il caso
Anm, Comitato per il No, correnti: tutti occupano la Cassazione (a scrocco)
Al Palazzo di giustizia di Roma hanno sede l'Associazione nazionale magistrati, il suo Comitato per il No, le sue correnti, l'Associazione internazionale delle toghe e pure quella europea. Chi ha autorizzato la loro presenza? E chi copre le spese delle utenze?
Sabato scorso l’Associazione nazionale magistrati ha diffuso un messaggio di solidarietà ricevuto dall’Associazione internazionale dei magistrati (Iaj) in vista del referendum: “L’Unione internazionale dei magistrati quindi la comunità giudiziaria internazionale vi è vicina nel comune impegno per la difesa dell’indipendenza della magistratura e dello stato di diritto. Non siete soli”. Insomma, una presa di posizione per il No. Già lo scorso ottobre l’Iaj si era espressa contro la riforma Nordio con una risoluzione molto dura in cui ci si rivolgeva direttamente ai senatori italiani chiedendo di fermare l’approvazione del testo. Nella risoluzione si richiamavano anche le precedenti prese di posizione dell’Associazione europea dei magistrati (Eaj), che costituisce un’articolazione dell’Iaj. Dove ha sede l’Associazione internazionale dei magistrati (Iaj)? Al Palazzo di giustizia di Roma, sede della Cassazione. Dove ha sede l’Associazione europea dei magistrati (Eaj)? Sempre al Palazzaccio. Dove ha sede l’Associazione nazionale magistrati (Anm)? Al Palazzaccio. Praticamente i comunicati di solidarietà vengono inviati da una stanza all’altra.
Ma non basta. L’Anm, come è noto, ha anche promosso la creazione di un Comitato per il No al referendum, chiamato “Giusto dire no” e presieduto da Enrico Grosso. Questo comitato risponde direttamente alle indicazioni del comitato direttivo dell’Anm e riceve fondi da quest’ultimo (800 mila euro i soldi stanziati finora dal sindacato delle toghe). Se vi chiedete dove ha sede il comitato la risposta è sempre la stessa: al Palazzaccio. E, ancora, hanno sede al Palazzaccio anche tutte le correnti che animano l’attività dell’Anm (Area, Unicost, Magistratura democratica), fatta eccezione per Magistratura indipendente.
Insomma il Palazzo di giustizia di Roma, dove la Suprema Corte di Cassazione svolge la sua delicata funzione giudiziaria, è occupato da una fiumana di associazioni private rappresentative dei magistrati. Proprio quelle che, da decenni, influenzano in maniera asfissiante la vita dell’organo di governo autonomo delle toghe, il Csm, e in questo modo della magistratura italiana nel suo complesso.
La situazione al Palazzo di giustizia è talmente paradossale che qualcuno, giustamente, si è posto alcune semplici domande: la presenza dell’Anm al sesto piano del Palazzaccio, che così viene sottratto all’attività giurisdizionale o comunque al servizio pubblico, è stata autorizzata o si svolge, di fatto, in modo abusivo? E chi copre le spese relative alle utenze degli spazi in questione? Ad avanzare questi interrogativi, con tanto di richiesta di accesso agli atti, è stato l’avvocato Romolo Reboa, vicepresidente del Comitato nazionale “Professionisti per il Sì”. Tra un rimpallo di responsabilità e l’altro (ministero della Giustizia, Agenzia del demanio e Cassazione), Reboa ha così scoperto che esiste una “Commissione per la manutenzione e conservazione”, alla quale è affidata la gestione degli spazi del Palazzo di Giustizia. “Anziché coadiuvare il ministero, però, questa Commissione è diventata una sorta di potere autonomo – dice Reboa al Foglio –. In seguito alle nostre richieste di chiarimento è emerso che esisterebbe un verbale del 1959, menzionato ma non mostrato, che avrebbe autorizzato la presenza dell’Anm al sesto piano del Palazzaccio a titolo gratuito”.
Insomma, da 67 anni l’Anm occuperebbe alcune stanze del Palazzo di giustizia di Roma senza pagare nulla. Inoltre, a propria volta l’Anm ha consentito l’utilizzo dei medesimi locali a un altro soggetto di diritto privato, il Comitato per il No, sicuramente estraneo all’attività ministeriale.
“Una cosa è certa ed è stata da me denunciata all’Autorità nazionale anticorruzione, e cioè il mancato rispetto degli obblighi previsti dalla legge n. 190 del 2012 sulla trasparenza delle informazioni relative alle attività svolte dalle pubbliche amministrazioni”, afferma Reboa. Che nel corso di questa sua indagine ha anche scoperto l’esistenza della “Fondazione Acampora”: un ente di previdenza dei magistrati istituito sulla base di un Regio decreto del 1919, che ogni anno incassa almeno 2 milioni di euro dal prelievo dello 0,3 per cento dalle buste paga di ogni magistrato. L’ente formalmente risulta essere stato abrogato da una legge del 2010, ma continua a esistere. Anche sull’attività di questo istituto la trasparenza è quasi nulla.
Al “Palazzaccio gate”, come lo ha battezzato Reboa, ora viene quindi spontaneo aggiungere anche la presenza dell’Associazione internazionale dei magistrati, così come quella delle correnti. Chi paga per la loro presenza al Palazzo di giustizia?