Giancarlo Caselli (foto Olycom)

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Il giudice della stanza accanto

Giuseppe Sottile

Come la casta dei cosiddetti “magistrati coraggiosi” ha neutralizzato, addomesticato e bullizzato i colleghi che avrebbero dovuto controllarli. Avevano un braccio armato: i giornalisti del circo mediatico giudiziario

Cè una casta bramina che per quarant’anni ha addomesticato – e in molti casi bullizzato – i giudici della stanza accanto: quelli che, secondo il dettato costituzionale, avrebbero dovuto verificare la correttezza delle inchieste giudiziarie, soppesare la solidità delle prove raccolte dall’accusa e valutare con scrupolo la necessità degli ordini di cattura. Ricordate i cosiddetti “magistrati coraggiosi”, quei pubblici ministero che al tempo dell’antimafia chiodata hanno imbastito processi farlocchi, hanno appeso all’albero della gogna persone innocenti, hanno costruito carriere sulle pene degli altri? Dicevano di cercare verità e giustizia e invece traccheggiavano con i pentiti per disegnare scenari improbabili. Dicevano di volere smascherare colpe e complicità sulle stragi di mafia e invece si servivano dei pataccari per costruire teoremi e inchiodare sul banco degli imputati chiunque mostrasse di volere contrastare il loro potere. Già. Come si permettevano i Ros, al comando del generale Mario Mori, di sollevare un dubbio di fronte ai Reverendissimi Inquisitori della procura che volevano invece riscrivere la storia d’Italia e bruciare sul rogo della giustizia la Dc di Giulio Andreotti o l’impero di Silvio Berlusconi? Con quale faccia tosta quei testardi carabinieri volevano dirottare l’attenzione sullo scandalo degli appalti mentre i coraggiosi magistrati dell’antimafia non vedevano l’ora di inconigliarsi come segugi dentro Palazzo Chigi o tra i saloni del Quirinale per sfogliare l’agenda di Oscar Luigi Scalfaro e di Carlo Azeglio Ciampi, o per intercettare le conversazioni di Giorgio Napolitano?

Oggi quella casta è in prima fila, impegnata fino allo spasimo, con i suoi uomini e i suoi mezzi, nella battaglia contro la separazione delle carriere. Dicono di non avere altro scopo se non quello di difendere la sacralità della Costituzione ma negli anni, certamente difficili, dell’emergenza mafiosa hanno mortificato o dilatato – scegliete voi – le regole dello stato di diritto. Hanno sottomesso gip e presidenti di tribunale. Hanno sfregiato le istituzioni. Si sono presentati alle elezioni e hanno persino tentato la scalata al governo della Repubblica. Per fortuna hanno raccolto lo zero virgola, ma la loro partita col potere non si è mai conclusa. Anche perché, nel frattempo, hanno imparato come si maneggia la politica politicante, come si amministrano le correnti, come si governa il Consiglio superiore della magistratura, come si ripartiscono le nomine, come si zittiscono gli infedeli, come si condiziona l’opinione pubblica; e, va da sé, anche come si mette in piedi un teatrino giudiziario col fine ultimo di scombussolare l’equilibrio dei poteri. Ricordate come cadevano le teste ai tempi di Tangentopoli? Ricordate con quale ritmo e con quanta alterigia i pm milanesi ammanettavano corrotti e corruttori o con quale clamore sputtanavano segretari di partito e boiardi di stato, sicofanti e ladri di passo, traffichini e ruffiani, colpevoli e innocenti?

Erano i giorni della rivoluzione e del furore giacobino, delle tricoteuses in delirio e delle monetine lanciate in faccia a Bettino Craxi. Ed erano soprattutto gli anni in cui il vasto popolo dei forcaioli non vedeva altra divinità se non la procura della Repubblica. Sì, quell’ufficio situato al secondo piano del Palazzo di giustizia di Milano dove accanto a Saverio Borrelli si stringevano i nuovi eroi della giustizia sommaria: da Antonio Di Pietro a Gherardo Colombo, da Gerardo D’Ambrosio a Piercamillo Davigo. Tutti bravissimi. Tutti zelanti, onnipotenti e soprattutto intoccabili. Del resto, chi avrebbe mai potuto rimuoverli? Quale giudice terzo avrebbe mai trovato il coraggio di contestare una perquisizione o una intercettazione telefonica se, a quel tempo, bastava un avvertimento, lanciato dal pool a mezzo stampa, per mandare all’aria un decreto sulla carcerazione preventiva appena varato dal governo?

