Andrea Padalino (foto Ansa)
l'intervista
"Io, magistrato, chiedo scusa per aver ignorato i danni del correntismo e della gogna mediatica". Parla Padalino
Il giudice Andrea Padalino: “Ho ignorato le degenerazioni delle correnti e i danni della gogna mediatica fino a quando ne sono stato vittima. Faccio mea culpa e vi racconto il mio calvario”. La riforma Nordio? “Positiva, al referendum voto Sì”
"Mi scuso per aver ignorato le vittime innocenti della malagiustizia: indagati e imputati, persone comuni e celebri, colpiti dal maglio di una giustizia di parte, autoreferenziale e proiettata verso un delirio di onnipotenza, in grado di distruggere vite e professionalità, calpestando esseri umani, rappresentati come colpevoli e messi alla berlina su giornali e media compiacenti. Mi scuso per aver creduto soltanto nel mio lavoro, ignorando un sistema correntizio che non privilegia il merito, ma il compromesso, la scarsa efficienza, la mediocrità. Mi scuso per aver ignorato i mali e le devastazioni che un sistema fuori controllo ha fatto e continua a fare a troppe persone oneste e perbene”. A parlare è Andrea Padalino, magistrato dal 1991, in gioventù gip a Milano durante il periodo di Mani Pulite, poi diventato un noto pubblico ministero a Torino (dove ha condotto numerosi procedimenti contro la ‘ndrangheta, il terrorismo islamico e le violenze dei manifestanti No Tav). Quello che Padalino affida al Foglio, con un tono amareggiato, è un mea culpa, ma anche e soprattutto una denuncia pubblica dei mali che affliggono la magistratura e la giustizia italiana, di cui lui stesso ha finito per essere vittima. Nel 2018, infatti, Padalino venne accusato di corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio in un’inchiesta su presunti favoritismi nella procura di Torino. Dopo quattro anni di gogna mediatico-giudiziaria, Padalino è stato assolto in via definitiva da ogni accusa, anche se la vicenda ha intanto stravolto la sua vita. Anche sul piano professionale. Nonostante l’assoluzione, infatti, il Consiglio superiore della magistratura nel luglio 2024 lo ha sanzionato sul piano disciplinare con la sospensione dalle funzioni per un anno e sei mesi, e il trasferimento al tribunale dell’Aquila con funzioni di giudice civile. Innocente ma punito.
Ma partiamo dall’inizio, dalle scuse per aver ignorato i danni della malagiustizia. “Quando sono entrato in magistratura – racconta Padalino – fin dall’inizio mi è capitato in diverse occasioni di sentire persone lamentarsi di essere vittime di ingiustizie, di processi fatti male, di persecuzioni. I ritmi molto impegnativi del lavoro mi hanno spinto a ignorare queste lamentele o a minimizzarle”. “Ovviamente ero consapevole dell’esistenza di errori giudiziari. Penso al caso Tortora, su tutti. Ma ero convinto che questi errori rientrassero all’interno di un sistema che aveva una sua fisiologia, e che quindi gli errori non fossero il segno di una patologia, ma piuttosto la dimostrazione della capacità del sistema giudiziario di correggere eventuali abbagli”, prosegue Padalino. “Per questo quando sentivo le persone lamentarsi di essere vittime di malagiustizia giravo la testa dall’altra parte. Non capivo che in realtà dietro determinati errori giudiziari si cela l’utilizzo di meccanismi processuali in malafede. Questo purtroppo l’ho capito soltanto in seguito”. L’ex pm spiega che i magistrati “hanno a disposizione strumenti potentissimi, il problema è che se l’uso di questi strumenti viene piegato a un’ideologia, a un’inimicizia o a un’affermazione del proprio potere, a quel punto possono prodursi errori devastanti, che non sempre è possibile correggere”.
Lei in avvio ha parlato persino di “delirio di onnipotenza” della magistratura. Lo ha percepito tra i suoi colleghi? “Assolutamente sì, e purtroppo ce lo conferma la cronaca giudiziaria. La libertà è il bene più prezioso che un essere umano ha. Purtroppo vediamo che spesso la libertà personale viene privata ai cittadini sulla base di un uso distorto degli strumenti d’indagine. Il problema di fondo è che se in questo lavoro il dubbio non ti accompagna, ma prevalgono le certezze, a quel punto il tuo lavoro diventa veramente pericoloso”.
Padalino si sofferma anche sul tema delle degenerazioni delle correnti nella magistratura. “Io non ho mai avuto una tessera di corrente in tasca”, premette, per poi aggiungere: “Forse è anche per questo che non ho fatto chissà quale carriera, ma sono sempre rimasto sostituto procuratore”. “Il punto è che la tessera di corrente ce l’ha più del 90 per cento dei magistrati, quindi significa che un problema significativo esiste”, rimarca Padalino. “Ciò che è avvenuto è che si è confusa una legittima libertà di manifestazione del pensiero e di associazione, che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini, con un sistema che finisce per non poggiare più sull’autonomia e sull’indipendenza del singolo magistrato, ma sulla sua cooptazione all’interno di una corrente. Qui sta la degenerazione del sistema”, sottolinea. “Nessuno è disposto a rinunciare a questo sistema in cambio di un altro invece basato su merito, capacità e professionalità. Qualsiasi questione negli uffici giudiziari passa attraverso la logica spartitoria delle correnti”.
Il maligno potrebbe contestarle come mai lei, da abile pubblico ministero, non si sia mai accorto dell’esistenza di queste distorte dinamiche correntizie. “Non è così, me ne sono accorto e in certi momenti ho anche avvertito la potenza di questo fenomeno – replica Padalino – ma ho fatto l’errore di pensare di potermi difendere facendo semplicemente il mio lavoro, senza interessarmi del resto. Purtroppo non è così, nel bene e nel male. Nel senso che, da un lato, sono riuscito a estraniarmi da un sistema degenerato, dall’altro, però, nel frattempo ho in qualche modo legittimato una situazione che non è giusta”. “Ricordo che una volta mi trovavo al Csm per un incontro istituzionale e notai che davanti alla porta dell’ufficio dell’allora consigliere Palamara c’era una fila. Non di persone sconosciute, ma di colleghi, che in quel periodo peroravano le proprie cause all’interno di un sistema basato sulla logica spartitoria. Il meccanismo poi si è inceppato, ma il problema è che a pagare è stato solo Palamara. In realtà chi ha beneficiato di quel sistema è ancora tranquillamente insediato nei propri ruoli”, afferma Padalino.
Arriviamo alla sua vicenda giudiziaria. “Emerse con una tempistica singolare – ricorda Padalino – Era la primavera del 2018 e avevo presentato la candidatura per ricoprire l’incarico di procuratore capo ad Alessandria. Improvvisamente, un mese prima che il Csm si riunisse per valutare le varie candidature, cominciarono a uscire degli articoli sui giornali in cui si ipotizzava l’esistenza di una ‘cricca’ alla procura di Torino, della quale io ero il capo. Questo comportò la mia rinuncia alla domanda per il prestigioso incarico al quale mi ero candidato. Nacque un’indagine, che portò a un processo che si è concluso dopo quattro anni con la mia assoluzione piena”.
Padalino venne accusato prima dai suoi colleghi torinesi, poi dalla procura di Milano alla quale venne trasferita per competenza territoriale l’indagine, di essersi autoassegnato alcuni fascicoli che coinvolgevano terze persone interessate, da cui poi avrebbe ricevuto favori e regalie, come cene e soggiorni di lusso. Nel gennaio 2022 Padalino, difeso dall’avvocato Massimo Dinoia, è stato assolto dal gup del tribunale di Milano: i fascicoli d’inchiesta giunti sulla sua scrivania, si legge nelle motivazioni della sentenza, “non hanno seguito una corsia preferenziale”.
I pm milanesi, Eugenio Fusco e Laura Pedio, avevano chiesto una condanna a tre anni di reclusione. Come spesso accade, vivendo l’assoluzione come una sorta di onta, i pm hanno deciso di impugnare la sentenza, ribadendo le accuse contro Padalino, riformulandole però in abuso d’ufficio. La procura generale di Milano, però, ha deciso con formale rinuncia di non portare avanti il ricorso in secondo grado. Da qui l’inammissibilità dell’impugnazione dei pm dichiarata dalla Corte d’appello, che ha reso così definitiva nel dicembre 2022 la sentenza di assoluzione per Padalino.
La vicenda giudiziaria è stata accompagnata dal solito meccanismo della gogna mediatica. “A ogni fase dell’indagine e poi del processo si è accompagnata la pubblicazione sui quotidiani di articoli in cui venivano riportati atti di indagine che non erano neanche oggetto di contestazione. Faccio un esempio su tutti, che dà l’idea del modo in cui una persona può essere umiliata: addirittura venne pubblicata una notizia in cui si ipotizzava che io avessi fatto pressioni sul direttore della scuola elementare in cui mia figlia doveva iscriversi. Questo non mi è poi mai stato contestato sul piano processuale, ma intanto chi ha letto quegli articoli cosa avrà pensato di me?”, si chiede Padalino. “Vennero anche pubblicati articoli con fotografie con tacchi a spillo associati a soggiorni in hotel di lusso”, prosegue. “E’ stato umiliante e imbarazzante, e tutto ciò ha demolito completamente la mia immagine di magistrato e la mia credibilità agli occhi dei cittadini”.
“Questa vicenda ha devastato la mia vita sotto ogni aspetto”, ribadisce Padalino. Innanzitutto quello lavorativo: “In seguito all’emergere dell’indagine, non solo ho subito rinunciato alla corsa a procuratore di Alessandria, ma ho anche chiesto di abbandonare la procura di Torino e l’applicazione come giudice civile al tribunale di Vercelli. A causa del procedimento penale, inoltre, il Csm ha congelato il mio avanzamento di carriera. Sono trascorsi sei anni e, sebbene sia stato assolto, il Csm non ha ancora riconosciuto il superamento della settima valutazione di professionalità, la più rilevante dal punto di vista economico di tutta la carriera di un magistrato. Perché? Non riesco a capirlo”. Ma soprattutto l’indagine ha stravolto la vita sociale, famigliare e personale di Padalino: “Improvvisamente cambia tutto, perché tutto il mondo in cui ti trovi inserito viene cancellato”, racconta il magistrato. “Molte persone spariscono perché ovviamente non hanno nessun interesse a farsi vedere con un incolpato, un appestato. La situazione famigliare diventa drammatica perché non si ha più la normale serenità di vita che spetterebbe a ciascuno di noi nell’ambito dei rapporti personali. Mi sono separato da mia moglie, i miei figli si sono addirittura ritrovati a discutere con alcuni compagni di scuola per le accuse che mi venivano rivolte. Avrei voluto difendere anche loro da quel tipo di problema, ma non ho potuto fare niente. Per non parlare dei miei due genitori molto anziani, che purtroppo sono venuti a mancare prima che tutto questo calvario finisse”. “La vita si trasforma in un’attesa di qualcosa che non arriva mai, anche a causa dei tempi lunghissimi dei processi, e in quest’attesa la persona si consuma”, riflette Padalino. “La bomba al cobalto di cui parlava Enzo Tortora è esplosa anche dentro di me: mi sono ritrovato un carcinoma maligno”.
Peccato, però, che per tutti questi danni prodotti da accuse poi rivelatesi infondate nessuno pagherà. “Quella del magistrato è l’unico esempio di professione in cui non c’è responsabilità”, afferma in modo netto Padalino. “Nessuno sostiene che un errore giudiziario sia sempre frutto di una grave negligenza da parte del magistrato. Ma quando l’errore è causato dal mancato rispetto di precise regole, quanto meno la persona che sbaglia deve essere riconosciuta responsabile dell’errore. Se tu, magistrato, sei capace di fare il tuo lavoro mediamente bene allora svolgi la funzione, se non sei capace devi fare qualcos’altro. Negli uffici giudiziari esiste l’attività giurisdizionale e l’attività amministrativa. Bene: si mettano i magistrati che sbagliano a dirigere le cancellerie. Se poi continuano a sbagliare bisognerà magari anche riflettere sul fatto che permangano in magistratura”.
Per Padalino, la modifica della normativa sulla responsabilità civile del magistrato non può prescindere da una revisione del principio secondo cui l’attività di interpretazione della legge da parte del magistrato non può essere oggetto di valutazione: “L’interpretazione fa parte di qualsiasi attività lavorativa, ma non può e non deve diventare arbitrio. L’interpretazione non può diventare libertà assoluta di fare di una vicenda quel che si vuole. Questa libertà deve avere dei paletti”.
Il paradosso ulteriore della vicenda è che Padalino, nonostante l’assoluzione, è stato sanzionato sul piano disciplinare dal Csm. “Anche nella sezione disciplinare del Csm si riproducono le dinamiche correntizie. Basti pensare che magistrati che hanno commerciato con delinquenti comprovati hanno avuto un semplice trasferimento d’ufficio, mentre altri che magari hanno avuto condotte meno gravi si trovano sospesi dal servizio. Per questo dico: ben venga l’istituzione dell’Alta corte disciplinare prevista dalla riforma Nordio”, dichiara Padalino. “Affidare la funzione disciplinare a un organismo che non ha niente a che vedere con il resto del Consiglio superiore della magistratura è una garanzia in più per il magistrato. A quel punto forse avremo finalmente una giustizia disciplinare che è ancorata solo ai princìpi della giustizia e non ad altro”.
La separazione delle carriere tra pm e giudici ridurrà l’autonomia e l’indipendenza delle toghe, come sostiene il fronte del No al referendum, capitanato dall’Associazione nazionale magistrati? “La separazione è necessaria e sacrosanta”, replica Padalino. “La separazione elimina il rischio che la decisione di un pm o di un giudice sia condizionata dalla loro compartecipazione allo stesso organo di governo autonomo della magistratura, se non alla stessa corrente”.
Ma per Padalino l’elemento veramente “dirompente” della riforma costituzionale è il sorteggio per l’elezione dei due futuri membri togati del Csm: “Il sorteggio spezza completamente il potere delle correnti, che non potranno più condizionare o addirittura determinare l’elezione dei membri togati. Inoltre responsabilizza la categoria, perché i magistrati che saranno sorteggiati dovranno assumersi la responsabilità di gestire l’alta amministrazione della propria categoria. E sono convinto che i magistrati svolgerebbero bene questo tipo di attività, perché agirebbero al di fuori del sistema correntizio”. “Per tutte queste ragioni al referendum voterò Sì”, sottolinea Padalino.
Ma il magistrato Padalino come guarda al proprio, di futuro, dopo 35 anni con addosso la toga? “Mi sento un po’ come quando finisce un grande amore, una grande passione per qualcosa in cui si è creduto tanto, forse troppo. Continuo comunque a impegnarmi sempre per gli stessi valori. Mi auguro che la questione dell’avanzamento di carriera si sblocchi, ma certamente dopo tutte le vicissitudini giudiziarie la mia carriera è ormai finita, su questo non c’è dubbio. Ormai davanti a me c’è soltanto la pensione, quando raggiungerò l’età giusta. Ma la speranza è che la magistratura possa finalmente cominciare a cambiare”.
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