatezza di alzare il pollice: un’usanza americana che gli arabi aborriscono. E anche noi, dopotutto. 

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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