Il presidente francese François Hollande con il ministro dell’Economia Emmanuel Macron, che all’inizio di aprile ha lanciato un movimento tutto suo: En marche!

L'età del tradimento

Paola Peduzzi
Fino a poco tempo fa, il trio Hollande, Valls, Macron sembrava avviato verso un compromesso: non se ne conosceva la natura, ma il dialogo era aperto, e pure se una frattura tra Hollande e Valls era probabile, certo si è sottovalutato a lungo la possibilità che a tradire per primo fosse Macron.

François Hollande è uno di quegli uomini politici che non rinunciano mai, “abbastanza tenaci da non abdicare alla propria ambizione”, ha scritto Gérard Courtois sul Monde. In Francia ce ne sono stati altri come lui: questa è la terra della tigna e del tradimento politico, nulla è impossibile e nulla è escluso quando, come diceva Nicolas Sarkozy, l’ossessione della presidenza non ti abbandona mai, nemmeno quando ti stai facendo la barba. François Mitterrand, ispiratore e mentore di Hollande, nel 1980 era l’unico a essere convinto che sarebbe diventato presidente: i comunisti lo prendevano in giro, mentre Valéry Giscard d’Estaing dominava l’Eliseo e l’avversario Michel Rocard si rivendeva come il testimonial della sinistra moderna. L’anno successivo Mitterrand entrava all’Eliseo. Anche Jacques Chirac nel 1994 era isolato, surclassato da Edouard Balladur, attaccato da ogni parte, c’era chi diceva guardandolo: che pena. Nel 1995 Chirac è diventato presidente.

 

Semmai il problema di Hollande è che è già all’Eliseo, ma il suo mandato è finito prematuramente a un anno dal voto. Lui ripete, come ha fatto anche nell’ultimo intervento televisivo il mese scorso, che “non passerà giorno senza una riforma”, da qui al 2017 la Francia cambierà volto e la scommessa della disoccupazione sarà vinta (dicono che Hollande considera la sua promessa di invertire il trend tragico dell’occupazione “l’errore più grande della mia presidenza”, uno di quegli annunci sciagurati che ti restano addosso per sempre, come la “linea rossa” invalicabile di Barack Obama sull’utilizzo delle armi chimiche in Siria, che infatti fu una dichiarazione improvvisata, di fronte alla quale il team di politica estera del presidente americano sbiancò e ci mise mesi a riprendersi). Ma in realtà Hollande passa il suo tempo a contrastare le ambizioni degli altri, che sono esplose tutte insieme e tutte senza preavviso, in quello che doveva essere un placido anno di preparazione alla campagna di rielezione.

 

A oggi non ci sono candidature ufficiali alle presidenziali del 27 aprile del 2017, così come il tema delle primarie è di quelli che nessuno vuole affrontare: consuetudine vuole che il presidente in carica sia considerato il candidato ufficiale per un secondo mandato. Nel Partito socialista c’è chi si è abituato nel tempo a considerare questo automatismo con un certo sollievo: la popolarità di Hollande è bassissima, i sondaggi rivelano stanchezza mista a rabbia nei confronti del governo, i dati economici registrano sussulti minimi di ripresa e spesso smentiti il mese successivo, la piazza è invasa da giovani studenti alleati con i sindacati che non vogliono la riforma del lavoro, che iniziano a diventare rissosi, che sono pronti a protestare e a scioperare fino alla vittoria, nonostante il governo usi le maniere forti con la superfiducia all’Assemblea nazionale.

 

Chi vorrebbe mai giocarsi la carriera ora?, che se la sbrigasse Hollande, se schianto dev’essere che alla guida ci sia il presidente che ha costruito le premesse dell’incidente: gli altri ci penseranno al giro successivo. Ma l’ambizione non è materia facile da maneggiare: è vorace, non si accontenta di calcoli o di patti, soprattutto quando attorno si aprono varchi enormi, vuoti di idee, vuoti di leadership, fronde, divisioni incurabili in cui potersi accucciare con una certa facilità. Il Partito socialista oggi è, come scrive il direttore dell’Express, “morto”: questa settimana lo scontro è stato palese, con la fronda a sinistra che ha provato ad affossare la volontà del governo di passare la legge sul lavoro con il 49.3, la superfiducia che è già stata utilizzata altre tre volte da questo governo ed è considerata una forzatura istituzionale simbolo della disperazione. Una riforma passata “con il forcipe”, come ha scritto il Monde, non è una riforma che può avere un futuro solido. Se il Partito socialista non trova il modo di risolvere i suoi conflitti entro il 2017  “oltre che morto sarà anche sepolto”, sentenziano i politologi. Ecco che allora, alimentata da ambizioni personali fortissime, è iniziata la guerra di civiltà dentro alla sinistra. Hollande, che in questi anni ha cercato, con la persuasione e talvolta la minaccia, di tenere insieme il partito, si è visto così rubare lo scettro del garante dell’unità e della continuità: rischia di diventare un candidato come un altro.

