Alfredo Mantovano (Ansa)

verso il voto

Mantovano vede lo spettro di Renzi sul referendum. L'avviso di Baldassarre: "Governo troppo prudente"

Ermes Antonucci

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio: "Le sorti del governo non dipendono dal referendum. La nostra campagna resterà nel merito della riforma". Ma l'ex presidente della Consulta Baldassarre avvisa: "La riforma non può essere difesa solo da Nordio"

“Il rischio di legare le sorti del referendum costituzionale a quelle del governo potrebbe avere proiezioni negative sul futuro delle riforme in Italia”. E’ nobile il principio ribadito ieri dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, nel corso di un dibattito sul referendum promosso a Roma dai comitati cattolici per il Sì. In sostanza, ha detto Mantovano, se si instaura la prassi (inaugurata da Matteo Renzi) secondo cui il governo va a casa in caso di vittoria del No a un referendum confermativo, nessun governo farà più riforme e “il processo di modernizzazione del paese verrà definitivamente chiuso”. Questo pensiero nobile è però chiamato a scontrarsi con la realtà di una campagna per il No che mira in modo esplicito ad abbattere il governo Meloni

 

“Nella propaganda del No, il ‘mandiamo a casa la Meloni’ è il motivo più ricorrente, ed è un motivo immediato, di diretta percezione. E’ certamente meno semplice argomentare per il Sì, perché è una riforma che ha un alto tasso di passaggi tecnici non accessibili a tutti. C’è una sorta di disparità sul piano propagandistico”, ha riconosciuto Mantovano. Nonostante ciò, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha fatto capire che il governo non intende alzare i toni della sua campagna elettorale, preferendo rimanere nel merito: “Gli argomenti a sostegno del Sì superano il confine della maggioranza di questo governo. Tanti sostenitori del Sì non voterebbero mai per Meloni alle prossime elezioni, però sono sinceramente convinti della bontà di questa riforma. Quindi lo sforzo che stiamo provando a fare in questa campagna referendaria è di andare più sul merito”. 

 

“Il legame tra le sorti del governo e quelle di una riforma costituzionale è stato stabilito esplicitamente dieci anni fa dall’allora premier Matteo Renzi ed è finita come sappiamo”, ha ricordato Mantovano. “Noi abbiamo ritenuto fin dall’inizio di non stabilire questo legame, non perché temiamo di perdere, ma perché riteniamo che mentre le elezioni politiche siano il luogo in cui si definisce chi governa e quale sarà la maggioranza, il referendum è il luogo in cui si stabilisce se sette modifiche ad altrettanti articoli della Costituzione sono da condividere oppure no”. 

 

Insomma, la strategia del governo resta quella di rimanere nel merito della riforma, di non cedere neanche un secondo alla tentazione di politicizzare la campagna referendaria come invece sta ampiamente facendo il fronte del No, che tra fake news e allarmi sulle torsioni autoritarie ha fatto capire di avere come obiettivo quello di trasformare il referendum in un voto contro Meloni. Il tempo dirà se la strategia sarà efficace o invece troppo timida. 

 

Di certo, pur parlando del merito della riforma Nordio, Mantovano ieri ha lanciato alcuni messaggi molto forti. Se la separazione delle carriere servirà a completare l’attuazione del principio del giusto processo e anche a garantire alla magistratura l’immagine di indipendenza esterna, l’Alta corte disciplinare “servirà a sanzionare i magistrati negligenti, distratti, sciatti, che non hanno in nessuna considerazione neanche i fondamentali della deontologia”. Mantovano ha corroborato questa sua forte affermazione sfogliando un dossier con alcuni casi singolari in cui il Csm tra il 2016 e il 2024 ha rilasciato valutazioni di professionalità positive alle toghe. Tra questi, il sottosegretario ha raccontato quello di un magistrato che ha lasciato in carcere un imputato  322 giorni in più rispetto alla scadenza dei termini di custodia cautelare. “Il magistrato in sede disciplinare ha subìto la  sanzione della censura, l’equivalente calcistico dell’arbitro che mette mano al taschino e dice ‘guarda che adesso tiro fuori il giallo’, ma poi non lo tira fuori”, ha ironizzato Mantovano. 

 

In precedenza, però, nel corso di una magistrale relazione, Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte costituzionale, aveva lanciato un “avviso” al governo: “La  lotta per il Sì è per la civiltà e per la dignità umana. Lo dobbiamo dire forte e probabilmente lo dovrebbe dire forte anche qualcuno che ha votato questa legge, perché sembra che questa legge la difenda solo Nordio”. Per Baldassarre, la maggioranza non appare molto impegnata nella campagna referendaria, ed è difficile dargli torto. 

 

Nel corso del suo intervento, Baldassarre ha ricordato che “fu il fascismo con il decreto Grandi a stabilire l’unione delle carriere in magistratura, che è  rimasta. Il mondo si è rovesciato, perché leggiamo che l’Anpi, cioè gli antifascisti, sono per il decreto Grandi”, ha aggiunto. Baldassarre non ha risparmiato neanche critiche al Pd: “Ricordo che l’articolo 111 della Costituzione è stato votato quasi all’unanimità dal Parlamento. Evidentemente ora la sinistra, il Pd in particolare, è cambiata,  secondo me in peggio”. 

 

L’ex procuratore generale della Cassazione, Luigi Salvato, ha invece difeso la scelta del sorteggio per l’elezione del Csm, che spezzerà le gambe al sistema correntizio: “Senza il sorteggio non avremmo assistito alla discesa in campo in modo così pesante dell’Anm”, ha sottolineato.

 

  • Ermes Antonucci
  • Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021) e "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]