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L'editoriale del direttore
Mattarella non è Gratteri. Appunti per i sostenitori del No al referendum
Il Quirinale manda un sms al governo: serve rispetto per il Csm. Giusto. Ma occhio: le parole più forti contro le “degenerazioni” delle correnti, con il loro “coacervo di manovre”, furono proprio del capo dello stato. Ripasso
I sostenitori del No al referendum costituzionale utilizzeranno le parole molto dure pronunciate ieri da Sergio Mattarella al Csm come una ragione ulteriore per ribellarsi all’idea di giustizia veicolata dal governo Meloni. Mattarella, lo sapete, ieri ha scelto, per la prima volta in undici anni di Quirinale, di presiedere una riunione ordinaria del plenum del Consiglio superiore della magistratura. E lo ha fatto per una ragione precisa: “Ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte delle altre istituzioni nei confronti di questa istituzione”. La tempistica non può ingannare: Mattarella ha scelto di dare un abbraccio al Csm due giorni dopo l’attacco duro del ministro Carlo Nordio, che ha usato le parole di un magistrato molto importante, Antonino Di Matteo, per ricordare che le correnti della magistratura, all’interno del Csm, si muovono seguendo delle logiche “paramafiose”, come disse nel 2019 Di Matteo, allora sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Il richiamo del capo dello stato ha un suo senso: provare, a un mese dal voto, a evitare che la campagna referendaria possa essere finalizzata a screditare le stesse istituzioni che si promette di voler rafforzare. E il destinatario del messaggio sembra essere senza possibilità di errore il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Il fronte del No proverà dunque a iscrivere automaticamente il capo dello stato tra coloro che sognano di dare un colpo alla riforma del governo e tra coloro che in particolare sognano di lasciare il Csm così com’è. Ma se si ha la pazienza di respirare, di contare fino a dieci e di riavvolgere il nastro si scoprirà che nel passato recente ad aver offerto solide ragioni per suggerire una dura svolta al Csm è stato proprio il capo dello stato. Che non ha mai definito, naturalmente, il Csm come un sistema governato da un insieme di correnti che agisce in modo “paramafioso” – perché Mattarella ha conosciuto sulla pelle della sua famiglia cosa è la vera mafia – ma che ha lasciato traccia di una serie di accuse rivolte al Csm forse persino più violente, nel merito, rispetto a quelle offerte da Nordio e Di Matteo. Nel corso degli anni ha offerto buone ragioni per spiegare perché le derive correntizie del Csm sono qualcosa di drammatico su cui vale la pena di intervenire con urgenza e con forza. Siamo andati a riprenderle, a una a una.
Tutto comincia il 25 settembre del 2018, quando il capo dello stato per la prima volta interviene sul tema dei temi: la deriva correntizia. “I togati – disse nell’occasione del passaggio di consegne tra un Csm e l’altro – non possono e non devono assumere le decisioni secondo logiche di pura appartenenza”. Pochi mesi dopo, il 21 giugno 2019, il capo dello stato torna sul tema denunciando un sistema di manovre e di scambi, di interferenze tra poteri e di rischio di eterodirezione con conseguente perdita di autorevolezza della magistratura generata proprio dalla deriva correntizia. Siamo all’Assemblea plenaria straordinaria del Consiglio superiore della magistratura. Sono i giorni dell’inchiesta sulle correnti del Csm. Sono i giorni del caso Palamara. “Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il Csm, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’ordine giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla magistratura”. Passano pochi mesi, arriviamo al 14 novembre 2019 e Mattarella torna sulla questione: “Il Consiglio superiore ha, oggi più che mai – come sempre –, il dovere di assicurare all’ordine giudiziario e alla Repubblica che le sue nomine siano guidate soltanto da indiscutibili criteri attinenti alle capacità professionali dei candidati”. Più logiche legate al merito, meno logiche dettate dall’appartenenza.
