Una campagna che non funziona

Sindrome Bartolozzi, i guai del Sì spiegati con i 14 secondi della zarina

Luciano Capone

Assenza di coordinamento, strategia contraddittora, nessuna assunzione di responsabilità. La sparata della capo di gabinetto di Nordio a Telecolo, che ha oscurato il messaggio alla nazione della premier, è la foto perfetta della caotica campagna referendaria del governo

Il caso Bartolozzi, esploso dopo che la capo di gabinetto del ministro Nordio ha fatto appello a favore del Sì al referendum costituzionale “così ci togliamo di mezzo la magistratura che è plotoni di esecuzione” (sic!), è un concentrato di anomalie. La prima, di ruolo, è che un capo di gabinetto partecipi a un dibattito politico in televisione. La seconda, di contenuto, è che un alto funzionario del ministero della Giustizia parli in termini così sguaiati di una riforma costituzionale. La terza, di metodo, è che quelle parole così aggressive siano arrivate dopo l’annuncio del ministro Nordio: “Abbiamo cercato di abbassare i toni, li abbasseremo e li riporteremo nell’ambito dei contenuti, secondo le sagge indicazioni del Presidente Mattarella”. 

La quarta criticità, comunicativa, è che le dichiarazioni da ultrà della capo di gabinetto di un ministro hanno finito per oscurare il messaggio della presidente del Consiglio: Giorgia Meloni ha diffuso un lungo intervento per spiegare, con un taglio certamente politico ma non eccessivamente polemico, i pilastri della riforma costituzionale e le ragioni per votare Sì al referendum. La premier non risparmia critiche a ciò che secondo lei non funziona dell’attuale sistema – dal rapporto incestuoso tra giudici e pm alle disfunzioni del Csm dominato dalle correnti – ma le critiche sono rivolte alle “degenerazioni” dell’attuale sistema, senza accenni punitivi nei confronti della magistratura come ordine. Ma sul piano comunicativo i 14 secondi di Giusi Bartolozzi hanno eclissato i 14 minuti di Giorgia Meloni.

La quinta anomalia, di tipo politico, è che una capo di gabinetto ha costretto il governo a scusarsi al posto suo: prima il ministro Nordio (“Mi dispiace per le parole usate dal mio capo di gabinetto... quell’affermazione è apparsa un attacco all’intera magistratura”) e poi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano (“La frase del capo di gabinetto del ministro della Giustizia è infelice”).

La sesta anomalia è che, dopo aver messo in enorme difficoltà il governo su una riforma che vale l’intera legislatura, la Bartolozzi non si è dimessa ed è rimasta pervicacemente in silenzio, nonostante Nordio si fosse esposto in senso contrario: “Non avrà alcuna difficoltà a scusarsi”, aveva detto il ministro.

La settima è che, di fronte a un disastro politico di queste dimensioni e a un atteggiamento strafottente, nessuno l’ha gentilmente accompagnata fuori dalla porta di Via Arenula. L’inamovibilità della Bartolozzi, dalle sue posizioni prima e dal suo ruolo poi, fa quasi credere che un capo di gabinetto conti di più di un capo del governo. Peraltro, Bartolozzi è un magistrato e il fatto che non risponda in alcun modo di parole avventate che producono conseguenze negative su tutto il governo non è esattamente in linea con il messaggio alla base della riforma e del referendum: finalmente i magistrati verranno sanzionati per i loro errori. Inamovibilità fa rima con irresponsabilità.

Ma il caso Bartolozzi, con tutte le sue assurdità, è l’enorme spia di un problema più grande della campagna referendaria del Sì. Tutto ciò – la capo di gabinetto del Guardasigilli che partecipa a un talk-show in una tv locale producendo un terremoto politico nazionale – è stato possibile solo perché non esiste un messaggio né un coordinamento. Tutto è lasciato allo spontaneismo, e può produrre risultati sorprendenti come Giorgio Mulè che studia, approfondisce e disintegra in prima serata su La7 un balbettante Henry John Woodcock, oppure catastrofici come la Bartolozzi che suicida il governo sparandola grossa in un confronto con Ilaria Cucchi a Telecolor. Ogni cosa è il risultato casuale di un processo caotico.

Ancora oggi, a pochi giorni dal voto del 22 marzo, non è chiaro quali siano il messaggio e la strategia del governo. Se si tratta di una riforma non di parte, che è il frutto di un lungo processo di riforma della giustizia che punta ad aumentare le garanzie del giusto processo e a rafforzare la responsabilità oltre all’indipendenza di giudici e pm. Oppure se si tratta della battaglia finale della lunga guerra tra politica e magistratura, in particolare tra centrodestra e “toghe rosse” che ostacolano l’azione di governo attraverso l’uso politico della giustizia. I due messaggi sono molto diversi e hanno due elettorati diversi di riferimento. Nel primo caso l’obiettivo è quello di portare molte persone a votare e allargare i consensi al di fuori del perimetro del centrodestra, coinvolgendo pezzi di società civile e di centrosinistra. Nell’altro caso l’obiettivo non è quello di parlare all’elettore mediano, ma di mobilitare l’elettore di destra duro e puro che vuole sconfiggere gli avversari.

Il problema del fronte del Sì è che non ha scelto con chiarezza nessuna delle due strategie, ma le ha adottate schizofrenicamente entrambe, con il risultato di spaventare i moderati da un lato e non entusiasmare abbastanza i militanti dall’altro. E’ così che il vantaggio del Sì si è assottigliato. Ci sono ancora dieci giorni per dare agli italiani un messaggio chiaro, partendo proprio da una risposta sul caso Bartolozzi: o Meloni nomina la capo di gabinetto capo della campagna referendaria o le chiede di fare un passo indietro.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali