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GranMilano - una poltrona che scotta /10
Giovanna Iannantuoni: e se il nuovo arrivasse dall'università?
Accademica stimata a destra e a sinistra, senza tessere ma con molti interlocutori, potrebbe essere il profilo su cui il centrodestra prova a costruire una candidatura larga per Palazzo Marino
L’aggettivo che meglio le si addice, pur nella calda inclusività dei modi, è: competitiva. A Giovanna Iannantuoni piace competere, e ancor meglio vincere. Ex rettrice dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, ora è presidente della Fondazione, è stata tra i i volti di spicco alla kermesse politica organizzata da Letizia Moratti sabato scorso, intesa a individuare la (il) candidata/o sindaco. Insieme a lei molti rappresentanti dell’accademia, del terzo settore e dell’imprenditoria. L’ex sindaco, sibillinamente, ha spiegato che proprio in quel gruppo composito di speaker si trovava il prossimo candidato sindaco che Forza Italia vuole presentare alla coalizione di centrodestra. E così, insistentemente, si è tornato a parlare di lei, Giovanna Iannantuoni. Stimata da centrosinistra e centrodestra, l’ex rettrice parla con tutti e in qualunque evento le offra uno spunto di condivisione: prima di Letizia Moratti aveva esposto la sua teoria di una città inclusiva che partisse dall’innovazione nel ciclo di incontri di Pierfrancesco Maran. E pare il suo telefono sia il terminale di decine di conversazioni e riflessioni su Milano, la città che ha scelto dopo aver un po’ peregrinato nel mondo.
Nata a Lucera, nel foggiano, nel 1970, Iannantuoni è figlia di due professori: il papà preside insegnava filosofia, la mamma invece lettere. Nel 1988 arriva a Milano in Bocconi: Discipline economiche sociali. Specializzazione in teoria dei giochi, modelli matematici: tutte formule applicabili anche alla politica e ai sistemi elettorali, che infatti la appassionano. Così come la appassiona il mondo dell’università. Viaggia per 12 anni all’estero: Rochester, Cambridge, Louvain, Madrid. Sposa un professore dell’Università di Verona con specializzazione proprio in teoria dei giochi. Con lui ha una figlia che frequenterà il prossimo anno il liceo classico. Corsi e ricorsi.
A Milano torna nel 2006, in Bicocca. Tredici anni dopo ne diventa rettrice. Non è semplice: c’è da prendere le redini dell’università dopo Cristina Messa, che poi per un anno e mezzo farà la ministra nel governo Draghi. Competono in cinque, e lei non è la favorita: vincerà con oltre il 50 per cento. E’ il 2019. Quattro anni dopo diventa la prima donna presidente della Conferenza dei rettori delle Università italiane. Prende posizioni anche dure rispetto al governo, eppure pare che Giorgia Meloni – come molti a sinistra – la stimi: donne di polso e carattere. Di lei dicono che parla chiaro, e che non parla mai a caso, il che non è poco. Finito il mandato in Bicocca, come successore è stato scelto facilmente il suo vicario, Marco Emilio Orlandi: tracciare solchi che durano Alla sua “festa d’addio”, nel grande auditorium, si accomodarono tutti quelli che contano nell’interconnesso mondo milanese: politica, accademia, imprese, cultura. Lei ripete (e ripeterà, in tutti gli eventi pubblici da allora in poi) che la città deve essere inclusiva e che l’università deve cercare di incidere nei territori. Sottolinea le difficoltà di studenti e professori. Stigmatizza, volta dopo volta, la semplificazione dei ragionamenti. Frase tipica: “Dobbiamo abbracciare la complessità”. Altra frase tipica: “Dobbiamo portare a bordo tutti”. Nella sua testa c’è un solo grande organismo, che deve essere pubblico – vuol dire che deve essere aperto a tutti – ma che deve essere efficiente e capace di parlare con il privato. Sarà di destra, Giovanna Iannantuoni? Sarà di sinistra? Non si sa, anche perché non risulta mai una tessera di partito, una candidatura, una elezione da qualche parte. Si professa “laica”, però la politica la appassiona. Almeno tanto quanto il pianoforte, sul quale suona un po’ di classica ma molto jazz e blues. Pensa che la politica, anche quella locale, sia un sistema complesso, al quale si può applicare la teoria dei giochi. Con un limite: funziona se tutti fanno quello che razionalmente è prevedibile che facciano. Nella situazione italiana, è al massimo una speranza. A Milano qualcosa di più, ma non troppo. Se sarà lei la carta del centrodestra, che finalmente sembra voler puntare alto, testerà in fretta la bontà delle sue convinzioni accademiche.