L'editoriale del direttore

La separazione delle carriere non è di destra. Tre lezioni da sinistra

Claudio Cerasa

La riforma in lavorazione nel governo non è solo una giusta: è anche di sinistra. Tre lezioni da grandi maestri per mostrare l’ipocrisia delle dichiarazioni del campo largo

La lagna è già partita e il capo di imputazione sarà grosso modo questo: la separazione delle carriere è una riforma pericolosa, se non vergognosa, che contribuirà a trasformare il pubblico ministero in un surrogato della polizia giudiziaria, che non avrà alcun effetto sulla terzietà del giudice e che non avrà altro effetto se non quello di gettare sulla magistratura una montagna di letame, di delegittimazione, di sfiducia. La lagna è già partita, il capo di imputazione è già chiaro, l’accusa di fondo è già evidente – volete attaccare la magistratura perché siete fascisti – ma c’è un problema importante nella narrazione che farà della imminente riforma sulla separazione delle carriere il mondo progressista. E il problema è questo: la temutissima riforma delle carriere non è una riforma di destra. Lo si potrebbe affermare ricordando che è il buon senso che suggerisce che separare le carriere sia un tema trasversale, perché solo chi finge di non capire cos’è la giustizia italiana può fingere di non comprendere che il problema non è se il pubblico ministero continua a fare quello che spesso fa oggi, muoversi cioè come un surrogato della polizia giudiziaria, ma è far di tutto affinché vi sia un giudice più indipendente, più imparziale e più terzo rispetto a come lo è oggi. Ma se il buon senso non basta, qualche esperienza del passato può aiutarci a capire perché una sinistra che regala alla destra anche la separazione delle carriere è una sinistra che vuole fare di tutto per andare contro la propria storia.
 

Una prima lettura, sul tema, è quella che riguarda Giovanni Falcone, che nel 1989, su questo argomento, sosteneva quanto segue: “Comincia a farsi strada faticosamente la consapevolezza che la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del pubblico ministero non può più essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi: investigatore a tutti gli effetti il pubblico ministero, arbitro della controversia il giudice. Su questa direttrice bisogna muoversi, abbandonando lo spauracchio della dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo e della discrezionalità dell’azione penale, che viene puntualmente sbandierato tutte le volte in cui si parla di differenziazione delle carriere. Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti, nell’antistorico tentativo di continuare a considerare la magistratura unitariamente, equivale, paradossalmente, a garantire meno la stessa magistratura, costituzionalmente garantita sia per gli organi requirenti che per gli organi giudicanti”. Basterebbe questa frase definitiva di Falcone per avere contezza della strumentalità di molte tesi del mondo progressista sul tema della separazione delle carriere. Ma non ci accontentiamo e anzi vogliamo infierire. In due modi. Il primo, sofisticato ci rendiamo conto, riguarda un pensiero interessante espresso sul tema della separazione delle carriere da parte di una storica icona della sinistra: Giuliano Pisapia.
 

Prima di diventare sindaco di Milano, nella mitica stagione arcobaleno, Pisapia è stato anche un parlamentare di Rifondazione comunista, non esattamente un partito di estrema destra, e nel 2004 ha presentato una proposta di legge così intitolata: “Modifica dell’articolo 190 dell’ordinamento giudiziario, approvato con regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, in tema di distinzione delle funzioni requirenti e giudicanti e di passaggio da una funzione all’altra”. Sintesi: separazione delle carriere. Dice Pisapia: “Nel nuovo processo penale vi è una netta separazione tra il ruolo del pubblico ministero e quello del giudice. Il giudice – a garanzia di una corretta amministrazione della giustizia e nell’interesse dell’intera collettività – non solo deve essere – come espressamente previsto dall’articolo 111 della Costituzione – terzo e imparziale, ma deve anche apparire il più possibile equidistante da tutte le parti processuali (pubblico ministero, imputato e parte offesa)”. E ancora, tenetevi forte: “Riconoscere la sostanziale differenza tra la funzione requirente e quella giudicante equivale – diversamente da quanto alcuni temono – a garantire meglio la magistratura, la sua indipendenza e a prevenire il pericolo che ne sia inficiata la credibilità”. E infine, non svenite: “Non si può fare a meno di rilevare, peraltro, che la situazione italiana è del tutto anomala rispetto alla situazione della maggior parte degli altri paesi europei, nonché da quella di altri paesi extraeuropei, dove, seppure con forme diverse, è stata già operata, una netta distinzione tra le due funzioni. Il caso più interessante è sicuramente rappresentato dalla Francia dove la differenziazione di ruoli tra organi requirenti e giudicanti è talmente netta che nel 1993, con una legge di revisione costituzionale, è stata creata una sezione del Consiglio superiore della magistratura competente esclusivamente nei riguardi dei magistrati del pubblico ministero. In quasi tutti i paesi europei (per esempio Inghilterra, Galles, Germania, Svezia ed Austria) e in molti paesi extracomunitari la differenziazione delle funzioni o delle carriere è molto forte”. E infine: “Anche in Italia è necessario e indifferibile un intervento legislativo teso a rafforzare la differenza di funzioni tra i magistrati, e non già in una logica di emergenza, ma in ottemperanza al dettato costituzionale. Giova ricordare, per evitare qualsiasi equivoco, che nel nostro ordinamento non vi è alcun rischio che una più netta separazione delle funzioni possa, in qualsiasi modo, determinare una dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo: lo impediscono (e sono questi argini insuperabili) l’articolo 112 della Costituzione, che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale, l’articolo 104, primo comma (‘La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere’) e l’articolo 107,terzo comma (‘I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni’)”.
 

Siccome però vogliamo infierire e non ci accontentiamo delle parole di Giovanni Falcone e di Giuliano Pisapia potremmo aggiungere al catalogo un dato ulteriore e non meno clamoroso che riguarda una mozione congressuale presentata nel 2019 dall’ex segretario del Pd Maurizio Martina. Quella mozione venne sostenuta da molti esponenti del Pd che tuttora rivestono un ruolo di primo piano nel partito guidato da Elly Schlein, che se non  ricordiamo male si chiama ancora Pd. Tra questi vi era anche, oltre al capo della minoranza del Pd Lorenzo Guerini, anche Debora Serracchiani, attuale, udite udite, responsabile Giustizia del Pd di Schlein. La mozione presentata da Maurizio Martina aveva questo titolo: “Cambiare il Pd per cambiare l’Italia”. E indovinate qual era il punto più importante del suo programma sulla giustizia? Ovvio: “Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. Dal fascismo è tutto, a voi studio.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.