Getty

GranMilano

Mediobanca via dalla Borsa, fine di un'epoca mitica di Milano

Mariarosaria Marchesano

I rapporti con i grandi gruppi, l'alleanza solida e duratura con Generali e il rapporto di distacco con Milano, fatto anche di rispetto reciproco. Il primo titolo bancario quotato del Dopoguerra finisce la sua corsa dopo 70 anni

Marzo 1956: a Palazzo Mezzanotte, già all’epoca sede della Borsa, arriva Mediobanca. E’ il primo titolo bancario quotato del Dopoguerra. Vengono emesse 10 mila azioni al prezzo di 12.800 lire ciascuna. Settant’anni dopo, Mediobanca sarà “delistata” come ultimo atto dell’incredibile scalata del Monte dei Paschi di Siena portandosi dietro la storia del capitalismo italiano e le liturgie del “salotto buono”. Il rapporto con la città è sempre stato di distacco ma anche di rispetto reciproco. Passare per via Filodrammatici, o Piazzetta Cuccia come battezzata più di recente, è stato per i milanesi come passare davanti a un santuario, luogo simbolo della finanza laica ma avvolto dal misticismo che un personaggio come Enrico Cuccia ha saputo diffondere e che Alberto Nagel ha cercato a modo suo di preservare. Mediobanca, in realtà, nasce ad aprile del 1946 con l’idea di promuovere lo sviluppo industriale e finanziario del paese. Ma solo dopo la quotazione in Borsa il palazzo settecentesco Visconti Ajmi diventa meta di pellegrinaggio dei potenti. La Borsa rifletteva il grande fermento della ricostruzione, dove i contratti tra gli intermediari si facevano con le “grida”. La scena era dominata dai grandi gruppi come Fiat, Pirelli, Edison, Bastogi, Ras e, infine, Assicurazioni Generali. Con tutti questi soggetti Mediobanca intratterrà dei rapporti, ma è con Generali che nasce un’alleanza solida e duratura, che settant’anni dopo si rivelerà in qualche modo fatale (le prime azioni del Leone vengono acquistate proprio nel 1956).

 

 

Sono gli anni in cui la banca vede alla guida Cuccia e Adolfo Tino, ad e presidente (Tino è stato avvocato e giornalista, oltre che banchiere). E Cuccia, che riuscirà ad esercitare il potere d’influenza praticamente fino alla sua scomparsa, nel 2000, fa della riservatezza una regola ferrea con cui anche i giornalisti devono fare i conti. Di recente un “veterano” di Mediobanca, Gabriele La Monica, ha ricordato su Linkedin il rito degli “appostatori”, che ha condiviso negli anni con il fotografo Pino Farinacci e i colleghi delle agenzie di stampa, Lorenzo Lanfrancone e Paolo Zucca. “La voce di Cuccia era come quella dell’imperatore Hirohito, sconosciuta al mondo”, racconta La Monica, che all’epoca lavorava a Radio Dimensione Suono. La scena era più o meno questa tutti i giorni a ora di pranzo: “Buongiorno presidente”. E Cuccia rispondeva “Buongiorno a voi” mentre sfilava rapido verso il Baretto, il suo ristorante preferito. Il mestiere si faceva appostandosi per ore e toccava memorizzare modelli e targhe delle auto per sapere sempre chi ci fosse in banca. “Quando il 24 novembre del 1997, giorno del suo novantesimo compleanno, gli feci gli auguri e mi rispose – racconta La Monica – il tutto a microfono, all’ufficio centrale di Roma brindarono come a Capodanno”. Altra nota di stile cucciano: “Per gli adepti il massimo della gratificazione era costituito dal ricevere a Natale l’agenda tascabile con annessi taccuini personalizzati”. Divenne quasi una sorta di feticismo simbolo di potere autoreferenziale. “E’ finito l’impero romano”, ha commentato con sarcasmo un altro banchiere, Fabrizio Palenzona, il giorno delle dimissioni di Nagel. “Sarà così, ma mette comunque malinconia”, conclude La Monica. In effetti, si chiude un’epoca. In questi casi l’onore delle armi va riconosciuto.

Di più su questi argomenti: