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l'intervista

La bufala di Report sui magistrati spiati

Ermes Antonucci

L'esperto Dezzani: "Nei computer delle toghe è installato un comune software che permette manutenzione e aggiornamento da remoto, e che è usato da tutte le organizzazioni, sia nel privato sia nella Pubblica amministrazione"

Ma quale spionaggio di magistrati da parte del governo. Il software che secondo Report sarebbe stato installato nel 2019 sui computer dei magistrati e che permetterebbe di spiare tutta la loro attività si chiama Ecm (Endpoint Configuration Manager), è prodotto da Microsoft, e in realtà “è un’applicazione che permette di fare manutenzione, aggiornamento, gestione e catalogazione dei dati nei computer da remoto e viene usata da tutte le organizzazioni, sia nel privato sia nella Pubblica amministrazione”. Lo spiega al Foglio Giuseppe Dezzani, consulente informatico di numerosissime procure d’Italia. Secondo l’anticipazione dell’inchiesta di Report, dal 2019 i tecnici del Dipartimento per l’innovazione tecnologica del ministero della Giustizia hanno installato il software su tutti i circa 40 mila dispositivi presenti negli uffici giudiziari italiani e il programma consentirebbe “di introdursi nei computer dei magistrati, senza chiederne il permesso o lasciare traccia”. “Accuse surreali”, ha replicato il ministro Carlo Nordio, spiegando che “le funzioni di controllo remoto non mai state attivate” e “in ogni caso, il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell’utente e di una sua conferma esplicita”. 

 

A prescindere dal consenso dell’utente interessato (in questo caso il magistrato), come spiega Dezzani “ogni attività svolta dai tecnici da remoto viene tracciata in un file log del computer e il Garante della privacy ha stabilito  che gli amministratori di rete sono obbligati a conservare per 180 giorni questi file di log”. Insomma, “si è di fronte a un software lecito, ma il cui uso può diventare illecito. Gridare quindi allo spionaggio dei magistrati per il solo utilizzo di questo software è come affermare che, poiché l’Arma dei Carabinieri fornisce la pistola ai suoi agenti, allora tutti i carabinieri sono degli assassini”, rimarca Dezzani. 

 

Ovviamente, aggiunge l’esperto, “va verificato se il ministero della Giustizia ha svolto tutte le attività di controllo sulle società alle quali viene appaltata la gestione delle infrastrutture informatiche degli uffici giudiziari, e quindi la previsione di protocolli di sicurezza adeguati che permettano di intercettare l’eventuale uso illecito del software e risalire al responsabile, tramite il tracciamento registrato dai file log”. 

 

Per il momento, la procura di Roma ha fatto sapere in una nota di aver aperto già nei mesi scorsi un fascicolo a modello 45, ossia senza indagati o ipotesi di reato, e che “dagli accertamenti svolti, a quanto si apprende, non sono emersi profili penalmente rilevanti rispetto al rischio di vulnerabilità informatica del sistema”. 

 

Se l’allarme di Report risulta infondato, resta invece più che mai attuale per Dezzani il tema dell’arretratezza del sistema giudiziario sul fronte della sicurezza: “Molti tribunali hanno server in cui non c’è protezione, non c’è il cambio password e i fascicoli possono essere visionati anche da altri magistrati e  dalla polizia giudiziaria”. 
 

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  • Ermes Antonucci
  • Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021) e "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]