 


Il presidente francese Francois Hollande (foto LaPresse)


 

Per la sinistra liberale d’Europa, che non sta vivendo un periodo di grande popolarità, è un sollievo sapere che la faida più spettacolare in Francia riguarda i riformisti. Nel paese più refrattario al cambiamento di tutto il continente, si litiga su chi è più riformatore. Si litiga anche su molto altro, anzi si litiga su tutto, ma lo scontro principale è quello tra il premier, Manuel Valls, e il ministro dell’Economia, Emmanuel Macron, che ha lanciato all’inizio di aprile un movimento tutto suo, En marche!, con cui vuole superare la distinzione tra destra e sinistra, ma soprattutto frantumare le speranze di Valls. Due riformatori, due liberali, due armi che Hollande ha utilizzato per imprimere quella svolta socialdemocratica che ha sventolato a più riprese dopo il primo anno di mandato presidenziale.

 

Fino a poco tempo fa il gioco era stato sintetizzato più o meno così: Hollande usa Macron per fermare Valls. Il premier è sempre risultato agli occhi del presidente più pericoloso e infido rispetto al ministro dell’Economia: intanto Valls ha 54 anni e non 38 come Macron, poi fa politica da quando aveva diciott’anni (stava con Rocard) e soprattutto è stato eletto, cosa che per Hollande è dirimente. Per lui, che primariamente è un funzionario di partito, un burocrate paziente e tenace, chi non è stato eletto non esiste, “la carriera precede il destino”. Valls poi lavora con Hollande da tanto tempo, gli ha fatto da cane da guardia con la stampa durante le presidenziali del 2011, è stato al ministero dell’Interno, che è un ministero potentissimo perché i dossieraggi vanno di pari passo con i tradimenti e tradizione vuole che ci sia un tasso altissimo di tradimento politico laddove si abbia accesso alla rete di informazioni e informatori che passano per Place Beauvau, ed è stato nominato, nel 2014, premier. Strutturalmente Valls è più forte di Macron. E soprattutto è uno che, fin dalle primarie miseramente perdute, parla di ottimismo, di rilancio, di quel “socialista” da togliere dal nome del partito, di libertà, di valori occidentali (prima dell’infatuazione globale per Macron, Valls era considerato il falco di Francia, Nicolas Sarkozy lo corteggiò a lungo in quell’attimo d’ouverture su cui pensava di costruire la sua eredità eterna).

 

Insomma Valls ha le idee chiare su come si fa a essere liberali, e anche se il suo governo non eccelle in popolarità ed efficacia, personalmente il premier ottiene più consensi di Hollande. Ha tutte le caratteristiche del traditore, compresi la mascella serrata e lo sguardo nervoso di chi sa cogliere al volo il momento giusto per sferrare l’attacco.
Quando ancora le presidenziali dell’anno prossimo sembravano sufficientemente lontane, Valls ha insistito per portare al governo Macron, che era un tecnico passato dal mondo dei banchieri all’Eliseo sempre mantenendo un approccio spensierato e moderno alla politica: post tutto, si definiva, post socialismo, post divisione destra-sinistra, fuori dai giochi di partito, anzi ignorato da quei giochi. Nello scontro più violento che c’è stato all’interno del governo tra le due ali del socialismo, antiglobalizzazione vs liberali, Macron è stato usato come un ariete per spodestare Arnaud Montebourg, che era il ministro dell’Economia prima di lui e che da allora giura vendetta (pare che con questa piazza bella agguerrita contro la riforma del lavoro, Montebourg e la sua fidanzata Aurélie Filippetti, la coppia d’oro dell’antiliberalismo, stiano organizzando una candidatura da opporre a Hollande alle primarie, raccogliendo il malcontento di buona parte del partito contro il presidente e il fascino che questa tipologia di sinistra esercita in Europa e con Bernie Sanders anche negli Stati Uniti: i giornali francesi sono pieni di immagini insolitamente sorridenti di Montebourg, forse sa qualcosa che gli altri ancora non sanno).

