Pietro Tatarella nel 2018, foto LaPresse
GranMilano - una poltrona che scotta /7
Pietro Tatarella, il candidato che non c'è ma che sarebbe un' idea
Da predestinato di talento in Forza Italia al calvario giudiziario (super assolto). Serio, capace, popolare
Pietro Tatarella non è nel novero dei papabili candidati sindaco di Milano. Nessuno lo ha proposto, lui non si è proposto. Ma qualcuno, probabilmente, avrebbe dovuto. O ancora avrebbe tempo per pensarci. Perché ha l’identikit del candidato sindaco perfetto che il centrodestra sogna ma non trova. E’ onesto: qualità accertata da due assoluzioni e contro l’orda di mascalzoni giustizialisti che non è riuscita ad abbatterlo. E’ un liberale moderato, è un politico di valore e un profondo conoscitore dell’attività amministrativa. In più, dopo la vicenda giudiziaria, che lo ha visto in isolamento per oltre 45 giorni, i suoi social sono diventati uno dei pochi posti in cui si possono leggere riflessioni intelligenti sulla città punteggiate da centinaia di commenti e migliaia di visualizzazioni. Del resto Pietro Tatarella ha sempre dato del tu al consenso.
Classe 1983, mamma calabrese di Reggio e papà pugliese di Foggia, è un milanese puro di Baggio: nessuna parentela con Pinuccio. In politica ci arriva con il primo contest politico della storia. Archeologia, ma divertente. E’ il 2005 e c’è Formigoni candidato presidente di Regione ad Antenna 3. Annuncia di voler lasciare un posto in lista per un under 25 e, in sovrimpressione appare un numero di telefono. Tatarella chiama e si presenta in Fiera Milano con altri 100 ragazzi. Dopo le selezioni rimangono in 10, alla fine decide il televoto: vince lui. Alla prima intervista la tocca subito piano. “Sei di Cl?“, gli chiede il giornalista e lui: “No, assolutamente no”. Lo chiama il Celeste: beh, potevi anche non rispondere così… Alla fine prende circa 500 voti. Non bastano, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Un anno dopo, supporta la candidatura di Manfredi Palmeri a palazzo Marino. Sindacatura Moratti. Palmeri diventerà presidente del Consiglio, Tatarella invece entra in Consiglio di zona con 878 preferenze. Ne bastavano 500 per entrare in Comune, ma lui si accomoda nella sua Baggio.
Fabio Altitonante, il suo più grande amico in politica, lo conosce a Gubbio, a un corso di formazione di Forza Italia. Condivideranno tutto, anche l’esperienza giudiziaria, Tatarella in carcere e Altitonante ai domiciliari. Nel 2009 però i momenti tristi sono lontani nel futuro: fanno la campagna con Podestà, c’è anche, giovanissimo, Marco Bestetti, oggi in Fdi. Nel 2011 entra in Comune con oltre 1.700 preferenze. Il capogruppo è Carlo Masseroli. Nel 2013 tocca a lui. Dimostra talento nelle trattative, tra la destra e la sinistra. Ma quando c’è da prendere una posizione scomoda, lo fa. Come quando vota – in splendida solitudine – per le unioni civili: rischia la lapidazione nel partito. Ogni 25 aprile sfila con la Brigata ebraica. Con Pisapia fa un patto per Expo, e garantisce i voti per la M4 che altrimenti non sarebbe passata, perché il centrosinistra si spacca sui costi dell’opera. Nel 2016 prende 5.600 voti. Gli ultimi riesce ad acciuffarli a una manciata di ore dall’apertura dei seggi, facendo il giro delle balere storiche di Milano. Occhio azzurro e sorriso, buona parlantina, determinazione: non si molla nessuna preferenza. Nel 2019 si candida alle Europee, che si terranno il 26 maggio. Ma il 7 finisce in isolamento a Opera. Si scatena il finimondo sui giornali, eppure a quelle elezioni, tre settimane dopo, arriva comunque a sfiorare le mille preferenze. Passa tutta la carcerazione a Opera, pensando al figlio Enea di quattro anni e alla moglie Miriam. Di giorno gioca molto a calcio. Di notte, invece, non riesce a dormire. Nella cella di fronte c’è un ragazzo intelligentissimo, capace. Nato in una famiglia complicata, fa dentro e fuori dalla galera. Si chiama Zeno. Parlano, si preparano la tisana sul fornelletto, passandosela una sera uno e una sera l’altro con una scopa, da un lato all’altro del corridoio. Il 14 di agosto viene trasferito a Busto. Sua moglie, a Ferragosto, va in visita ad Opera, senza trovarlo: nessuno le aveva detto niente. A Busto è dura, in cella con un tossicodipendente problematico. Mancano pochi giorni alla scarcerazione, che avverrà il 22 agosto, quando si presenta davanti al Tribunale del Riesame. Ed è là, in quell’occasione, che i fotografi lo immortalano con le manette. Come Ilaria Salis, ma non in Ungheria. Accade in Italia, però è vietato riprendere e pubblicare foto di persone in manette, dopo Tortora. Una barbarie, e Tatarella la vive tutta. Torna a casa, va a lavorare nella falegnameria di suo padre. Con Miriam fanno un secondo figlio, a cui dà il nome di quel ragazzo conosciuto in carcere, Zeno. Suo suocero, che faceva il gommista, morirà di Covid. Alla mattina la sua routine è andare a pulire l’officina, per poi stare sulle macchine per il legno tutto il giorno.
Nel 2022 la grande gioia: assoluzione in primo grado. Si trovano un po’ di amici, quella sera. E’ una sera calda, si brinda. Ci sono tanti esponenti del Pd, nessuno di Forza Italia. Uno dei più contenti è Mirko Mazzali, l’avvocato dei centri sociali. Amico di Pietro perché garantista: esulterà anche per la sentenza di assoluzione in secondo grado. Oggi entrambi, Pietro e Mirko, si battono per il Sì alla referendum. Ma per Tatarella non è abbastanza. Sta per lanciare un laboratorio di falegnameria in carcere, una birra prodotta a Opera e decine di altre iniziative sociali. Continua a frequentare gli ultimi, lui che a un certo punto, nel 2016, era pure stato preso in considerazione da Berlusconi come candidato sindaco. Troppo giovane, e il profilo di Stefano Parisi era il migliore. Oggi chissà se il Cavaliere si farebbe scappare l’occasione. Chissà.