Siamo al 18 giugno del 2020. Sergio Mattarella interviene in occasione della cerimonia commemorativa del quarantesimo anniversario dell’uccisione di Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Guido Galli, Mario Amato e Gaetano Costa e del trentennale dell’omicidio di Rosario Livatino. E’ un discorso fortissimo. “E’ il momento di dimostrare, con coraggio, di voler superare ogni degenerazione del sistema delle correnti per perseguire autenticamente l’interesse generale ad avere una giustizia efficiente e credibile”. E ancora: “La dialettica fra posizioni diverse, il cui valore è indiscutibile, come espressione di pluralismo culturale, rappresenta una ricchezza per le nostre istituzioni. Questa dialettica diventa, tuttavia, deleteria allorquando le differenze si traducono in contrapposizioni sganciate dai valori costituzionali di riferimento poiché fanno perdere di vista l’interesse comune ad avere una giurisdizione qualificata e indipendente. Appare davvero necessario un ‘rinnovamento culturale per rigenerare valori’ come pure è stato scritto nei giorni scorsi”. E infine: “Il compito primario assegnato dalla Costituzione al Csm impone, in modo categorico, che si prescinda dai legami personali, politici o delle rispettive aggregazioni, in vista del dovere di governare l’organizzazione della magistratura nell’interesse generale. Sono state preannunciate modifiche normative che dovranno necessariamente articolarsi lungo il tracciato delineato della Costituzione. Indipendenza e autonomia dell’ordine giudiziario sono princìpi fondamentali – ripeto –, irrinunziabili per la Repubblica. E di ciò andrà tenuto conto. E’ necessario che il tracciato della riforma sia volto a rimuovere prassi inaccettabili, frutto di una trama di schieramenti cementati dal desiderio di occupare ruoli di particolare importanza giudiziaria e amministrativa, un intreccio di contrapposte manovre, di scambi, talvolta con palese indifferenza al merito delle questioni e alle capacità individuali”. E un mese dopo: “Sono certo che (il Csm) saprà anche fornire un apporto significativo anche al Consiglio superiore e al suo Comitato di presidenza, contribuendo a promuovere quel rinnovamento del governo autonomo di cui vi è necessità da tutti avvertita”.
Le parole di ieri di Mattarella, indirizzate evidentemente contro il governo, faranno notizia, desteranno stupore, ecciteranno qualche esagitato sostenitore del No, che proverà a trasformare il capo dello stato in un alleato di Gratteri, e faranno indignare magari qualche pigro sostenitore del Sì, che stupidamente, piuttosto che riflettere sulle parole del capo dello stato, potrebbe utilizzarle per dimostrare che c’è un complotto del Quirinale contro la riforma. Ma se si vuole osservare il film nella sua interezza si potrebbe dire senza paura di essere smentiti che ad aver usato parole ancora più definitive rispetto a quelle di Nordio e di Di Matteo per denunciare il sistema osceno, pericoloso, incancrenito di una giustizia basata sull’appartenenza alle correnti è stato proprio il capo dello stato. Nella consapevolezza che la delegittimazione più pericolosa degli organi di autogoverno della magistratura arriva non sempre dall’esterno della magistratura ma spesso dall’interno. E spesso da una deriva forse persino più pericolosa di una citazione di un ministro della Giustizia: l’autodelegittimazione di un sistema giudiziario che, avendo fatto della irresponsabilità una virtù e dell’appartenenza correntizia una necessità, ha reso inevitabile chiedersi se sia doveroso o no fare qualche passo rispetto a un Csm in cui, nonostante la buona volontà, non si riesce a scrivere un nuovo capitolo rispetto alla stagione dominata da trame di schieramenti cementati dal desiderio di occupare ruoli di particolare importanza giudiziaria e amministrativa, in un intreccio di contrapposte manovre, di scambi, talvolta con palese indifferenza al merito delle questioni e alle capacità individuali.