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Il "secolo delle città" e l'Italia visti da Beppe Sala

Esce oggi il libro del sindaco di Milano. Idee per un’architettura istituzionale e globale futura

25 Gennaio 2018 alle 10:25

Il "secolo delle città" e l'Italia visti da Beppe Sala

Beppe Sala (foto LaPresse)

Smart come siamo, o per vizio giornalistico, viene voglia di farsi guidare da una GoogleMaps del fiuto politico direttamente all’ultimo capitolo di “Milano e il secolo delle città”, il libro scritto da Giuseppe Sala (La Nave di Teseo) che esce oggi e che il sindaco presenterà questo pomeriggio al Teatro Franco Parenti. L’ultimo capitolo, che si intitola “Milano e l’Italia - Il rapporto con la politica ‘romana’” e che qualche scintilla promette. Anche se l’autore è per stile pacato, gli autonomismi urlati non sono cosa sua. Però scrive, il sindaco di sinistra della città maggiore d’Italia, qualcosa che pesa: “L’esito del referendum sull’autonomia e la sconfitta di Ema sono due elementi che rivelano da una parte come lo scenario istituzionale sia destinato a subire forti scossoni nei prossimi anni e, dall’altra, come l’assetto di Milano nel suo rapporto con Roma non basti ad assicurare quegli esiti che l’attuale forza della città dovrebbe garantirle”. Niente di catalano o ultimativo, in questo: “Milano non è la capitale del paese e, soprattutto, non intende esserlo. Non ne ha le caratteristiche, non ne ha la voglia e non ne ha il tempo”. Epperò, ecco il punto: “Milano sta facendo la sua parte. Deve continuare a farla per sé – mentre il resto dell’Italia si accontenta delle ricadute di indotto (che ci sono) o di immagine (che certamente esistono) – o questo suo impegno può rientrare in un disegno politico del paese?”. Dunque la domanda (nell’intervista di ieri sul Corriere viene interpretata come “ultimatum”) è diretta: “O si ristruttura il corpo della nazione o le possibilità sono due: o Milano verrà risucchiata nei ‘confini’ e nei limiti del paese, o Milano si troverà costretta a fare sempre di più i conti con e per se stessa. Roma e l’Italia devono prendere atto che l’attuale assetto territoriale non è più (se mai lo è stato) nelle condizioni di garantire la salute del paese”. Quali proposte in materia abbia Beppe Sala, ve lo lasciamo scoprire. Diciamo soltanto che per un sindaco accreditatosi inizialmente come manager, Mr. Expo, giunto nemmeno a metà mandato scrivere un libro non di memorie ex post, ma programmatico e con l’ambizione di porre il “modello Milano” come tema nazionale è un atto politico, non solo una riflessione. E segna una cesura, forse un percorso.

 

Ma ora è il momento di re-impostare GoogleMaps e navigare nell’idea di Milano – anzi per meglio dire di grande città – che il sindaco ha in mente. L’idea è, appunto, che il futuro – globale, economico, eccetera – sarà sempre più legato alla dinamicità delle grandi città, le megalopoli o per meglio dire le super-aree integrate urbane, economiche (la super-città lombarda da venti milioni di abitanti è un tipo particolare di questo modello). “Dopo il ‘secolo breve’ con il suo progresso, le sue conquiste e anche i suoi orrori, siamo nel ‘secolo delle città’? – si chiede – Non sappiamo se questa definizione sopravvivrà allo scorrere impetuoso del nostro tempo. E’ già significativo che a coniarla non sia stato né un filosofo né uno storico né un politico di professione, ma un sindaco. Michael Bloomberg, sindaco di New York dal 2002 al 2013, ha infatti denominato ‘secolo delle città’ la prospettiva dello sviluppo mondiale”. “Le città, grazie anche alla concentrazione delle risorse finanziarie, umane, tecnologiche e culturali, sono i luoghi più adatti per affrontare i grandi temi del nuovo sviluppo della Terra… Per queste ragioni la responsabilità si sta spostando dai governi alle città e probabilmente sarà sempre di più così”. Ma le super-città “non sono in contrapposizione con i sistemi nazionali ma ne rappresentano la punta avanzata e la sintesi”.

 

Ci sono molti punti toccati dalla rapida mappa di Sala. C’è il profilo di Milano e del suo “sviluppo silenzioso”, le fondamenta poste da Ambrogio, la dinamicità borghese, le cadute e le ripartenze. La città del 2030 con i suoi mega progetti, i problemi sociali e dell’amministrazione. Compresa la storica incapacità a una leadership politica di scala nazionale. Compresa un po’ di inevitabile retorica, o forse è orgoglio, per la svolta determinata non solo come immagine a Expo – in realtà la ripresa di Milano dopo le due grandi crisi, Tangentopoli prima e la crisi del 2008 era iniziata prima – oppure per il “marchio” ormai globale della nuova skyline urbana. Ma lo sguardo, e il tentativo di dare allo sguardo una prospettiva politica, è quello che conta di più, nel discorso sulle città (e anche un po’ alla città) di Beppe Sala. Cita ad esempio Alessandro Rosina, demografo tra i più attenti in particolare alla questione giovanile, che scrive: “Non è chiaro se Milano giocherà da sola o se costruirà un modello di sviluppo di connessione con grandi città europee o se si farà portavoce avanzata del contesto nazionale. Se sarà capace di trascinare dietro il resto dell’Italia, il che è verosimile, ci saranno conseguenze positive per tutto il paese”. “Ma proprio ora è il momento di interrogarsi sul tema fondamentale del rapporto tra Milano e l’Italia”. Ci sono altre cose, che si potranno seguire con una mappa più dettagliata. C’è soprattutto quest’idea forte, della necessità di un’architettura politica e istituzionale (no archistar) necessaria a livello nazionale per il secolo nuovo.

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Commenti all'articolo

  • andreaw

    14 Febbraio 2018 - 10:10

    Milano non è la maggiore città d'Italia, anzi è molto più piccola di Roma anche come città metropolitana. Lo dice L'ISTAT, non sono opinioni. Saluti.

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