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A Milano, là dove c’era un cinemino, ora c’è il “sistema Anteo”

Storia (40 anni) di una scommessa d’essai diventata Palazzo del cinema, multisale e molto altro

7 Ottobre 2018 alle 06:13

Là dove c’era un cinemino ora c’è il “sistema Anteo”

Il cinema Anteo (foto LaPresse)

Il mago degli schermi ha sempre avuto uno stile felpato e la propensione all’understatement: poche, pochissime le uscite pubbliche. Ancora meno le interviste. Eppure Lionello Cerri, da quasi quarant’anni deus ex machina del “sistema Anteo”, sa perfettamente che un pezzo non irrilevante della milanesità ritrovata e splendente di questi ultimi anni ha a che fare con la sua creatura. Ovvero con un’idea del cinema, ovvero della sala cinematografica, come luogo del cuore e dell’identità culturale della città. Giusto un anno fa Cerri osservava il sindaco Giuseppe Sala tagliare il nastro del Palazzo del cinema, l’estensione del primigenio cinema Anteo di via Milazzo in una multisala da dieci schermi, ristorante, libreria, nursery, sala premium per le visioni on demand, anche mangiando, se piace (cucina Eataly, che sta a due passi). Una scommessa mai tentata in Italia, una roba che solo a Milano. Dodici mesi dopo Cerri snocciola le cifre del suo “sistema”: 530 mila presenze nel nuovo Palazzo del cinema, altre 250 mila nella multisala Anteo City Life più 75 mila biglietti staccati nel vecchio Ariosto, sala semiparrocchiale rilevata moribonda qualche anno fa e tornata a nuova vita. Più di 850 mila presenze paganti per gli schermi milanesi cui vanno aggiunti gli spettatori delle arene estive, dei tre multisala di Monza (con sette schermi) e della grande multisala di Cremona (10 schermi), per un totale abbondantemente superiore al milione di paganti in un anno. Il tutto in una fase preagonica, o quasi, del cinema in sala, minacciato di scomparire definitivamente dalla diffusione dei grandi schermi domestici e dalle piattaforme on demand, Netflix e Amazon su tutte. “Faremo altre acquisizioni in Lombardia, ma non andremo oltre – spiega Cerri – Non si prendono sale tanto per prenderle o per far numero. Più sei distante e meno conosci il pubblico. Ed è proprio la conoscenza del pubblico che ci ha permesso di durare a lungo e di crescere”.

 

Qualche anno fa Lina Sotis ha scritto sul Corriere che all’Anteo c’è un pubblico che “si conosce”. Nota di verità che racconta una banalità apparente: chi ha cominciato a frequentare l’Anteo 40 anni fa ha continuato a farlo. Il fatto straordinario è che dei primi frequentatori se n’è persi per strada pochi. E se ne sono aggiunti, nel frattempo, molti altri. L’Anteo è sempre stata la casa del cinema di qualità, a Milano. E il pubblico che lo frequenta riconosce questa domesticità, ci va volentieri da solo. Qualche volta ci va senza nemmeno vedere un film, ma per mangiare, per leggere un libro, per un aperitivo, per un incontro con gli autori. Questa strana storia molto milanese comincia nel maggio 1979, quando il giovane Cerri – che oggi viaggia sui sessanta – rileva con un pugno di amici una vecchia sala in agonia in via Milazzo, dietro corso Garibaldi e un centinaio di metri da corso Como. Oggi Garibaldi e corso Como sono due vie manifesto del neo fighettismo milanese ma allora erano (quasi) periferia nel centro, con trattorie da epatite fulminante, bar di malandra, case di ringhiera cadenti e le prime avvisaglie di gentrificazione, con l’arrivo di botteghe vintage e nuovi residenti dal pedigree impegnato e intellettuale. Quella sala sommariamente rimessa a nuovo comincia a programmare pellicole off, come “The kids are alright” degli Who, il cinema inglese di Ken Loach, i film di Nanni Moretti e poi concerti dal vivo, incontri e persino la proiezione su grande schermo dei Mondiali del 1982. L’identità dell’Anteo acquista spessore all’inizio degli Ottanta per due ragioni. La prima è la scoperta del nuovo cinema tedesco: Wenders, Fassbinder, Herzog, Von Trotta, Peter Handke escono dalle cineteche e conquistano stabilmente lo schermo dell’Anteo. Diventando fenomeno (quasi) di massa. La seconda è che qui nasce Filmaker, un festival del cinema “alla milanese”, che diventa la prima vetrina di una generazione di nuovi registi, direttori della fotografia, sceneggiatori, produttori: Studio Azzurro, Silvio Soldini, Chicco Stella, Bruno Bigoni, Luca Bigazzi, Gianfilippo Pedote. “Quando abbiamo cominciato il cinema in Italia era già in crisi: dagli 800 milioni di spettatori anno del 1965 si era scesi, nel ’79, a 259 milioni – racconta Lionello – questo per dire che fin dall’inizio abbiamo dovuto inventarci un modello diverso per stare a galla. E così è ancora oggi, in un mercato che non si schioda dai 100 milioni di spettatori anno, tranne quando esce un film di Checco Zalone. Già allora, con l’esplosione dei film sulle tivù commerciali, si doveva proporre qualcosa che andasse al di là della sala. Quell’idea di cinema come un luogo sociale è rimasta e si è evoluta. E può stare in piedi ancora oggi, perché Netflix non è un il nemico mortale, anzi arricchisce il settore. Chi gestisce la sale deve saper convivere con questa piattaforme, offrendosi come vetrina delle serie e delle nuove produzioni. L’importante è che il vecchio cinema abbia la garanzia di poter gestire delle proprie finestre”. Serve, dunque la capacità di leggere le trasformazioni del mercato, per starci dentro. Oggi il sistema Anteo fattura (previsione 2018) circa 18 milioni l’anno e conta 90 dipendenti). Ma per stare in piedi, la gestione dei multisala in centro città ha bisogno di una sponda pubblica.

 

Anteo ha potuto fare il salto del Palazzo del cinema perché, a Milano, i sindaci Pisapia e Sala hanno deciso che uno stabile dismesso da usi scolastici poteva andare in concessione a un’impresa culturale. Rinunciando a far cassa vendendo o affittando un immobile dalle quotazioni potenzialmente stellari. “E’ evidente che si è trattato di una scelta politica importante, figlia di una sensibilità culturale molto milanese, che altrove non mi pare abbondi – commenta Cerri – ricordo che noi abbiamo dovuto andarcene da Piazza Liberty con la multisala Apollo, che andava benissimo, perché la proprietà ha preferito cedere i locali alla Apple, che ci ha fatto il flag store europeo”. Allora, correva l’anno 2015, si formarono comitati di protesta spontanei degli spettatori in difesa del cinema, e la Apple finì sul banco degli imputati per arroganza (anche se oggi l’Apple store di piazza Liberty è visitato come la Mecca). Ma in fondo quella dismissione della multisala in centro è stata l’antefatto dell’apertura, più in grande, del Palazzo del cinema di via Milazzo. Dove sono stati riassunti i dipendenti dell’ex Apollo. E il prossimo primo maggio si farà gran festa per i primi 40 anni.

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