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Bandiera rossa su Milano, ma c'è poco da stare allegri

Motivi per cui il Pd può (in parte) pensare positivo dopo i risultati del voto del 4 marzo

10 Marzo 2018 alle 06:06

Bandiera rossa su Milano, ma c'è poco da stare allegri

Palazzo Marino a Milano

La bandiera rossa, inteso il risultato del Pd in controtendenza rispetto al resto dell’Italia, sventola su Milano. Anche se, al pari di Roma, a salvare il fortino assediato è stato il centro storico mentre i quartieri popolari della metropoli hanno votato a destra (ma avevano già svoltato, a destra, da tempo). Il risultato in ogni caso non è da disprezzare, ed è ovvio che nei ranghi del Pd milanese ci sia un po’ di orgoglio. In quelli della sinistra-sinistra, soltanto lutto: LeU ha floppato alle politiche, il candidato in Regione Onorio Rosato non ha raccolto nemmeno il voto della Cgil, in cui ha militato una vita. Sulla disfatta di Giorgio Gori – partito per l’impresa disperata ma con l’ambizione, condivisa nel partito, di potersi forgiare un ruolo da futura riserva nazionale e che invece torna nella sua Bergamo come in una terra ostile – ha pesato ovviamente il vento destro-populista nazionale.

 

Ma il risultato della città di Milano può essere considerato “positivo”, dal Partito democratico, solo a patto di emendarlo da parecchi equivoci e da un surplus di retorica che invece è in agguato. Qualche suggerimento per la riflessione. In primo luogo, il “confortante risultato” del Pd a Milano non è così confortante. E non solo per il divario tra il centro e le periferie. Bisogna considerare che la tenuta della sinistra è più frutto di una tradizione riformista radicata in una città da sempre di sinistra e ben governata, che non di una nuova spinta. Beppe Sala è diventato sindaco, con poco scarto, in un momento in cui il brand renziano ancora tirava nel paese. Si fosse votato il 4 marzo per Palazzo Marino, anziché per la Regione, come sarebbe finita? Sala lo sa, per ora ha tenuto un saggio basso profilo (parlerà del suo libro a Tempo di Libri, lo ascolteremo) ma sa che quel momentum non c’è più, e non sarà facile ricostruirlo.

 

Poi c’è la faccenda del “modello Milano”, a doppia lettura. La forza del modello-città rischia a poco a poco di appannarsi, di divenire un discorso retorico in una realtà che ha molti problemi di rilancio-espansione da affrontare. Sotto il profilo squisitamente politico, il “modello Milano” del Pd, la buona sinistra riformista che vince perché ben governa, è altrettanto fragile. I problemi del Pd nazionale qui sono solo attutiti (anche se l’assessore Pierfrancesco Majorino, leader della sinistra-sinistra, già ha chiesto l’accordo nazionale col M5s). La cinghia di collegamento tra Milano e il renzismo è spezzata da tempo. Gli ex turborenziani, oggi, sono quasi tutti “neo-calendiani”. Ma sarebbe un errore pensare che Milano, tra Sala, Calenda, Martina e magari pure Gori, possa essere la nuova spinta vincente di un Pd che si libera di Renzi. Più saggio forse fare squadra, e intanto raccogliere i cocci.

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