
Gianfranco Colace (foto Ansa)
ancora guai
Il pm torinese Colace denunciato al Csm e a Nordio dal carabiniere che catturò Riina
Nell'esposto Riccardo Ravera contesta al magistrato una serie di irregolarità commesse durante alcune indagini svolte nei suoi confronti. Il pm è già stato sanzionato sul piano disciplinare per aver intercettato illegalmente l'ex senatore Esposito
Non sembrano essere finiti i guai per il pm torinese Gianfranco Colace, sanzionato dal Consiglio superiore della magistratura con il trasferimento di sede (Milano) e di funzioni (dal penale al civile), più un anno di perdita di anzianità, per aver intercettato illegalmente circa 500 volte l’allora senatore Stefano Esposito (“grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”). La sanzione non è ancora esecutiva in attesa del ricorso alla Cassazione, ma nel frattempo il magistrato è stato oggetto di un esposto inviato al Csm e al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, da parte di Riccardo Ravera, maresciallo dei Carabinieri in congedo che, con il nome in codice Arciere, fece parte della squadra che catturò Totò Riina sotto la guida del capitano Ultimo, scrivendo un capitolo di storia italiana nella lotta alla mafia. Nell’esposto Ravera evidenzia presunte irregolarità commesse proprio da Colace durante alcune indagini portate avanti nei suoi confronti, che configurerebbero illeciti disciplinari.
Ravera contesta innanzitutto al magistrato di aver condotto attività investigative ai suoi danni a partire dal 2015 non seguite da formale iscrizione nel registro degli indagati, come richiesto dalla legge, nonostante gli elementi raccolti si riferissero proprio alla persona di Ravera. In particolare l’ex carabiniere – che dopo il congedo ha cominciato a svolgere attività di consulenza nel campo della security – ricorda che il 5 ottobre 2020 venne iscritto nel registro degli indagati per un’ipotesi di corruzione in relazione a un appalto per l’aggiudicazione di servizi di sicurezza presso il “Lingotto” di Torino. Eppure, fa notare Ravera, rimandando a una corposa documentazione allegata, l’ipotesi di reato proveniva da un’informativa della polizia giudiziaria risalente al 6 novembre 2018, poi ripresa con ampie citazioni proprio dal pm Colace nella richiesta di intercettazione nei confronti dello stesso Ravera.
In altre parole il magistrato, pur avendo già nel 2018 tutti gli elementi per farlo, avrebbe iscritto Ravera nel registro degli indagati soltanto quasi due anni dopo, in violazione di quanto previsto dal codice di procedura penale a tutela del diritto di difesa (come noto, dalla data di iscrizione dipende il calcolo del decorso dei termini massimi per svolgere le indagini). La circostanza è venuta alla luce soltanto in udienza preliminare.
Lo stesso sarebbe avvenuto anche in una seconda contestazione di corruzione mossa da Colace a carico di Ravera, questa volta in relazione a un appalto per i servizi di sicurezza presso il sito “Torino Ogr”. Anche in questo caso, anche se l’ipotesi di reato era stata inserita in un’annotazione della polizia giudiziaria del maggio 2020, Colace avrebbe iscritto Ravera nel registro degli indagati soltanto nel maggio 2021, dunque con un anno di ritardo.
Per la cronaca, entrambe le contestazioni avanzate contro Ravera sono poi cadute in sede di giudizio: lo scorso febbraio Ravera è stato assolto “perché il fatto non sussiste” per la presunta corruzione legata al Lingotto, mentre la vicenda della presunta corruzione per l’Ogr è stata trasferita per competenza territoriale a Roma con un’ordinanza in cui si ventila già l’inconsistenza del reato.
Come se non bastasse, nell’esposto Ravera elenca anche altri tre procedimenti penali instaurati dal pm Colace nei suoi confronti, sulla base di atti di investigazione svolti a partire dal 2015, e tutti poi definiti con decreti di archiviazione o sentenze di assoluzione. Insomma, come avvenuto nel caso di Stefano Esposito, vittima di una sorta di caccia all’uomo da parte di Colace, condotta – come scritto dalla sezione disciplinare del Csm – attraverso “escamotage” per aggirare la disciplina che tutela l’immunità parlamentare, anche Ravera sarebbe stato oggetto di continue e pervasive attività di indagine da parte del pm torinese.
Per queste ragioni, nell’esposto Ravera chiede al procuratore generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare nei confronti delle toghe, di valutare se Colace si sia reso responsabile di illeciti disciplinari, tra cui la “violazione dei doveri di imparzialità, correttezza e laboriosità, avendo mantenuto una condotta investigativa occulta e dilatata nel tempo”, la “grave violazione di legge”, per aver ritardato l’iscrizione nel registro degli indagati pur avendo tutti gli elementi per farlo, e la violazione dell’obbligo di motivazione, avendo motivato con “formule generiche prive di concreto supporto istruttorio” provvedimenti quali richieste di intercettazioni e accertamenti fiscali.
Nell’esposto, infine, Ravera invita il ministro Nordio a valutare l’opportunità di inviare gli ispettori per verificare il corretto operato del pm Colace, e annuncia che procederà a denunciare il magistrato alla procura di Milano per averlo accusato di corruzione senza alcun minimo elemento a supporto.