Altro che magistrati ligi all’equilibrio dei poteri. Quelli della casta erano dei capitani di giustizia in grado di disarmare, col rumore delle manette, ogni contestazione. Erano certi di interpretare lo spirito del tempo. Avevano dalla loro parte giornali, radio e televisione, sfornavano libri e interviste, dominavano i talk-show. E se un giudice della stanza accanto si azzardava ad annullare un ordine di cattura, su quel gip o su quel Tribunale del riesame, si avventava immediatamente il famigerato circo mediatico giudiziario. Che era sostanzialmente il braccio armato della procura: una Santa Inquisizione feroce e spregiudicata che puntava i fucili ad alzo zero e scaricava sull’eretico giudice le nefandezze più infamanti. Lo mascariavano, lo intimidivano e lo costringevano al silenzio. Gli dicevano che “obiettivamente faceva il gioco della mafia” o che era “un massone legato chissà a quali poteri occulti o chissà a quali inconfessabili trame”. Gli stessi sospetti – una pura coincidenza, va da sé – che il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, testa d’ariete del No alla legge sulla separazione delle carriere, appunta in questi giorni sulla giacca dei sostenitori del Sì.

 

Avevano dalla loro parte giornali, radio e televisione, sfornavano libri e interviste, dominavano i talk-show. E se un giudice della stanza accanto si azzardava ad annullare un ordine di cattura, su quel gip o su quel Tribunale del riesame, si avventava immediatamente il famigerato circo mediatico giudiziario

                                                                  

Il circolo mediatico giudiziario, come si ricorderà, ha debuttato a Milano e lì ha vissuto i suoi primi giorni di gloria. Era composto da una falange di giornalisti – altrettanto coraggiosi, va da sé – che si erano costituiti addirittura in pool come i loro amatissimi pm di Mani Pulite; e che avvertivano lo stesso zelo rivoluzionario, salvifico e purificatore che si respirava dentro il Palazzo di Giustizia. Mentre a Palermo il club dei giornali fiancheggiatori stava attaccato alle costole dei procuratori che volevano rivoltare come un calzino la storia d’Italia e che per compiere l’ardita impresa avevano bisogno di essere elevati al grado di eroi e di avere le mani libere su tutto, anche sui codici. Ovunque ci fosse un pm in cerca di onnipotenza lì c’era un giornalista che lo serviva fedelmente, che dilatava ogni suo respiro, che avallava le sue ambizioni, che consacrava i suoi teoremi e che sapeva pure condurre il gioco perverso di colpire i nemici e mettere in difficoltà un partito, un governo, un sindaco o un presidente. Era il giornalista con le stellette, praticamente un soldato. Ma per darsi un tono si definiva giornalista d’inchiesta e come tale si guadagnava anche lui uno strapuntino nel piazzale degli eroi: se gli andava bene gli assegnavano pure la scorta.

La scalata al potere da parte dei pm milanesi ha una data precisa: 21 novembre 1994. E’ il giorno in cui un cronista del Corriere della Sera riceve da una manina manona del Palazzo di Giustizia la soffiata dell’avviso di garanzia per concorso in corruzione spedito poche ore prima al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. L’effetto è devastante. La notizia viene data prima ai giornali e il capo del governo la legge a Napoli dove rappresenta l’Italia a un convegno internazionale dell’Onu. L’azione giudiziaria scatena una crisi politica alla quale seguono, inesorabili, le dimissioni di Berlusconi e dei ministri che lo affiancano a Palazzo Chigi.

La casta degli intoccabili – che da Milano ha travolto quasi tutti i partiti della Prima Repubblica – prende piede anche alla procura di Palermo, dove nel 1993, subito dopo la stagione delle stragi, si insedia il torinese Giancarlo Caselli, mandato dal Csm in Sicilia per cacciare, con la spada di fuoco, i demoni del male. Il primo bersaglio designato è Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio dei Ministri e leader nazionale di una corrente democristiana che nell’Isola ha come massimo esponente Salvo Lima, morto ammazzato nel marzo del ‘92. Un processo non facile, per carità. Ma Andreotti finisce assolto: non c’erano prove sufficienti. I giornalisti reclutati dalla procura si erano comunque impegnati oltre ogni ragionevole dubbio. Avevano tirato fuori persino la bufala di un bacio tra il callido statista e il sanguinario Riina, detto “Totò u’ curtu”, boss latitante dei sanguinari corleonesi. Ma non c’è stato niente da fare.

Giancarlo Caselli tuttavia non si arrende. Palermo, dopo le stragi, è in ginocchio: gli attentati di Capaci e via D’Amelio, dove vengono massacrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, hanno risvegliato le coscienze: la gente è con lui. La procura, a lungo squinternata dalle faide e dalle risse, crede di potere assestare il colpo fatale alle cosche, già decimate dal maxi processo. Sul cammino della direzione antimafia c’è però una pietra d’inciampo. Si chiama Corrado Carnevale, presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione. Da giureconsulto di scuola eccellente l’alto magistrato del Palazzaccio ha avuto l’ardire di sindacare il lavoro dei sostituti più vicini al procuratore Caselli. E, come per incanto, s’affaccia subito un pentito che lancia nei suoi confronti una bruciante accusa di connivenza con la mafia. L’anziano giudice, segnato a dito come “l’ammazzasentenze”, viene intercettato, perquisito, oltraggiato, umiliato. “Prima lo chiacchierano e poi dicono che è un giudice chiacchierato”, commenta Leonardo Sciascia, scrittore di verità. Ma, nonostante lo schieramento militare dei professionisti della diffamazione, anche Carnevale alla fine di un lungo ed estenuante processo viene assolto: non c’erano prove.

Ma il salto nel cielo delle cose mai viste avviene nell’immediata vigilia delle elezioni del 2013. Antonio Ingroia, un procuratore aggiunto di Palermo che coltiva l’ambizione di una carriera politica, pesca negli archivi del Palazzo di Giustizia i brandelli di alcune inchieste, molto avventate ma più volte archiviate, e imbastisce una mastodontica trama su una improbabile trattativa tra i vertici dello Stato – a cominciare dagli ufficiali dei carabinieri come Mario Mori che nel gennaio del ‘93 avevano catturato Riina – e i padrini di Cosa Nostra. Una boiata pazzesca, affidata quasi esclusivamente alle patacche di Massimo Ciancimino, figlio di quel Vito Ciancimino che negli anni del sacco edilizio fu sindaco di Palermo e uomo di fiducia dei corleonesi nel gioco sporco della politica. Massimuccio – divenuto per esigenze di copione “icona dell’antimafia” e incoronato come tale da un bacio pubblico di Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato in via D’Amelio – diventa il ventriloquo del padre e vanta quindi il diritto di inventarsi tutte le sceneggiature necessarie per trasformare l’inchiesta in un romanzo criminale. Un romanzo che Ingroia, il quale già medita la discesa in campo come candidato alla poltrona più alta di Palazzo Chigi, affida nelle mani di una fidatissima confraternita di giornalisti e dei loro tambureggianti talk-show. E’ il trionfo del circo mediatico giudiziario. E’ il punto di arrivo di un processo che non si celebra più in un’aula del tribunale ma direttamente in piazza perché il magistrato che lo ha istruito preferisce le luci della ribalta ai ritmi lenti e un po’ noiosi della Corte d’Assise. Massimo Ciancimino non è più un testimone a disposizione di accusa e difesa, ma un attrezzo di scena nel palcoscenico di una luccicante finzione giudiziaria. Una montatura teatrale che non incontra nei giudici della stanza accanto alcuna resistenza. Non tanto e non solo perché magistrati d’accusa e giudici per le indagini preliminari convivono nello stesso Palazzo di Giustizia o giocano insieme a tennis o fanno colazione allo stesso tavolo. Ma perché i pm hanno stretto, tramite il circo mediatico, un’alleanza di ferro con l’opinione pubblica alla quale predicano verità e giustizia, legalità e trasparenza. Parole sante. Che i puri e duri della procura amministrano sapientemente per terrorizzare chiunque possa istituzionalmente avanzare un dubbio sul loro operato.

