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Il referendum certifica il valore dei riformisti a Milano. Appunti per futuri sindaci

Fabio Massa

Dai numeri del referendum emerge un riformismo milanese evanescente: disperso, minoritario e incapace, oggi, di incidere davvero sugli equilibri politici della città

La domanda rimane: ma quanti sono i riformisti a Milano? Ce la si era posta proprio qui, confidando che il referendum – nella città laboratorio di Milano – avrebbe fatto da cartina di tornasole. E consentito di contare in modo quantomeno indicativo il peso specifico dei riformisti. Negli anni di Expo era semplice: a Milano era il popolo di Renzi. Circoli, attività, pubblicistica. Oggi sono diventati un bosone: si sa che esiste, ma bisogna durare fatica per determinarne il peso. E dunque, dopo il referendum? La risposta è nelle urne. Nelle ultime regionali del 2023 il divario tra Pierfrancesco Majorino e Attilio Fontana, a Milano città, fu di poco più di 9 punti: 46,83 a 37,69 per cento. C’era anche la proposta “riformista”: il 6,56 per cento di Azione e Italia Viva insieme. Alle Europee 2024, sempre a Milano città, tra centrosinistra e centrodestra il divario era di circa 10 punti.  Al referendum di domenica e lunedì il divario tra il No e il Sì, Milano città, è stato di quasi 17 punti (41,67 Sì, 58,33 No). Certo, si può ipotizzare che sia stata buona parte dell’elettorato del centrodestra milanese a non votare il referendum, e che dunque quel 41,67 sia in buona parte composto dai riformisti. Ma è sforzo di volontà (e fantasia) non suffragato da fatti. E dunque, i riformisti sono scomparsi? In effetti no: è che sono dispersi. Riemergono, proprio come un bosone, in Zona 1. In piena Ztl  (il fortino del Pd) il Sì vince con il 51,1 per cento contro il 48,9 dei no. Andiamo a riguardare i voti di zona 1 alle ultime europee: sempre escludendo Calenda e Renzi, il centrosinistra si attestava al 37,7 per cento. Il centrodestra, invece, al 38,4. Dunque, prendendo come parametro un voto di due anni fa di sostanziale parità, i 10 punti di divario potrebbero proprio essere loro: i riformisti bosoni. Peccato che in termini assoluti, considerato che zona 1 ha il numero inferiore di votanti di tutti i municipi (circa 69 mila persone al referendum), a voler fare uno sforzo (e una grande forzatura) e attribuire il divario tra i voti del No in tutta Milano e quelli in zona 1 (circa il 10 per cento), stiamo parlando di neanche 7 mila persone. Sono abbastanza per riempire il Parenti (per citare ancora una volta Maran) ma assai meno per fare la differenza.

 

Ma dove sono finiti, allora, i riformisti di Milano? Alcuni pensano che proprio come il bosone di Higgs, siano diventati “particelle di Dio”, quelle che danno (o, più realisticamente, dovrebbero cercare di dare) un senso alla materia politica. Altri – come Sergio Scalpelli – pensano che il problema sia che i riformisti non hanno un partito unico, un “organismo unitario strutturato”. Azione si affretta a dire che sono 100 mila e che saranno determinanti alle prossime amministrative. Ammesso che si raggruppino: per adesso parliamo di pulviscolo che fluttua. Vederlo unificarsi è una speranza più che una strategia. 

 

Non è un voto, quello del referendum, che ha poche conseguenze, nell’ambito delle future amministrative di Milano. In primo luogo i colonnelli del centrodestra adesso temono che pure i nomi che nel segreto erano stati corteggiati per provare l’impresa (già complicata) di strappare Milano alla sinistra, oppongano un sereno diniego. Il diniego che si avanza davanti a una richiesta folle come quella di andare incontro a sconfitta sicura e probabilmente. E’ una questione di fiducia: se prima era una sfida, adesso in molti penseranno che è un suicidio. Per questo dal centrodestra è tutto un susseguirsi di buoni propositi mai realizzati: scegliamo subito il candidato, eccetera. In secondo luogo, sul fronte sinistro, cade l’obiezione di chi vorrebbe una candidatura “moderata” che metta insieme tutti i milanesi, sia quelli più massimalisti che quelli più riformisti, dato che non è provata la rilevanza elettorale di questi ultimi. Insomma, se per Meloni – a livello nazionale – il referendum è stato un cazzotto in faccia, a Milano sarà l’argomento che il Pd (stabilmente sulle posizioni schleiniane) opporrà a qualunque obiezione moderata. Per dirla chiaramente: dopo il referendum Majorino ha decisamente più chances di spuntarla nelle future primarie, che già lo vedevano assai competitivo. 

 

Per quanto riguarda il resto della Lombardia, ha prevalso il Sì, ma non nei capoluoghi. E’ una delle tre regioni ad aver votato per la riforma Nordio, insieme a Veneto e Friuli-Venezia Giulia, chissà se Meloni se ne accorgerà. Nel 2028 per Palazzo Lombardia.
 

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