Moda Cerea. Ecco chi sfama tutte le maison che contano

Il vero re delle sfilate? Il catering di “Da Vittorio”

21 Gennaio 2018 alle 06:11

Moda Cerea. Ecco chi sfama tutte le maison che contano

LaPresse/Moro Francesco

A sfilate milanesi concluse e Pitti Uomo archiviato con una crescita delle presenze italiane del 15 per cento, dato di buon auspicio per il futuro modaiolo del paese, nella classifica degli show più seguiti e degli eventi di maggiore successo prende il primo posto Francesco Cerea, volto mediatico della famiglia “Da Vittorio” tristellata Michelin, che non vende moda ma la nutre: cinque fratelli più mamma Bruna per un piccolo impero che si irradia da Brusaporto, fra Bergamo e Brescia, e tocca il Gallia di Milano, il Resorts World Sentosa di Singapore, il bistrot dell’aeroporto di Orio al Serio, una pasticceria a Bergamo Alta, oltre a regalistica, libri di cucina e poi, eccoci al punto, il catering.

  

Nel giro di pochi anni, da quando cioè hanno iniziato a rivolgersi agli appetiti niente affatto scarsi ma superciliosi dei modaioli, i Cerea hanno surclassato Intermezzo, la chicchissima Serena Barbieri, Food&Mood e perfino Davide Oldani che, pur restando una star, sconta la mancanza di una squadra addestrata al servizio esterno. “Da Vittorio” serve le presentazioni e le cene di tutti i brand che contano, dalla A di Armani alla Z di Zegna passando per Herno, Isaia, Moncler, Prada, Valentino e Reda della famiglia Botto Poala (tessuti di lana hi-tech). Come la make up artist Pat mcGrath, è diventato il nome da sfoggiare a suggello del successo raggiunto e della cosiddetta coolness, che nella moda è dirimente anche quando si materializza in una pappa al pomodoro, al momento peraltro richiestissima. Convinto, e giustamente, che i modaioli trovino eleganti le buone pietanze di un tempo disdegnando la tartina glassata che fa subito generone romano, Cerea serve cibo tradizionalissimo ma di grande qualità e in mini-porzioni, facendo la gioia di tutti e soprattutto degli stranieri di fronte a tortine di risotto e scodelline di passata di ceci che si possono mangiare in piedi senza rovinare il rossetto o rallentare la corsa verso la sfilata successiva.

  

A Francesco Cerea mancava un nome straniero importante, l’ha conquistato una settimana fa a Firenze apparecchiando per centoquaranta fortunati la cena celebrativa del bicentenario di Brooks Brothers negli appartamenti dove visse la bellissima Eleonora di Toledo ritratta dal Bronzino in abiti sontuosi e tuttora ammirati. Quattro portate in onore degli ospiti e della città servite in un’ora e mezza secca, il massimo del tempo perché il nervosismo non finisca per appesantire digestione e ricordi, e una rassicurante predisposizione a tollerare le intolleranze vere o immaginarie delle signore che ormai, ride, rappresentano il dieci per cento minimo di ogni serata. Gli stilisti lo chiamano per concordare il menu come farebbero per il set di una sfilata: talvolta esagerano e vengono ricondotti alla ragione, come quella volta che un designer molto rigido, molto magniloquente e molto potente del fashion system chiese che venissero serviti agli ospiti sei cioccolatini su un vassoio nero lungo un metro, o un altro che pretese un menu interamente candido, in pendant con la collezione, e venne ricondotto alla ragione. Se i tessuti si possono manipolare, i cibi molto meno, e comunque non dai Cerea, che sono lontani dalla gastronomia molecolare della scuola di Ferran Adrià (oddio, l’aveva già sperimentata Apicio, ma insomma) almeno quanto Versace lo era da Armani. La moda, sul fatturato complessivo dei Cerea, conta meno del venti per cento; però, come le azioni ai tempi di Cuccia, pesa moltissimo. Anche perché pare che i tycoon del sistema abbiano scoperto la grazia innata della cassoeula e dei bolliti.

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