Ansa
Chiamata alle armi
Quelli del No hanno mobilitato un esercito di salvatori della Costituzione: la lotta era impari
Da un lato figli legittimi di Calamandrei, eredi dei partigiani, dall’altro gente che voleva una giustizia più limpida. Chi voleva mettere un punto a quel conflitto parasudamericano tra politica e magistratura che va avanti da Tangentopoli dovrà aspettare altri trent’anni
Diciamolo subito: non si è mai andati a votare sulla giustizia. Mai. Nemmeno per un momento. Pensare il contrario richiede una gran dose di ottimismo nel festoso esercizio della democrazia e nella “vasta affluenza”. Magari tutta questa passione per la separazione delle carriere, le correnti, il Csm… roba da quattro gatti radicali, fino all’altro ieri. Macché. Si andava a votare sulla sacralità antifascista della Costituzione e quindi qui non abbiamo mai avuto dubbi sulla vittoria del No – ho le prove, gli screenshot, le chat di gruppo. Ci si chiedeva solo “di quanto”. E vi dirò, pensavo peggio! Bisogna vivere sulla luna per credere che gli elettori abbiano riempito i seggi per esprimersi sul merito di una materia complicata, subito trasformata nell’ennesimo affondo alla nostra fragile democrazia – cosa che invece scalda i cuori, accende gli animi, mette sul chi va là. “E’ una vittoria che è come quella della lotta partigiana” – dice Giovanni Bachelet (Comitato per il No), dando quindi del “fascista” al 46 per cento degli italiani, più o meno. Il clima era questo. E’ sempre stato questo.
Tutte, ma proprio tutte le persone che ho incontrato in queste settimane non andavano a votare sul funzionamento della giustizia e le sue storture: se votavano Sì non te lo dicevano. Se votavano No era un No a Giorgia, la deriva autoritaria, il modello Orbán, l’emergenza democratica, la fine dei diritti e già che c’erano, un No a Trump e Netanyahu, amici di Giorgia. “Questo No è anche un No alla guerra”, diceva qualche artista, e non scherzava. Parlo di persone istruite, benestanti, lettori forti. Persone assolutamente favorevoli alla separazione delle carriere – suvvia, come si fa a non esserlo? – ma che si sarebbero fatte tagliare un braccio anziché darla vinta a Giorgia. Perché il Sì era forse, forse, un Sì alla riforma, ma il No era qualcos’altro. Una chiamata alle armi, una mobilitazione d’istinto, un posizionamento etico, il riflesso di un elettorato che sa benissimo cosa lo unisce anche quando non sa cosa vuole. Non era un referendum ma un aperitivo delle agognate politiche – perché tutti credevamo che Giorgia sarebbe durata sei mesi e questa cosa che resta in carica fino a fine legislatura, nel paese dei governicchi che durano un anno e mezzo, proprio non va giù. Bisognava essere abbastanza miopi per non vedere poi quanto anche questo voto sarebbe stato influenzato dallo scenario globale e dallo spostamento a sinistra della borghesia italiana dopo il 7 ottobre (guardate cos’è diventato il Corriere della Sera, per dire).
E’ una cosa a cui non eravamo abituati, e siamo arrivati un po’ impreparati: la campagna del No è stata subito impostata così. Ricordate? “Se vince il Sì, arriva l’Ice”. La polarizzazione radicale di questi tempi non si addice alle riforme, che già si addicono poco all’Italia. E così quelli del No sono andati a votare avendo in testa anche un po’ di Gaza e di flotillas e il 25 aprile e poi naturalmente lei, La Più Bella Del Mondo. Se da un lato mobiliti un esercito di salvatori della Costituzione, figli e figlie legittime di Calamandrei, eredi dei partigiani, fuorisede con lo zaino in spalla che attraversano la penisola perché “la Costituzione è appesa a un filo” – e dall’altro c’è gente che più modestamente vorrebbe una giustizia più limpida – lo capite anche voi che è una lotta impari. Ai referendum, come altrove, la motivazione è tutto. E poi riforme del genere, in Italia, non può farle mica la destra – qui siamo proprio all’Abc, l’onere della prova ce lo potevamo risparmiare. Volendo consolarsi c’è comunque un 46 per cento di italiani (fascisti per Bachelet) che non considera la Costituzione come il Corano e i magistrati come tanti intoccabili ayatollah – e già questa è una piccola buona notizia. Quanto alla giustizia però ce la teniamo così. Chi aspettava questa riforma da trent’anni, anche per provare a mettere un punto a quel conflitto parasudamericano tra politica e magistratura che va avanti da Tangentopoli (radicali, liberali di sinistra, di destra, di tutto) dovrà aspettare altri trent’anni. Ci penseranno i nipoti.