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L'editoriale del direttore
Viva i magistrati di sinistra per il Sì
Ribellarsi al metodo Davigo-Gratteri e a una campagna fondata sulla paura, si può. Perché la separazione delle carriere vuol dire anche giusto equilibrio tra accusa e difesa. Un ex magistrato da sballo e un Sì da mandare nei talk
La prevalenza mediatica del gratterismo, intesa come una sottomissione culturale, etica e morale al verbo quotidianamente diffuso dal capo della procura di Napoli che ha scelto con molti complici di combattere una sua personalissima battaglia politica trasformando ogni sostenitore del Sì in un furfante fino a prova contraria, ha creato nell’opinione pubblica un’immagine distorta della magistratura: un monolite rigidamente compatto incapace di far emergere sulla campagna referendaria qualche volto in grado di compensare la furia verbale del dottor Gratteri (che comprensibilmente ha tutto l’interesse a non cambiare di una virgola le cose come stanno: per un pm d’assalto che ha fatto del processo mediatico un alleato prezioso nella lotta contro il male nel mondo non deve essere così male poter vivere in un sistema in cui un pm può permettersi di far arrestare innocenti senza pagarne le conseguenze).
Eppure, a voler scavare un po’ nel mondo della magistratura, le alternative non mancano, i volti in grado di riequilibrare quel messaggio esistono, e per quanto possa sembrare incredibile vista la loro scarsa rappresentazione mediatica esistono anche pubblici ministeri che come le formiche, per dirla alla Gino e Michele, nel loro piccolo si incazzano. Costanzo Cea è un ex importante magistrato italiano. Ha lavorato tra Foggia e Bari come pretore civile, penale e del lavoro. E’ stato sostituto procuratore. E’ stato giudice. E’ stato consigliere della Corte d’appello di Bari. E’ stato presidente di sezione civile a Foggia e alla Corte d’appello di Bari. Ha lavorato per quarant’anni come magistrato. E’ di sinistra. E da qualche settimana ha scelto di dire una serie di “no” per spiegare perché è necessario votare Sì. I no di Costanzo Cea, magistrato di sinistra, sono i “no” al metodo adottato in questa campagna referendaria da due illustri colleghi, il dottor Piercamillo Davigo e il dottor Nicola Gratteri, e la ragione per cui Cea ha scelto di scendere in campo, per ora sfortunatamente lontano dagli schermi, è semplice e lineare: è l’idea che essere di sinistra ed essere stati magistrati ed essere a favore del Sì al referendum possa essere un miscuglio così pericoloso da trasformarti automaticamente in un destinatario delle nuove lettere scarlatte. Cea chiede ai suoi colleghi di sinistra, garantisti, di non aver paura, di aver coraggio, di venire allo scoperto, perché in questa campagna elettorale, dice, il rischio non è quello, come afferma qualche fenomeno della categoria, di macchiare un’intera vita esponendosi per il Sì. Il rischio è di macchiare la propria immagine di uomo, di cittadino, rinunciando a manifestare le proprie idee e a combattere per avere una giustizia più giusta. Mi hanno dato del fascista a me che a 18 anni sono entrato nel Partito comunista, ripete continuamente nei dibattiti in cui viene invitato, e dice da vecchio comunista di non avere alcun tipo di interesse sulla provenienza della legge Nordio, di essere appassionato solo a un tema. Uno e soltanto uno. Rivoluzionario, se vogliamo.
Il tema è semplice: non le chiacchiere ma il contenuto della legge. E Cea di essere spinto dalla ragione a voler fare di tutto per opporsi a una campagna elettorale fondata sulla paura, sulle menzogne, sull’ipocrisia, sulle suggestioni. Cea attacca i procuratori della Repubblica che dicono che se dovesse vincere il Sì vincerà la mafia e dice che chi usa questi argomenti è perché è senza argomenti e non ha altra chiave che alimentare la paura. Ma Cea fa anche altro. Dice che non c’è nulla di più antifascista che scardinare il corporativismo della categoria che altro non è che un retaggio fascista, dell’ordinamento Grandi, anno 1941. Dice che non c’è nulla di più ridicolo che considerare il sorteggio un’aggressione all’indipendenza dei magistrati: “Ogni singolo magistrato e ogni singolo giudice è stato considerato idoneo a giudicare la vita e i diritti fondamentali di ogni singolo cittadino. Vogliamo dire che chi è stato idoneo a occuparsi della nostra e della vostra libertà non può ottemperare a fare ciò che prevede l’articolo 105 della Costituzione alla voce del Csm? Ovvero, occuparsi delle assunzioni, delle assegnazioni e i trasferimenti, delle promozioni e dei provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati?”. Ma soprattutto, Cea, usa un’argomentazione che meriterebbe di essere valorizzata nei talk-show in cui spesso si afferma il pensiero unico della gnagnera contro la riforma. Cea sostiene che una delle argomentazioni più rivelatrici del livello di dibattito che esiste attorno alla riforma si manifesta in un momento particolare. Quando i sostenitori del No non sanno più cosa dire, arrivano a porti la seguente domanda: eh, ma voi dunque, voi che sostenete il Sì, volete che il pubblico ministero diventi un semplice avvocato dello stato e che venga dunque svuotata la sua funzione? Cea risponde: sì, è proprio questo il punto. E non c’è niente di offensivo. Separare le carriere non significa sradicare il pubblico ministero dalla sua funzione costituzionale. Significa creare un equilibrio, in cui il punto non è solo la terzietà del giudice, articolo 111, ma è anche l’affermazione di un principio quotidianamente violato: la figura del pubblico ministero non come difensore del bene, non come figura ontologicamente superiore a chiunque altro, ma come avvocato dello stato in una causa. E’ il difensore dell’accusa, non il difensore del bene. Separare le carriere, secondo Cea, permette al pubblico ministero di scendere dal piedistallo, significa creare un equilibrio, significa uscire dall’ipocrisia del teorema Davigo: il pubblico ministero fa tutto quello che deve fare per valutare se un’indagine che sta portando avanti è fragile, è insieme pubblico ministero dell’accusa, ma anche cane da guardia delle proprie contraddizioni, e non ha senso creare un ruolo paritetico tra accusa e difesa. Dice Cea, con un sorriso: provate voi, da avvocati, a chiedere a un pubblico ministero di aprire un fascicolo per violazione dell’articolo 358 del Codice di procedura penale, ovvero che il pubblico ministero deve svolgere accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini.
La verità, dice Cea, è che gli unici che possono permettersi delle vere indagini difensive sono coloro che possono economicamente permettersi degli avvocati importanti. E per questo creare una parità tra pubblico ministero e avvocato è un modo per evitare che solo i più ricchi possano permettersi di essere difesi. E per questo ci sono molte domande che si potrebbero porre a chi andrà a votare al referendum costituzionale. Si potrebbe chiedere se considerino o no importante combattere il correntismo. Si potrebbe chiedere se considerino o no importante combattere il corporativismo. Ma si potrebbe anche chiedere una cosa ancora più semplice: ritieni che nel processo penale il pubblico ministero debba assumere una posizione paritetica rispetto a quella del difensore? Andare contro l’agenda Gratteri e Davigo significa votare sì a tutto questo. Se volete un dibattito fondato sul merito, e non sulla gnagnera, chiamare Cea in tv, con il suo barese delizioso, può essere un antidoto contro le balle, le bugie e le sciocchezze di chi non ha altro strumento che la paura per provare a parlare della giustizia del futuro.