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Dai diamanti non nasce niente, da FI rinascono… le correnti

Fabio Massa

Formigoni potrebbe correre alle Europee (anche se smentisce). Intanto punta a recuperare i suoi. E il partito (e i suoi referenti) in Lombardia aspettano l'esito delle amministrative per capire il da farsi

CELESTE IS (QUASI) BACK - Roberto Formigoni potrebbe correre alle Europee – è vox populi, anche se ieri alla Stampa ha risposto no, anche se sta un’amabile pressione da tante persone”. Ma un po’ forse c’è interesse per ritornare al lavoro, o un po’ perché – per dirla alla Bronte – “solo gli inquieti sanno com’è difficile sopravvivere alla tempesta e non poter vivere senza”. E la politica è una tempesta che dà dipendenza. Certo è che allargando lo sguardo, l’operazione politica che sta dietro alla per ora ipotetica candidatura di Roberto Formigoni è sicuramente assai più ampia. Ed è sicuramente incardinata non – come dicono i giornali – nel partito di Giorgia Meloni, ma piuttosto nella nuova Fi che, con tanta abilità organizzativa e pochi proclami, sta portando avanti il duo azzurro Alessandro Sorte (coordinatore regionale lombardo) e Stefano Benigni (capo dei giovani).

Uno dei pallini di Sorte è la “pacificazione”. Cioè, andare e lenire tutte le ferite ancora aperte del passato. Recuperare chi è andato via, frenare chi prova ad andarsene. Ripartire dalle esperienze che hanno segnato in positivo la storia del centrodestra. E in Lombardia questo vuol dire recuperare tutto il gruppo degli ex formigoniani. A partire da Formigoni, che è più probabile appunto corra, nel caso, con gli azzurri che con i Fratelli. Ma non c’è solo lui. Il silenzio di Massimiliano Salini potrebbe durare ancora poco. E poi ci sono i vari Raffaele Cattaneo, i cattolici impegnati al centro di un deserto che non si capisce se sia terra di passaggio o dolorosa residenza politica. Addirittura qualche ambasciata è arrivata da Brescia, perché l’implosione del Terzo polo fa riflettere anche l’ex Mariastella Gelmini, ma di concreto non c’è nulla. 


LE CORRENTI NON MUOIONO MAI - Specialmente quando si parla di gruppi strutturati, con amministratori locali legati da grandi amicizie, è difficile che le cordate si dissolvano. Al massimo, si spostano. Uno dei primi ad andarsene, schifato dal comportamento di Forza Italia sul suo caso giudiziario (finito in una completa assoluzione), è stato Mario Mantovani. Negli anni difficili ha candidato la figlia Lucrezia in Fratelli d’Italia, e poi pian piano è entrato negli ingranaggi del partito di Giorgia. Ottenuta giustizia dal Tribunale, ora attende le Europee del prossimo anno dopo aver piazzato a suon di preferenze il suo Massimo Garavaglia in Consiglio regionale. Negli azzurri Mario Mantovani era un numero uno, ovvero il coordinatore regionale. Prima di lui, fu Mariastella. La Gelmini è andata via, verso il Terzo polo. Dopo di lei, fu Guido. Ovvero Podestà. Lui è sparito dalla scena politica insieme alla soppressione delle Province, ma i suoi uomini sono rimasti in campo. Forza Italia è stata abbandonata da Stefano Maullu, e poi da Marco Bestetti, che è entrato in consiglio regionale. Ora in Fratelli d’Italia entrerà anche tutto il correntone (numericamente è il gruppo più consistente degli antichi “podestiani”) di Fabio Altitonante. Si aspettano le elezioni amministrative, e poi sarà cosa fatta. 


TEMPO DI CONGRESSI - Che cosa fa invece il Partito democratico? I congressi. Esperienza di democrazia, e ricomposizione delle fratture con l’emersione di altre spaccature. I congressi sono il sale del Pd, e se ci sono ferite aperte è qualcosa di doloroso. Si sa – anche se lui si affretta sempre a dire che non è l’unica ipotesi – che Pierfrancesco Majorino è pronto a sostenere Alessandro Capelli al posto di Silvia Roggiani per la segreteria metropolitana. C’è però l’altra opzione, quella di Santo Minniti, sostenuto da tutto il gruppo dei riformisti. In effetti, c’è poco tempo. Perché pare che Elly Schlein, un po’ convinta dai falchi, un po’ dalla profezia di qualcuno che le sta molto vicino, che i suoi giorni arriveranno fino all’estate 2024, voglia anticipare tutto per radicarsi sui territori. A Milano è chiaro che ad oggi c’è una sola leadership: quella di Pierfrancesco Majorino. Malgrado sia stato sonoramente sconfitto alle elezioni – bravura sua non essere stato travolto da un risultato che avrebbe stroncato chiunque altro – controlla il gruppo regionale e siede in segreteria nazionale. Alla segreteria regionale potrebbe andare Silvia Roggiani al posto di Vinicio Peluffo, uscente. Roggiani è figura di mediazione che fino a oggi ha ottenuto moltissimo proprio con il dialogo. C’è chi preferirebbe l’ex sindaco di Brescia Emilio Del Bono, che però rischierebbe di far ombra proprio a Majorino da un punto di vista mediatico. E questo crea attrito tra le anime del partito. Come finirà? Probabilmente con un “cappotto” da parte della mozione Schlein. 


TERZOPOLISMO ALLA MENEGHINA - E ora, che si fa? Perché sotto la Madonnina la lite con feriti anche gravi tra Matteo Renzi e Carlo Calenda produce uno strano effetto. Strabismo alla milanese. In provincia di Milano è sicuramente più forte Azione, ma in città Italia Viva occupa le posizioni migliori ed elettoralmente è assai competitiva. Tuttavia la cosa incredibile, e a suo modo è un problema, è che a Milano tra Azione e Italia Viva c’è la pace, e tra molti esponenti c’è pure amicizia. Non è un caso che la lista “i Riformisti” – grazie anche ai buoni uffici di Gianfranco Librandi – sia nata proprio a Milano, e di fatto era l’embrione di quel partito unico che ora pare un miraggio irraggiungibile. E quindi? Quindi lista unica, gruppo unico, stesse idee, e stessi elettori. Fortunatamente – mormorano i gruppi dirigenti – non c’è da ammazzarsi in competizioni almeno fino alle Europee. Si spera che il tempo lenisca le ferite, anche se stavolta tra Renzi e Calenda è stata una zuffa sanguinosa.

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