Ansa
per una legittimazione
Un Sì per salvare la giustizia e la magistratura da sé stessa
Un paese che non crede nella propria giustizia, è un paese alla frutta. In questa deriva la magistratura ci ha messo del suo, soprattutto con iper-corporativismo, che ormai l'avvolge e la separa dalla legittimazione che dovrebbe avere, creando una profonda faglia tra giustizia e cittadinanza
Si può essere molto critici con questo governo e con lo stesso ministro Nordio che, stando a quel che dice, farebbe meglio a tacere, e allo stesso tempo votare convintamente Sì al prossimo referendum? Votare la riforma Nordio nonostante Nordio? Sì, si può, e anzi si deve. E non già contro la magistratura ma per salvarla dalla crisi di legittimazione in cui si è cacciata. Dai trionfi di Mani pulite al discredito più diffuso in ogni strato della popolazione. Se allora sventolavano gli striscioni per Di Pietro, oggi si fa fatica a mettere cinque persone di fila che riconoscano credibilità e autorevolezza a una sentenza pur emessa “in nome del popolo italiano”. E se dinanzi a qualsiasi platea ci si vuol garantire un applauso, è sufficiente parlar male di un giudice. Ovviamente era sbagliato allora perché da Barabba abbiamo imparato che non si esercita la giustizia a furor di popolo; ma non è sano nemmeno adesso perché un paese che, a torto o a ragione non crede nella propria giustizia, è un paese alla frutta, se non liquefatto. In questa deriva la magistratura ci ha messo del suo; non solo e non tanto con alcune esagerazioni, che spesso trovano correzione già all’interno del processo, ma soprattutto con un incredibile iper-corporativismo, che ormai l’avvolge e la separa dalla legittimazione che dovrebbe avere, creando una profonda faglia tra cittadinanza e giustizia. Ed è sempre lì l’inquinamento della funzione che la Costituzione ha affidato al Csm. Organo di garanzia del servizio giustizia, non già organo di rappresentanza e campo di scontro tra le diverse correnti.
Del resto solo logiche corporative possono spiegare un così determinato schieramento di forza, a fronte di una riforma che si limita a certificare una divisione di funzioni (tra requirenti e giudicanti) che pur si afferma esista già e un restituzione del Csm alla sua funzione costituzionale dopo i disastri venuti alla luce. E lasciando le correnti del tutto legittimamente fuori dall’organo di garanzia, dove potranno a quel punto liberamente svolgere attività di politica associativa. E se è pure vero che la riforma rinforzerebbe i pubblici ministeri, perché urlano cosi tanto se non in una logica tutta corporativa dove oggi grazie al loro peso “politico”, dovuto a visibilità a oggettiva forza intimidatrice, comandano su un corpo ben più numeroso di quello che sarebbe domani? E’ lo specchio di questa immagine corporativa che la riforma infrange senza fare nessuna delle cose che assurdamente la premier Meloni le assegna. Si deve votare Sì per salvare la magistratura da sé stessa, dall’autodistruzione in cui si è infilata, con questo gigantismo corporativo. Sul quale purtroppo la sinistra si è schiacciata, per fortuna con autorevoli dissensi dimenticando l’autonomia dell’allora Partito comunista che si schierò per la responsabilità civile dei giudici. E, più di recente, i testi elaborati nella Bicamerale D’Alema che andavano ben al di là dell’odierna riforma, sempre sdoppiando il Csm, indebolendo la componente togata, creando una identica corte disciplinare e affidando a un organo di elezione politica il potere di iniziare l’azione. Né ha senso menar scandalo per il sorteggio quando oggi già per altissime istanze magistratuali è pure previsto: come per chi deve giudicare il presidente della Repubblica in stato di accusa, la Corte costituzionale integrata da 16 componenti tutti estratti a sorte o come avviene ogni giorno per le Corti d’assise. Votare Sì, dunque, perché come noto il giudice non deve solo essere imparziale ma apparirlo, e oggi troppa parte del paese non vede il pm e il giudice terzo e imparziale come pure già recita l’art. 111 della Costituzione, ma tutti avvinti in una intoccabile corporazione. Mentre di una giustizia legittimata si ha bisogno come dell’aria, perché dopo quella dei parlamenti e quella degli esecutivi siamo pur nell’epoca del giudiziario per l’impossibilità del legislativo di inseguire una realtà multiforme e cangiante essendo sempre più necessario il diritto del caso concreto che solo un giudice riconosciuto come tale ci può dare.
Gianluigi Pellegrino, avvocato amministrativista