Quando Ingroia deposita la richiesta di rinvio a giudizio per incardinare la Trattativa, consegna nelle mani del gip, Piergiorgio Morosini, una montagna di fascicoli la cui lettura, con le conseguenti annotazioni, avrebbe implicato molti mesi se non addirittura un anno di riflessione. Invece la lotta ai boss e ai picciotti, invocata da Ingroia e dai chierici vaganti che gli reggono bordone, imponeva di non perdere tempo e di rivelare subito all’universo mondo i contenuti del romanzo fumante che finalmente ricostruiva il patto scellerato tra i boss di Cosa Nostra e gli apparati dello stato e che, tramite Marcello Dell’Utri, un imputato buono per tutte le stagioni, puntava direttamente alla testa del serpente. Cioè all’innominabile e mai nominato Silvio Berlusconi.

Il gip Morosini, giudice della stanza accanto, non trovò ovviamente nulla da obiettare. Diede un’occhiata ai voluminosi faldoni che Ingroia aveva lasciato sul tavolo, e aprì le porte del processo a un’inchiesta che, nelle intenzioni dei magistrati doveva riscrivere, come quella su Andreotti, la storia d’Italia ma che in realtà era solo una colossale impostura da utilizzare a piene mani nella campagna elettorale del giugno 2013.

Bisognerà aspettare la Cassazione per radere al suolo le trombonesche scempiaggini di quel processo. La Suprema Corte – che già vive in un altro palazzo; e questo è di per sé un vantaggio enorme – alla fine dei giochi assolve tutti: non solo Andreotti e Carnevale; anche Dell’Utri, il generale Mori, il colonnello De Donno e tutte le vittime delle macchinazioni giudiziarie messe in piedi dalla casta degli intoccabili col sostegno determinante di un codazzo di giornalisti, di opinionisti e di santoni televisivi che spacciavano la loro sudditanza per impegno civile.

La Cassazione restituisce onore e dignità pure a Calogero Mannino, l’ex ministro democristiano, inquisito pure lui da Caselli. Ma la liberatoria finale arriva, per l’ex ministro democristiano, dopo un martirio giudiziario lungo ventiquattro anni: una delle tante vite, la sua, bruciate e devastate dai Reverendissimi inquisitori che hanno bullizzato la giustizia, hanno perseguitato la politica e hanno sottomesso anche buona parte dei giudici che avrebbero dovuto essere autonomi e indipendenti, come si legge nella Costituzione più bella del mondo, e sono stati invece carne tremula: così timidi e impauriti da non riuscire a segnare mai una doverosa distanza con i colleghi pm che, seduti nella stanza accanto, intanto traccheggiavano con i giornali e montavano boiate pazzesche con le quali pretendevano di stupire il mondo.

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  • Giuseppe Sottile
  • Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima a “L’Ora” di Vittorio Nisticò, per il quale ha condotto numerose inchieste sulle guerre di mafia, e poi al “Giornale di Sicilia”, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo undici anni vissuti intensamente a Milano, – è stato caporedattore del “Giorno” e di “Studio Aperto” – è approdato al “Foglio” di Giuliano Ferrara. E lì è rimasto per curare l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi ha scritto anche un romanzo, “Nostra signora della Necessità”, pubblicato nel 2006, dove il racconto di Palermo e del suo respiro marcio diventa la rappresentazione teatrale di vite scellerate e morti ammazzati, di intrighi e tradimenti, di tragedie e sceneggiate. Un palcoscenico di evanescenze, sul quale si muovono indifferentemente boss di Cosa nostra e picciotti di malavita, nobili decaduti e borghesi lucidati a festa, cronisti di grandi fervori e teatranti di grandi illusioni. Tutti alle prese con i misteri e i piaceri di una città lussuriosa, senza certezze e senza misericordia.