Una campagna che non funziona
Sindrome Bartolozzi, i guai del Sì spiegati con i 14 secondi della zarina
Assenza di coordinamento, strategia contraddittora, nessuna assunzione di responsabilità. La sparata della capo di gabinetto di Nordio a Telecolo, che ha oscurato il messaggio alla nazione della premier, è la foto perfetta della caotica campagna referendaria del governo
Il caso Bartolozzi, esploso dopo che la capo di gabinetto del ministro Nordio ha fatto appello a favore del Sì al referendum costituzionale “così ci togliamo di mezzo la magistratura che è plotoni di esecuzione” (sic!), è un concentrato di anomalie. La prima, di ruolo, è che un capo di gabinetto partecipi a un dibattito politico in televisione. La seconda, di contenuto, è che un alto funzionario del ministero della Giustizia parli in termini così sguaiati di una riforma costituzionale. La terza, di metodo, è che quelle parole così aggressive siano arrivate dopo l’annuncio del ministro Nordio: “Abbiamo cercato di abbassare i toni, li abbasseremo e li riporteremo nell’ambito dei contenuti, secondo le sagge indicazioni del Presidente Mattarella”.
La quarta criticità, comunicativa, è che le dichiarazioni da ultrà della capo di gabinetto di un ministro hanno finito per oscurare il messaggio della presidente del Consiglio: Giorgia Meloni ha diffuso un lungo intervento per spiegare, con un taglio certamente politico ma non eccessivamente polemico, i pilastri della riforma costituzionale e le ragioni per votare Sì al referendum. La premier non risparmia critiche a ciò che secondo lei non funziona dell’attuale sistema – dal rapporto incestuoso tra giudici e pm alle disfunzioni del Csm dominato dalle correnti – ma le critiche sono rivolte alle “degenerazioni” dell’attuale sistema, senza accenni punitivi nei confronti della magistratura come ordine. Ma sul piano comunicativo i 14 secondi di Giusi Bartolozzi hanno eclissato i 14 minuti di Giorgia Meloni.
La quinta anomalia, di tipo politico, è che una capo di gabinetto ha costretto il governo a scusarsi al posto suo: prima il ministro Nordio (“Mi dispiace per le parole usate dal mio capo di gabinetto... quell’affermazione è apparsa un attacco all’intera magistratura”) e poi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano (“La frase del capo di gabinetto del ministro della Giustizia è infelice”).
La sesta anomalia è che, dopo aver messo in enorme difficoltà il governo su una riforma che vale l’intera legislatura, la Bartolozzi non si è dimessa ed è rimasta pervicacemente in silenzio, nonostante Nordio si fosse esposto in senso contrario: “Non avrà alcuna difficoltà a scusarsi”, aveva detto il ministro.
La settima è che, di fronte a un disastro politico di queste dimensioni e a un atteggiamento strafottente, nessuno l’ha gentilmente accompagnata fuori dalla porta di Via Arenula. L’inamovibilità della Bartolozzi, dalle sue posizioni prima e dal suo ruolo poi, fa quasi credere che un capo di gabinetto conti di più di un capo del governo. Peraltro, Bartolozzi è un magistrato e il fatto che non risponda in alcun modo di parole avventate che producono conseguenze negative su tutto il governo non è esattamente in linea con il messaggio alla base della riforma e del referendum: finalmente i magistrati verranno sanzionati per i loro errori. Inamovibilità fa rima con irresponsabilità.
Ma il caso Bartolozzi, con tutte le sue assurdità, è l’enorme spia di un problema più grande della campagna referendaria del Sì. Tutto ciò – la capo di gabinetto del Guardasigilli che partecipa a un talk-show in una tv locale producendo un terremoto politico nazionale – è stato possibile solo perché non esiste un messaggio né un coordinamento. Tutto è lasciato allo spontaneismo, e può produrre risultati sorprendenti come Giorgio Mulè che studia, approfondisce e disintegra in prima serata su La7 un balbettante Henry John Woodcock, oppure catastrofici come la Bartolozzi che suicida il governo sparandola grossa in un confronto con Ilaria Cucchi a Telecolor. Ogni cosa è il risultato casuale di un processo caotico.
Ancora oggi, a pochi giorni dal voto del 22 marzo, non è chiaro quali siano il messaggio e la strategia del governo. Se si tratta di una riforma non di parte, che è il frutto di un lungo processo di riforma della giustizia che punta ad aumentare le garanzie del giusto processo e a rafforzare la responsabilità oltre all’indipendenza di giudici e pm. Oppure se si tratta della battaglia finale della lunga guerra tra politica e magistratura, in particolare tra centrodestra e “toghe rosse” che ostacolano l’azione di governo attraverso l’uso politico della giustizia. I due messaggi sono molto diversi e hanno due elettorati diversi di riferimento. Nel primo caso l’obiettivo è quello di portare molte persone a votare e allargare i consensi al di fuori del perimetro del centrodestra, coinvolgendo pezzi di società civile e di centrosinistra. Nell’altro caso l’obiettivo non è quello di parlare all’elettore mediano, ma di mobilitare l’elettore di destra duro e puro che vuole sconfiggere gli avversari.
Il problema del fronte del Sì è che non ha scelto con chiarezza nessuna delle due strategie, ma le ha adottate schizofrenicamente entrambe, con il risultato di spaventare i moderati da un lato e non entusiasmare abbastanza i militanti dall’altro. E’ così che il vantaggio del Sì si è assottigliato. Ci sono ancora dieci giorni per dare agli italiani un messaggio chiaro, partendo proprio da una risposta sul caso Bartolozzi: o Meloni nomina la capo di gabinetto capo della campagna referendaria o le chiede di fare un passo indietro.