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l'intervista
Nordio: “Delmastro e Bartolozzi restano. Ma vi dico cosa abbiamo sbagliato. Pm? Non temo vendette”
Il ministro della Giustizia dopo la sconfitta al referendum: "Non penso di dovermi dimettere. Il popolo non ci ha creduto, tutto qua". E sulle conseguenze del risultato è netto: "La magistratura opporrà una resistenza sistematica a qualsiasi progetto di riforma che il governo vorrà portare avanti"
Roma. Pensa di dimettersi? “No”. Però le daranno la colpa della sconfitta, ministro Carlo Nordio. “Oddio sicuramente è una battaglia che io ho sostenuto. Con il massimo del mio vigore, della mia energia e della mia convinzione. Quindi è anche una sconfitta mia, di cui rivendico la paternità, perché se c’è una cosa che non mi manca è il coraggio. Però non penso di dovermi dimettere né sarò certo io a cercare altri capri espiatori, o scuse per la sconfitta. Era una battaglia in cui credevo e l’abbiamo persa perché il popolo invece non ci ha creduto, tutto qua”. Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi resteranno al loro posto? “La nostra compagine ministeriale è compatta”. Hanno avuto un peso sull’esito del voto? “Non penso”.
Quando Carlo Nordio risponde al telefono, il No è già oltre il 54 per cento e non c’è più niente da aspettare. Gli si chiede, spiritosamente: se la magistratura associata leggerà il No come una propria vittoria, cosa succederà adesso, ci saranno ritorsioni, avrete avvisi Garanzia a raffica? Nordio capisce la battuta. Ride. “Quello che accadrà, credo e temo, è che la magistratura associata costituirà un’ulteriore limitazione della sovranità della politica. Bisogna capire bene cosa intendo. Non mi aspetto né temo una reazione giudiziaria diretta, una specie di rivalsa con gli avvisi di garanzia. Escludo in via assoluta che la magistratura possa reagire vendicandosi con metodi giudiziari. Quello che farà, ed è del tutto normale, è opporre resistenza sistematica a qualsiasi progetto di riforma che il governo vorrà portare avanti. Una resistenza sorda, capillare, esercitata attraverso tutti gli strumenti leciti a sua disposizione. Ecco perché dico che sarà più silenziosa. E anche più pericolosa per la politica”. Questo significa che anche la grande riforma della giustizia è ormai rinviata a tempo indeterminato? “Non userei toni apocalittici. Però è evidente che ci sarà un rallentamento in tutte le riforme che avremmo voluto fare, quelle che andavano nell’attuazione del codice Vassalli, che è un codice liberale, garantista, figlio di una stagione in cui anche la sinistra sapeva cosa voleva dire riformare la giustizia nell’interesse dei cittadini”. Al sud ha vinto il No con margini netti. Più del 70 per cento a Napoli. Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, aveva detto che le mafie votavano per il Sì. Cosa direbbe oggi Gratteri? “Penso solo una cosa, che Gratteri sbaglia e sbagliava a dire quelle cose. Se la mafia controllasse davvero il voto nel Mezzogiorno, come Gratteri ha sostenuto per anni, e il Mezzogiorno ha votato No, allora la mafia ha votato No. Ma questa è esattamente la logica degli allarmismi di Gratteri. Che oggi risultano smentiti”.
Ha dei rimpianti, ministro? Qualcosa che avrebbe fatto diversamente? “Rimpianti veri e propri no. Forse un po’ di rammarico per come sono state interpretate alcune mie uscite pubbliche, come quella sul ‘sistema paramafioso nel Csm’. Quella frase è stata attribuita a me in modo improprio, perché io citavo soltanto la frase di un altro”. Nino Di Matteo. “Ma è stata attribuita a me, e ripetuta anche da giornalisti che forse avrebbero potuto prendersi la briga di informarsi meglio prima di scrivere. Ma più che un rimpianto personale, considero quell’incidente una lezione che mi porterò dietro. Un elemento di prudenza per le prossime volte”. Meglio una parola in meno che una parola in più? “Forse”. Non pensa che alla campagna elettorale per il Sì sia mancata una regia, la scelta di un messaggio comune? “Ognuno è andato per conto suo, questo è vero. Non essendo stata una campagna politica in senso stretto, non c’era un coordinamento unitario, una cabina di regia nel centrodestra. Ciascuno ha fatto la sua parte come ha ritenuto”. A sinistra invece una regia c’era, e si vedeva. “E’ diventata una spallata al governo Meloni, un voto di fiducia o sfiducia sull’esecutivo. Anche se non lo era, e non avrebbe dovuto esserlo. Questa è stata la vera operazione politica del fronte del No: prendere un referendum di garanzia costituzionale, che riguardava l’architettura del nostro sistema giudiziario, e trasformarlo in uno strumento di lotta politica contingente”. Ha sentito Giorgia Meloni dopo la sconfitta? “Oggi no”.