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Eroi ma anche burocrati

Perché è un guaio per l'Italia avere pm che considerano un “atto burocratico” applicare la legge senza esondare

Claudio Cerasa

I magistrati sono burocrati, per legge, in quanto pezzi da novanta della burocrazia, ma molti non vogliono accettare questo limite perché rivendicano una soggettività politica, perché vogliono influenzarla. Chiedere ai magistrati di non esondare non significa trasformarli in passacarte

Eroi sì, ma anche burocrati. Fra i temi politici che hanno dominato la settimana che ci lasciamo alle spalle ce n’è uno che non ha catturato a sufficienza l’attenzione degli osservatori. Il tema è complicato, delicato, difficile, contorto ma è un tema al centro del quale vi è l’essenza del rapporto malato che esiste in Italia tra la parola democrazia e la parola giustizia. Ci avrete fatto caso anche voi e forse non avrete dato il giusto peso a questa affermazione. Ma all’indomani delle considerazioni mosse dal ministro della Difesa Guido Crosetto sul tema dell’opposizione giudiziaria che esiste nel nostro paese, numerosi magistrati hanno scelto di farsi sentire, di mostrare la propria indignazione e il proprio dissenso, non attaccando direttamente il governo, o almeno non solo in questo modo, ma sventolando una bandierina apparentemente neutrale. La frase è più o meno questa e capiterà spesso di leggerla nei prossimi giorni: la politica vuole trasformare il magistrato in un burocrate. La definizione perfetta l’ha data ripetutamente nella settimana uscente il nuovo capo della procura di Napoli, il dottore Nicola Gratteri, in una delle sue rare interviste concesse agli organi di stampa: “Le riforme del governo ci consegneranno un magistrato burocrate, pavido e passacarte che perderà di vista il fine primario: fare una giustizia giusta. C’è da pensare che sia questo l’obiettivo”. Nel corso dell’assemblea organizzata dall’Associazione nazionale dei magistrati a Roma, lo scorso 26 novembre, la stessa espressione è stata utilizzata in molti casi. Un pm ha detto: “Il magistrato che non partecipa alle manifestazioni che non rende visibile il suo pensiero politico, che non è attivo, che non è militante in tutti gli ambiti di interesse sociale, è un burocrate che non tutela i diritti e tradisce la Costituzione”. Un altro ha aggiunto: “La separazione delle carriere crea il forte rischio di una burocratizzazione della magistratura”. Un altro ancora ha affermato: “L’interpretazione delle norme non può essere mai meccanicistica”.

Dietro l’affermazione apparentemente neutrale e universalmente accettata che il magistrato non possa essere un burocrate vi è però un mondo inquietante che improvvisamente si apre e che improvvisamente si mostra. Il magistrato che non vuole considerarsi un burocrate è un magistrato che sostiene il diritto e il dovere di interpretare le norme e di essere un soggetto “attivo” della resistenza costituzionale. In questa logica, essere dei burocrati, “dei passacarte”, significa qualcosa di più sottile rispetto a quello che i magistrati vogliono lasciare intendere (“non essere assoggettati al potente di turno”). Significa, molto semplicemente, che la magistratura non vuole limitarsi ad amministrare la giustizia ma sceglie di identificarsi in toto con il potere giudiziario. La legge siamo noi. E spesso in modo letterario.

Non è raro che siano magistrati a scrivere le leggi all’interno di un ministero. Non è raro che siano magistrati a riscrivere le leggi alle sezioni unite se non sono soddisfatti dei risultati. Non è raro che siano i magistrati a chiedere alla politica, quando non siano loro a scrivere le leggi, di avere norme non definite, con reati non chiari, per avere a disposizione la più ampia discrezionalità possibile per trasformare un teorema in un’indagine senza aver bisogno di passare dalla complicata e noiosa sessione della ricerca di una prova.

I magistrati che combattono l’idea che un pm o un giudice possa essere un burocrate non lo fanno perché si considerano garanti di un’interpretazione della legge coerente e conforme sia alla Costituzione sia al diritto europeo e internazionale. Ma lo fanno perché pensano che applicare semplicemente la legge sia di per sé un atto burocratico. I magistrati sono burocrati, per legge, in quanto pezzi da novanta della burocrazia, ma molti magistrati non vogliono accettare questo limite perché rivendicano una soggettività politica, perché vogliono influenzare la politica attraverso l’attivismo politico all’interno della propria corporazione e perché in definitiva vogliono essere il più possibile irresponsabili nell’esercizio del loro lavoro e delle loro funzioni. I giudici italiani, spesso, interpretano il loro ruolo come fattore palingenetico, per così dire, e alla fine non sono né si sentono, “sottoposti alla legge”, non pensano di dovere essere assoggettati a criteri minimi di buon andamento degli uffici pubblici, perché, molto semplicemente, la legge sono loro.  In alcuni casi, non voler essere un magistrato burocrate significa rivendicare il diritto a debordare, a esondare, a liberarsi dalle catene imposte dalle norme, per poter dare libero sfogo a tutte le prerogative assegnate a un magistrato dalla Costituzione non materiale del paese, che ha contribuito a trasformare la figura del magistrato in un qualcosa di simile a un custode della morale, del buon senso, della buona politica, delle buone riforme e della giustizia sociale. In questa logica, un magistrato che esonda, che esterna, che lotta, che fa politica attraverso la sua azione, oltre che attraverso la sua corrente, è un magistrato che fa “davvero” il suo lavoro. Mentre un magistrato che si limita davvero a fare il suo lavoro, preoccupandosi di cosa significhi essere terzi, di cosa significhi essere percepiti come indipendenti, di cosa significhi dover far tutto per non essere considerati attori della politica, è un magistrato che, in quest’ottica perversa, accetta di essere un semplice burocrate, rassegnandosi a svolgere solo il suo lavoro. Ma se un magistrato chiamato a far rispettare la legge chiede di non trasformare in un’anomalia il suo essere debordante, quel magistrato sceglie semplicemente di trasformare la magistratura non in uno dei fondamentali “check and balance” dello stato ma in un contropotere della politica. E un paese che accetta di considerare come ordinaria e non anomala la presenza di magistrati che chiedono a gran voce di non essere solo dei burocrati è un paese che ha fatto due scelte drammatiche: trasformare lo stato di diritto in un valore negoziabile e considerare la terzietà come un principio sacrificabile sull’altare del protagonismo della magistratura. Eroi sì, ma anche burocrati.
 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.