 


Arnaud Montebourg (foto LaPresse)


 

Fino a poco tempo fa, il trio Hollande, Valls, Macron sembrava avviato verso un compromesso: non se ne conosceva la natura, ma il dialogo era aperto, e pure se una frattura tra Hollande e Valls era probabile, certo si è sottovalutato a lungo la possibilità che a tradire per primo fosse Macron. Molti collaboratori avevano avvisato Hollande: stai attento, Macron non si ferma. Ora in compenso forse la minaccia di Macron è sopravvalutata: c’è buona parte del mondo dei politologi francesi che considera il ministro dell’Economia una bolla che si sgonfierà presto, non appena si disperderà il fattore novità. A vederlo da vicino, Macron sembra tutto tranne che una bolla: è deciso, sa spiegare le motivazioni del suo movimento con una visione che va oltre la faida quotidiana, è convinto soprattutto che non si debba negoziare troppo, che si debba anzi osare, rivoluzionare, strappare. Non ha la mascella serrata, ma è pronto a colpire. Da giorni circola la voce che il ministro dell’Economia si stia per dimettere – attorno al 10 giugno, ha scritto il sito Mediapart – e anche se lui ha smentito di aver raccolto fondi (a Londra) per la sua candidatura, la destra ora chiede: facciamo un’inchiesta, vediamo se dice il vero, stiamo pur sempre parlando di un ministro della République, non può mentire. Che i soldi ci siano o no, non è del tutto rilevante, perché la rottura con Hollande si è già consumata. Così ha raccontato l’Express nell’articolo più citato e letto della settimana, intitolato appunto “Rupture”.

 

Il magazine racconta che il presidente non ha compreso la pericolosità di Macron per una ragione molto personale: si rivede in lui. Ha sognato di essere per il giovane ministro senza esperienza quel che Mitterrand fu per lui, salvaguardandolo anzi dalle pene che subì quando cercava di conquistare la fiducia del suo padre politico: Mitterrand preferiva Ségolène Royal, ex compagna di Hollande, e ci mise tantissimo tempo e richiese molte prove d’amore prima di accorgersi e fidarsi di Hollande. Così a parti ribaltate il presidente oggi ha voluto dare a Macron subito quelle occasioni che a lui furono a lungo negate. Così se l’è portato all’Eliseo come segretario aggiunto, gli ha dato accesso a tutti i dossier più importanti, gli ha insegnato l’arte della cautela e del negoziato, il “metodo Hollande” come lo chiamano i francesi.

 

L’amore fa abbassare la guardia, si sa, il presidente certo l’ha abbassata, ma è adulto abbastanza da capire che non può essere sicuro che Macron lo ricambi. Così quando il segretario gli chiede di pubblicare un saggio sulla socialdemocrazia sulla rivista Esprit, Hollande gli dice di no. Ha già troppi problemi nel dare forma a una sua visione di sinistra che faccia dimenticare l’obbrobrio del 75 per cento di tasse ai ricchi di inizio mandato per permettere al ragazzo di risplendere troppo. Ama ma è vigile, “Hollande è già stato tradito da tutti quando era alla testa del Partito socialista”, dice un suo collaboratore.
Quando nel 2015 iniziano a deteriorarsi i rapporti tra Macron e Valls, il presidente osserva divertito, intervenendo soltanto quando i dissapori rischiano di colpire anche lui. Alla fine dell’anno scorso, la moglie di Macron, Brigitte, inizia a cercare un’altra casa a Parigi, perché il ministro vuole lasciare Bercy, lo scontro non è sostenibile, Macron non vuole rimanere incastrato in una faida che rischia di rovinargli la carriera. Gli osservatori del “metodo Hollande” iniziano a preoccuparsi: nel 2005, il presidente aveva fatto andare avanti la sua compagna Ségolène per impedire un ritorno degli elefanti come Lionel Jospin, perché era convinto che poi l’avrebbe governata facilmente. Non andò così, e ora il calcolo potrebbe essere ancora più sbagliato. Perché Hollande non controlla più né Valls né Macron, entrambi hanno deciso che le regole sono saltate, che ora bisogna buttarsi, consumare il tradimento una volta per tutte, e non voltarsi più indietro. La spaccatura dentro alla sinistra francese aiuta, l’assenza di consenso nei confronti di Hollande pure, e la piazza contro le riforme imporrà al presidente una cautela che però i due tenteranno di non assecondare.

 

Hollande può riprendere il controllo solanto se i dati economici inizieranno a dargli ragione, e l’ipotesi non è del tutto esclusa perché le previsioni per la seconda metà dell’anno sono sulla carta più floride dello stato attuale. Soprattutto Hollande deve saper gestire il tradimento, arte che ha studiato per tutta la vita. Perdonare non è mai facile, ancora meno se c’è anche la propria ambizione da manovrare. I suoi collaboratori gli dicono: calma, lascia che intanto si scannino tra di loro. Ma la debolezza di Hollande è la stessa dall’inizio: Macron è come un figlio, non c’è tradimento più doloroso. 

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi