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L'editoriale del direttore

Le ragioni del “Sì” al referendum attraverso le frasi fantastiche dal passato dei sostenitori del ”No”

Claudio Cerasa

Dalla mozione congressuale del Pd sulla separazione delle carriere fino alle ragioni per cui al sorteggio del Csm non ci sono alternative per battere il correntismo, spiegate da Gratteri. Il caso Di Matteo è significativo, ma è solo una piccola goccia nell’oceano delle ipocrisie anti garantiste. Un piccolo ripasso

Il formidabile affondo di Carlo Nordio sul sistema “paramafioso” che governa gli ingranaggi del Csm ha permesso di illuminare un dato interessante della campagna elettorale referendaria che va ben oltre il merito delle parole utilizzate dal ministro della Giustizia. Parlare di sistema paramafioso, ovviamente, è un’esagerazione. Ma usare, come ha fatto Nordio, le vecchie frasi di alcuni sostenitori del No per spiegare le ragioni del Sì, in questo caso a dire che le correnti del Csm ricordano come stile organizzativo quello della mafia, fu anni fa una delle icone dell’antimafia chiodata, il dottor Antonino detto Nino Di Matteo, è utile per ricordare una verità rimossa in questa battaglia referendaria. Potremmo chiamarlo il teorema Bettini: l’unico modo per votare No al referendum è prescindere dal merito e trasformare il referendum sulla giustizia in un referendum su Meloni perché se si va a guardare il merito si scoprirà che alla fine le ragioni per votare Sì sono così trasversali da essere rinvenibili anche in vecchie dichiarazioni degli attuali sostenitori del No. Il caso Di Matteo, da questo punto di vista, è insieme significativo e spettacolare. Ma è solo una piccola goccia nell’oceano delle ipocrisie anti garantiste. Un piccolo ripasso, se volete, può aiutare a capire in che senso. 

                                

La riforma Nordio, come sapete, è un tavolo con tre gambe. La prima gamba coincide con la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Tema: più terzietà nella giustizia, meno promiscuità tra pubblico ministero e giudice. La seconda gamba coincide con il sorteggio del Csm. Tema: meno peso all’appartenenza alle correnti, più peso alle valutazioni di merito. La terza gamba coincide con l’Alta corte disciplinare. Tema: avere un organo separato dal Csm che giudica e sanziona gli illeciti disciplinari dei magistrati. Trovare qualcuno di importante tra i sostenitori del No che in passato ha sostenuto il dovere di votare Sì ad alcune riforme presenti oggi nella riforma a cui chiedono di votare No è un gioco da ragazzi.

Gamba numero uno, dunque: le carriere separate. Nel 2019, l’attuale responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, come ricorderete, firmò, insieme a una dozzina di deputati e senatori del Pd tuttora in carica una mozione congressuale, quella a nome di Maurizio Martina, che sul tema della giustizia prevedeva quanto segue. Testuale: “Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. Gamba numero due: il sorteggio. Il dottor Nino Di Matteo, nel 2019, come ricordato da Nordio, sosteneva, con una certa forza, che “l’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso”. E nel denunciare “la degenerazione clamorosa del correntismo”, la giudicò “molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso”. Per scardinare questo sistema, diversi importanti esponenti e autorevoli sostenitori del No suggerirono tra il 2019 e il 2021 di utilizzare un sistema che chissà se a qualcuno non suoni familiare: il sorteggio. E qui vale la pena ricordare che l’idea del sorteggio non nasce oggi: la rivendicavano, con enfasi, alcuni dei più rumorosi campioni del No. “Se vuoi sbaragliare le correnti è inutile mettersi a fare tic tic toc toc. Devi mettere una riforma costituzionale che sorteggia i membri del Csm: non ci sono alternative”, disse il 7 giugno 2021 Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano. Per paura di non aver reso esplicito il messaggio, Travaglio in quell’occasione aggiunse anche altro: “Almeno per dieci anni, finché la magistratura non è uscita da questo colossale sputtanamento, bisogna inserire un elemento di casualità in coloro che la giudicano e l’unico modo è sorteggiarli.

Se un magistrato Pinco Pallino ha il potere di arrestarmi, potrà avere il potere di giudicare i suoi colleghi? Per quale motivo non li possiamo sorteggiare, li sorteggiamo fra i magistrati, eh, mica tra i passanti. Questo però lo devi fare con una riforma costituzionale, io penso che sia l’unica soluzione. Il resto l’hanno già cambiato 80 volte il sistema elettorale del Csm e le correnti hanno sempre trovato il modo di ficcarci il becco”. Insomma: quando l’argomento era “sputtanamento” e correntismo, il sorteggio era la cura. Oggi che il sorteggio è sul tavolo, è diventato improvvisamente una minaccia. Nel settembre del 2021, alla festa del Fatto quotidiano, Nicola Gratteri, magistrato, front runner del No, autoproclamatosi guida delle coscienze non corrotte del paese, spiegò anche lui le ragioni per cui al sorteggio del Csm non ci sono alternative per battere il correntismo. “Penso a monte che per modificare il Csm, per ridurre lo strapotere delle correnti, penso che a questo punto il sistema migliore sia il sorteggio. Serve il sorteggio puro, anche a costo di cambiare se è necessario la Costituzione. Perché anche facendo prima il sorteggio e poi voti tra quelli sorteggiati non funzionerebbe lo stesso, perché all’interno hai sempre gli appartenenti alla corrente quindi la corrente dice votate quelli”.

Gamba numero tre. Nell’ottobre 2021, il Pd, con una proposta avanzata da Anna Rossomando, Luigi Zanda, Franco Mirabelli, Dario Parrini e Monica Cirinnà, attuali esponenti del Pd, depositò in Senato una proposta, indovinate, per far cosa? Proprio quello: l’istituzione di un’Alta corte a cui affidare il controllo sui provvedimenti disciplinari adottati dal Consiglio superiore della magistratura e anche dagli organi di autogoverno della magistratura amministrativa, contabile, militare e tributaria, nonché sui provvedimenti che riguardano la carriera dei magistrati. In altre parole: ciò che oggi viene raccontato come azzardo, ieri veniva rivendicato come necessità.

Ci sono ovviamente ragioni perfettamente legittime per votare No. Si può tranquillamente considerare positivo uno degli elementi della riforma e un altro meno. Si può tranquillamente considerare la difesa dello status quo come un asset imprescindibile per difendere il diritto delle correnti a tutelare se stesse. Si può tranquillamente considerare l’irresponsabilità di cui godono i pubblici ministeri come un asset irrinunciabile del nostro sistema giudiziario. Si può considerare necessaria la lotta contro Meloni un valore meno negoziabile della difesa del garantismo. Si può far finta di non ricordare che lo sradicamento del corporativismo togato è un passaggio necessario per superare uno degli ultimi avamposti della cultura fascista presenti nel nostro ordinamento, vedi alla voce Codice Rocco. Ma non si può far finta di non capire che la riforma Nordio è così poco figlia della cultura di destra da essere perfettamente spiegabile andando ad attingere alle parole e alle frasi usate nel passato dagli stessi difensori dello status quo. Difensori che oggi si scandalizzano per un ministro della Giustizia che cita un loro beniamino, ovvero il dottor Di Matteo, e che quando si rendono conto che per dire di Sì è sufficiente riavvolgere il nastro e capire cosa dicevano un tempo i sostenitori del No non possono che scegliere due scorciatoie: o buttarla in caciara, e parlare del nulla, o fingere di essere svenuti travestendosi da opossum pur di non ammettere che provare a scardinare le correnti della magistratura, responsabilizzando i magistrati e rendendo i giudici più terzi non è una deriva autoritaria ma è solo un tentativo di aiutare il sistema giudiziario a interrompere una deriva pericolosa per la nostra democrazia: l’autodelegittimazione della nostra magistratura.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.