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Il Colloquio

Un Sì per liberare la magistratura dalle correnti. Parla Guido Melis

Luciano Capone

 “Negli anni ‘70 le correnti erano movimenti ideali, ora sono un sistema di potere” dice al Foglio lo storico della magistratura, esponente di Sinistra per il Sì ed ex parlamentare del Pd

Caduta degli ideali, pacificazione del conflitto, consociativismo e burocratizzazione. La parabola delle correnti della magistratura è la stessa dei partiti nella fase degenerata della Prima Repubblica”, dice al Foglio Guido Melis, esponente della cosiddetta Sinistra per il Sì. Allievo di Luigi Berlinguer, dx deputato del Pd (2008–13), ma soprattutto storico della magistratura: già professore di Storia delle istituzioni alla Sapienza, alla Scuola superiore della pubblica amministrazione e alla Scuola superiore della magistratura, dove ha tenuto lezioni sulla storia dell’associazionismo giudiziario. “Si parla di ‘degenerazione’, ma è qualcosa di più: un sistema di potere che sposta la sede delle decisioni dalle istituzioni alle correnti, dove avvengono accordi e traffici”. 

Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, dice che il potere delle correnti è una leggenda: i magistrati iscritti alle correnti sono solo 2.100 su circa 9 mila. Uno su quattro. Se fossero così potenti si iscriverebbero tutti, dice. “E’ una lettura un po’ superficiale – dice il prof. Melis –. Il 25 per cento è un tasso di adesione elevatissimo, nella Prima Repubblica all’apice della partitocrazia non c’era nella popolazione un tassi di iscrizione ai partiti così elevato. Nessuno si sogna di dire che i partiti contavano poco, anzi”. Non è un caso che da sempre tutti i togati eletti al Csm siano iscritti alle correnti e che i vertici dell’Anm, che rappresenta la totalità dei magistrati, siano espressione delle correnti. “Il fatto è questo: essere nelle correnti conta o per il bene, una promozione, o per il male, evitare una sanzione. Non è un’assicurazione totale, ma un fattore di protezione. Non è un potere che si misura con il numero degli iscritti: i magistrati sul territorio si rivolgono ai referenti della corrente per risolvere dei problemi. Chi non è iscritto magari si iscriverà e chi non si scriverà comunque voterà”.

Le correnti sono quindi il male assoluto? “Non è corretto metterla in questi termini. All’inizio, negli anni ‘60 e ‘70, sono stati una forza democratica e modernizzatrice. Esprimevano valori ideali, piattaforme culturali, si distinguevano rispetto all’esercizio delle funzioni, hanno ottenuto una riforma radicale dell’ordinamento che era fortemente gerarchizzato, dove la magistratura era sotto il tallone della Cassazione e dei più anziani. Hanno spinto all’attuazione della Costituzione. C’è stata una stagione gloriosa delle correnti, a cui è seguita un’involuzione e una degenerazione”. Quello che, una volta scoperchiato, tutti hanno conosciuto come il Sistema di Palamara. “Somiglia molto al sistemi consociativo dei partiti nella fase discendente della prima Repubblica. Palamara, che è diventato una sorta di capro espiatorio, non era un despota: era il regista raffinatissimo di un sistema di distribuzione delle spoglie, che arrivava a spartirsi anche i tavoli del Csm, di cui l’Anm è la camera di compensazione tra le correnti”.

La soluzione della riforma è il sorteggio. Non sarà un metodo un po’ brutale? Far prevalere il caso sul merito? “Ma non è affatto vero che il voto riconosce il merito, in questo contesto premia chi organizza e raccoglie il consenso, che è un altro tipo di abilità. Il sorteggio non è certamente elegante, ma mi pare l’unico strumento per togliere questa cappa che opprime tantissimi giovani e validi magistrati, che sono soprattutto donne”. Magari, senza doversi occupare di liste ed elezioni, le correnti potrebbero tornare a occuparsi di ciò per cui erano nate: dibattiti ideali, riviste, seminari, approfondimenti... “E’ quello che pensano i più saggi, le correnti potrebbero uscirne rivitalizzate. Si romperebbe questa mafietta, mi si lasci passare il termine, ci sarebbe un rimescolamento, verrebbero sprigionate energie nuove, si riprenderebbe quello slancio vitale degli anni ‘60-‘70 che ha prodotto un pezzo di classe dirigente del paese di grande valore”.

E se vincesse il No? “Beh, sarebbe senza alcun dubbio un’affermazione del potere politico dell’Anm, che è già molto forte. Nella magistratura si riaffermerebbe la morsa delle correnti e fuori, forte della legittimazione popolare del referendum, la magistratura diventerebbe debordante”. Sarebbe anche una vittoria dell’opposizione. “Già ora, prima dell’esito del referendum, si leggono esternazioni dell’Anm che dice: ‘Poi la facciamo noi la riforma’, assumendo l’iniziativa legislativa. Figurarsi dopo. La politica è in grado di gestire una situazione del genere, con un Pd diviso al suo interno e poi diviso con il M5s? A me sembra chiaro che se vince il No l’opposizione diventa prigioniera dei magistrati. A quel punto le correnti della magistratura conteranno più delle correnti del Pd”.

 

 

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali