A sinistra il magistrato Henry John Woodcock. Foto: Ansa.
Il caso
La clamorosa disfatta in tv del pm Woodcock
Nel confronto a Piazzapulita sul referendum forse c'era il suo gemello e non lui, perché ha affermato il contrario di quello che ha fatto nella sua vita professionale. Per i magistrati come lui essere indipendenti vuol dire solo essere irresponsabili
Ma è lei o il suo gemello?”. Quando Giorgio Mulè, di fronte alle evidenti contraddizioni, ha posto il quesito a un balbettante Henry John Woodcock, incapace di articolare una risposta di senso compiuto, a un certo punto ci è venuto il sospetto che non si trattasse di una domanda retorica ma di un interrogativo reale. Il trionfo dialettico di Mulè nel confronto sulla riforma costituzionale della giustizia, che ormai è entrato di diritto sul podio delle vittorie fuori casa dopo Berlusconi vs Travaglio e Caiazza vs Davigo, è sembrato persino troppo facile rispetto alle premesse. Un deputato di Forza Italia contro un professionista del diritto, un ex giornalista contro uno dei magistrati più famosi della storia italiana recente. Impossibile che il temibile Woodcock abbia fatto una figura così barbina, arrivando – dopo tanti farfugli e frasi smozzicate – a sostenere l’opportunità della separazione delle carriere e a sottolineare le responsabilità del centrosinistra nella mancata riforma della magistratura. Mancava solo che uscisse dallo studio insieme a Mulè cantando “Meno male che Silvio c’è!”.
Ma al di là delle frasi sospese o incomprensibili, a far sospettare che Corrado Formigli avesse in realtà invitato a “Piazzapulita” il gemello sono stati i pochi concetti che Woodcock è stato in grado di articolare. Tre in particolare. Il primo quando ha detto che lui da pubblico ministero ha sempre cercato, come prevede la legge, anche le prove a favore dell’indagato: “Io cerco le prove a carico e a discarico” . Il secondo concetto è quello riferito alla libertà di criticare le sentenze dei magistrati: “Le sentenze e i provvedimenti devono essere criticati, in una democrazia è giusto e sacrosanto, ma dopo che sono stati adottati ed emessi”, ha detto. Woodcock intendeva censurare il comportamento della premier Giorgia Meloni, e di altri ministri, che – molto inopportunamente – nel caso degli incidenti di Torino non si sono limitati a criticare le decisioni ma hanno indicato quale reato i magistrati avrebbero dovuto contestare (tentato omicidio): “Tu presidente del Consiglio stai consumando un’invasione, perché dall’altra parte puoi trovare un giovane magistrato”.
Il terzo concetto, collegato al secondo, è quello sugli interventi a gamba tesa del potere politico che finiscono per spaventare i magistrati: “Mi fa molta paura l’autocensura, che questo condizionamento politico-mediatico induca il magistrato medio ad autocensura... Per indagare e giudicare bisogna essere sereni, se stai con la paura per l’Alta corte...”. Ecco, sulla base di questi tre principi-cardine del nuovo Woodcock-pensiero, tutti condivisibili, è chiaro che a parlare in tv era il gemello. Perché Henry John Woodcock, quello noto alle cronache, nella sua vita professionale, ha praticato l’esatto contrario.
Prendiamo la ricerca delle prove a favore degli indagati. Servirebbe troppo spazio per elencare tutti i flop giudiziari del pm anglo-napoletano dai tempi di Potenza, ma si può citare un caso che è emblematico. Non i famosi e famigerati Umberto di Savoia o Fabrizio Corona, ma un cittadino comune. Un piccolo imprenditore, di nome Massimiliano D’Errico, che Woodcock mandò in carcere con prove che poi si sono rivelate inesistenti, e quindi inventate. D’Errico è un imprenditore casertano del settore alimentare, che venne arrestato nel 2015 nell’inchiesta Cpl Concordia sulla metanizzazione di Ischia con l’accusa di riciclaggio aggravato internazionale. La sua colpevolezza derivava da una prova schiacciante: un bonifico, effettuato attraverso un’operazione estero su estero, dalla Tunisia verso un conto a San Marino. C’era, insomma, la pistola fumante. E così Woodcock e colleghi chiesero e ottennero l’arresto. Il problema è che era tutto falso: il bonifico non esisteva, non era stato mai trovato né cercato. D’Errico provò a spiegarlo, ma il gip credette al pm, e così si fece 22 giorni di galera. Verrà poi archiviato, su richiesta del pm, e infine risarcito per ingiusta detenzione con 5.188 euro. Altro che cercare le prove a carico e a discarico, Woodcock non ha trovato né le une né cercato le altre: così ne ha usata una inventata.
Questa storia porta a smentire anche la seconda tesi del gemello Woodcock, quella secondo cui è doveroso criticare le sentenze e i provvedimenti dei magistrati dopo averli letti. E’ esattamente quello che facemmo sul Foglio, raccontando la persecuzione subita dal sig. D’Errico. Ma il pm Woodcock, insieme alle colleghe Celestina Carrano e Giuseppina Loreto, querelò il sottoscritto e il Foglio per “calunnia” e “diffamazione a mezzo stampa aggravata”: venimmo addirittura accusati di aver “minato il legame sociale sul quale si regge l’affidabilità dell’Autorità giudiziaria in generale e quella delle persone offese in particolare”. A un passo dall’eversione dell’ordine costituzionale. La querela fu archiviata perché, come riconobbero pm e giudici, avevamo semplicemente scritto la verità.
La querela introduce la terza tesi esposta dal gemello Woodcock a Piazzapulita: la preoccupazione che i magistrati possano sentirsi intimiditi dalle invasioni della politica e, quindi, “avere paura” dell’Alta corte disciplinare tanto da essere indotti all’”autocensura”. E’ una tesi davvero singolare, che non sembra mai aver guidato l’azione del pm Henry John almeno rispetto al cosiddetto “quarto potere”, il più malandato di tutti, ovvero il giornalismo. Woodcock ad esempio denunciò anche la giornalista Annalisa Chirico e la casa editrice Rubbettino, chiedendo un risarcimento di 260 mila euro, per un’intervista su Panorama al politologo Edward Luttwak e per un brano del libro “Condannati preventivi” in cui venivano criticate le inchieste dal pm.
Ma questo è il minimo. E’ da pubblico ministero nell’esercizio delle sue funzioni che Woodcock ha fatto pesanti invasioni nei giornali. Non in senso metaforico, ma letterale. Ne sa qualcosa Nicola Porro. Nel 2010, con un’operazione degna della cattura di Matteo Messina Denaro, attraverso una ventina di uomini del Noe del Capitano Ultimo, Woodcock fece perquisire la redazione del Giornale e le case del direttore Alessandro Sallusti e di Porro: tutti i pc e telefoni sequestrati, inclusi i dvd dei cartoni animati dei bambini. Cercavano un “dossier”: l’ipotesi era che il giornalista minacciasse la presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Le intercettazioni di Porro, quelle più private, ovviamente finirono immediatamente sul sito del Fatto quotidiano (giornale su cui ora Woodcock scrive). Naturalmente non c’era nulla: né “dossier” né ricatti. Dopo sei anni la posizione di Sallusti venne archiviata e dopo altri due anni Porro venne assolto su richiesta del nuovo pm a cui era arrivato il fascicolo.
Nel curriculum di Woodcock non si può non menzionare la storia che ha riguardato Giorgio Mulé, peraltro ricordata dal diretto interessato nel confronto da Formigli con il gemello: l’allora direttore di Panorama, e vari altri giornalisti, vennero intercettati (24 utenze telefoniche) e indagati con l’accusa di corruzione per aver dato una notizia che, evidentemente, al pm non piaceva. Non c’era alcun elemento concreto per poter indagare per corruzione e usare uno strumento invasivo come le intercettazioni (alcune conversazioni penalmente irrilevanti tra Mulè e Marina Berlusconi sul governo Letta finirono sui giornali).
Insomma, nonostante tutto, i giornalisti hanno continuato a fare liberamente il loro lavoro anche dopo le intimidazioni e le invasioni del pm Woodcock. Il suo gemello che ora gira per i talk può stare tranquillo: i magistrati italiani, formati a combattere mafiosi e terroristi (qualcuno persino i giornalisti), non avranno “paura” di un’Alta corte disciplinare composta a maggioranza da loro colleghi.