Costanzo Cea (screenshot da video YouTube)

hasta il referendum siempre

"Io, ex giudice di sinistra, voto Sì al referendum". Parla Costanzo Cea

Ermes Antonucci

L'ex magistrato barese: "La riforma Nordio è frutto delle battaglie della sinistra, che ora le rinnega. Il Pd è diventato il partito dell’Anm. Sono stato militante nel Pci e a passare per fascista non ci sto” 

"Ho un passato da giovane militante nel Partito comunista, le mie idee sono di sinistra e la riforma Nordio è una riforma che la sinistra ha coltivato. Oggi i dirigenti del Pd hanno cambiato partito, seguono il partito dell’Associazione nazionale magistrati. Io i conti con le forze politiche che non condivido li faccio alle elezioni, non al referendum”. A parlare, intervistato dal Foglio, è Costanzo Cea, magistrato fino al 2018, quando è andato in pensione dopo 38 anni di servizio. Nella sua lunga carriera, è stato pretore civile, penale e del lavoro, poi sostituto procuratore, poi giudice del tribunale a Bari e a Foggia, per poi passare alla Corte d’appello di Bari e diventare presidente di sezione. Negli ultimi giorni è diventato virale il video del suo intervento tenuto lo scorso 6 febbraio alla cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario dei penalisti: “Mi hanno dato del fascista, a me, che a 18 anni sono entrato nel Partito comunista”, ha esordito Cea, per poi illustrare le tante ragioni per le quali votare Sì al referendum è giusto e appartiene alla tradizione di sinistra. “Hasta la victoria siempre”, ha poi concluso sorridendo, tra gli applausi divertiti della platea. Diventato virale senza volerlo, Cea accetta di iniziare la lunga chiacchierata dal suo richiamo guevariano. “La mia è stata una provocazione. Sono ‘sceso in campo’ quando ho sentito dire che chi votava Sì era fascista, massone, piduista, mafioso, cretino come dice Travaglio (che si scorda che ha un editorialista pregiudicato, Davigo). Sono partito comunista e mi stanno trasformando in fascista soltanto perché ho detto che voterò a favore della riforma costituzionale. Da qui la mia provocazione”, dice Cea al Foglio.

 

Cea rivendica la sua identità di persona di sinistra: “Da ragazzo, a diciotto anni, sono entrato nel Partito comunista nel mio piccolo paese in provincia di Bari, Toritto. Sono stato consigliere comunale, poi segretario della Federazione giovanile comunista italiana (Fgci) sempre a livello locale. Non ho frequentato le cellule universitarie del partito. Non frequentavo i fighetti, frequentavo i braccianti. Erano gli inizi degli anni Settanta. Poi dopo la laurea, affacciatomi al mondo del lavoro, mi dimisi dal partito. Ma sono sempre rimasto di sinistra. E nel 1979 ho vinto il concorso in magistratura”, racconta Cea. 

 

Oggi, a distanza di 47 anni, Cea difende la riforma costituzionale firmata Carlo Nordio: “E’ una riforma di sinistra. Una riforma degna di un paese liberaldemocratico, perché dà pienamente attuazione al principio della terzietà del giudice”. “Da alcuni giorni circola un opuscolo scritto da un consigliere del Csm, Marco Bisogni – aggiunge l’ex magistrato barese –. A pagina dieci si sostiene che i nostri costituenti scelsero l’unicità della carriera. Ma è un’enorme scempiaggine, sia storica sia tecnica. I costituenti non scelsero assolutamente nulla perché l’unicità della carriera, che era già prevista nello stato liberale prefascista, fu rafforzata dall’ordinamento Grandi quando il fascismo era uno stato totalitario. Quindi i costituenti si sono adeguati alla situazione all’epoca esistente, ma per un motivo tecnico: era impossibile parlare di separazione delle carriere, perché col codice Rocco il pubblico ministero aveva poteri in comune con il giudice. Oltre a iniziare l’azione penale, il pm aveva poteri in materia di formazione delle prove (la cosiddetta istruttoria sommaria) e poteva adottare provvedimenti di limitazione della libertà delle persone. Il giudice istruttore aveva solo il nome di giudice, ma era il vero motore delle indagini con l’istruttoria formale. Poi c’era il pretore che era uno e trino: iniziava l’azione penale, conduceva le indagini e giudicava. Di quale separazione delle carriere si sarebbe potuto parlare nel 1946? Il dibattito sulla separazione si è potuto avviare soltanto dopo l’entrata in vigore del codice Vassalli nel 1989, perché prima non aveva alcun senso”. 

 

Il fronte del No sostiene però che la riforma finirà per ridurre l’indipendenza del pubblico ministero. “Un’altra scempiaggine. La legge blinda l’indipendenza del pm. Se passasse la riforma, per la prima volta la Costituzione all’articolo 104 farà espressamente riferimento all’autonomia e all’indipendenza della magistratura requirente”, replica Cea, che ribadisce: “La separazione delle carriere ha un unico obiettivo: attuare il principio del giusto processo, cioè la terzietà del giudice. Provi a immaginare un giudice che si candida al Csm e un pm che fa parte del suo comitato elettorale, e di ritrovarseli un giorno in un’aula di tribunale. Lei si sentirebbe tranquillo? Io no”. 

 

Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale e cinque volte parlamentare per il Pci e poi Pds, nel libro-intervista in allegato con il Foglio, ricorda come il centrosinistra fin dal 1989 sia stato impegnato in prima persona per realizzare la riforma della separazione delle carriere. Com’è possibile che il Pd abbia dimenticato tutto ciò? “Semplicemente nel centrosinistra c’è una lotta per la leadership e il Pd oggi con Schlein insegue i populisti del M5s. Poi c’è da tenere conto dell’influenza dell’Associazione nazionale magistrati, che è fortissima. E qui si arriva a un’altra balla sulla riforma Nordio”. Quale? “Quella secondo cui la riforma costituzionale sarebbe stata imposta dalla maggioranza alle opposizioni. Il Pd ha avuto due anni per rivolgersi a Meloni e dirle: ‘Guardi, nel nostro programma elettorale del 2022 abbiamo la creazione dell’Alta corte disciplinare, e la separazione delle carriere fa parte del nostro Dna da tempo, ragioniamo insieme. Magari proponete un sistema elettorale per il Csm attenuato rispetto al sorteggio secco’. Ma questo non è mai avvenuto. Il Pd si è sottratto a qualsiasi forma di confronto perché l’Anm è contraria a qualsiasi riforma. Le uniche riforme che vuole sono quelle che detta lei, e il Pd si è accodato. In Italia si parla di primato della politica ma è una barzelletta: non c’è”.

 

“In uno stato costituzionale il potere politico è soggetto ai controlli degli organi di garanzia. Ma questo dovrebbe valere anche per il cosiddetto terzo potere, quello giudiziario. Ma dove sarebbero questi limiti? – si chiede Cea –. I numeri ci dicono che i magistrati sono irresponsabili. Tra il 2017 e il 2025 si sono registrati in Italia 6.485 casi di ingiusta detenzione. Quanti magistrati sono stati sanzionati sul piano disciplinare per questi casi? Dieci, di cui nove con la censura e uno con il trasferimento. Questi numeri segnalano l’esistenza di una patologia: o le indagini sono state fatte malissimo dai pm o il gip non funziona come filtro. Ma è possibile che per così tanti casi di malagiustizia non sia mai colpa di nessuno? Vuol dire che è un sistema malato. L’indennizzo per ingiusta detenzione avviene perché la detenzione viene riconosciuta come illegittima, ma se c’è un’illegittimità una colpa ci sarà. Non esiste un atto illegittimo senza che sia imputabile. Ma i magistrati non sono mai colpevoli”. 

 

L’Associazione nazionale magistrati, cioè il sindacato delle toghe, è impegnata in prima linea contro la riforma, con tanto di Comitato per il No appositamente creato. E’ normale che questo avvenga in una democrazia che si ritiene avanzata? “Oggi il re è nudo. Tutti stanno vedendo l’attivismo dell’Anm. Penso, purtroppo, che dopo il referendum resteranno solo macerie: la gente avrà visto l’Anm agire come un partito, anzi più di un partito, quale fiducia potrà avere nella magistratura?”, si chiede Cea. Che torna a ricordare il dibattito che avvenne ai tempi dell’Assemblea costituente: “I più critici nei confronti dei magistrati furono i comunisti. Il 30 gennaio del 1947 Togliatti disse che l’indipendenza della magistratura non poteva essere spinta sino al punto da farla diventare un potere autonomo. Questo giudizio era condizionato da ciò che era avvenuto durante il fascismo. Ma una cosa emerge chiaramente: le sinistre avevano paura della deriva corporativa della magistratura. Cosa che poi paradossalmente si è avverata”. “L’indipendenza è un valore non finale ma strumentale: serve a tutelare i cittadini. I magistrati invece ne hanno fatto un loro valore, per garantirsi i loro privilegi. E’ impossibile toccarli”, aggiunge l’ex giudice. 

 

Ha mai avuto tessere di correnti? “No, mai. Ho partecipato attivamente alla vita associativa, tanto da diventare anche presidente dell’Anm di Foggia. Nel 1998 sono stato candidato al Csm per Magistratura democratica, ma come indipendente. Non sono mai stato iscritto a correnti e non sono mai stato un magistrato militante”. Il sorteggio delegittima la magistratura, come sostiene il fronte del No? “Su questo torno al documento del consigliere Bisogni. A pagina 46 scrive che il sorteggio ‘spezza la catena della responsabilità interna (chi non è votato non risponde a nessuno)’. Qui gli è scappata la frizione…”, ironizza Cea. “L’articolo 32 bis della legge 195 del 1958, che disciplina il Consiglio superiore della magistratura, prevede l’immunità per i consiglieri, cioè per tutto ciò che fanno nell’esercizio delle funzioni. Allora di quale responsabilità si sta parlando? Evidentemente si sta parlando della responsabilità politica nei confronti degli elettori. Ma l’articolo 105 della Costituzione non dice che il Csm è un organo di rappresentanza politica, bensì un organo costituzionale di alta amministrazione. Ma i magistrati, con le loro correnti, hanno trasformato surrettiziamente il Consiglio superiore in un parlamentino della magistratura”, afferma Cea. 

 

La sento vivace e ottimista sulla vittoria del Sì al referendum. Quindi, di nuovo, “Hasta la victoria siempre”? “Sempre”, replica Cea ridacchiando. “E’ stata una provocazione – ribadisce –. Un mio amico mi ha mandato una copia del romanzo di Pennacchi, ‘Il fasciocomunista’. Io ironicamente gli ho risposto che per me è l’inverso: sono partito comunista ma mi state trasformando in fascista soltanto perché mi sono espresso a favore della riforma costituzionale. E non lo accetto. Proprio perché parliamo di una riforma che appartiene alla tradizione della sinistra, che ora rinnega le sue idee”, conclude Cea. 

  • Ermes Antonucci
  • Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021) e "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]