fine della gogna

L'ex senatore Siclari (FI) assolto dall'accusa di mafia: “Tre anni di incubo e dolore”

Ermes Antonucci

"La giustizia è arrivata, ma il prezzo che ho pagato è troppo alto" dice l'ex parlamentare coinvolto nella maxi inchiesta della Dda di Reggio Calabria. In primo grado era stato condannato a 5 anni e 4 mesi, nonostante la debolezza dell’impianto accusatorio

Negli ultimi tre anni e mezzo la sua vita è stata completamente stravolta da un’accusa infamante: quella di aver stretto un patto con una cosca mafiosa per farsi eleggere parlamentare. Per questo è stato processato, posto agli arresti domiciliari e condannato in primo grado. Lunedì l’incubo è finito: l’ex senatore di Forza Italia Marco Siclari è stato assolto dalla corte d’appello di Reggio Calabria, con la formula piena “perché il fatto non sussiste”, dall’accusa di scambio elettorale politico-mafioso

 

Nel febbraio 2020 l’allora senatore venne coinvolto nella maxi inchiesta contro la ’ndrangheta denominata “Eyphemos”, portata avanti dalla Dda di Reggio Calabria, con ben 65 arresti. Secondo gli inquirenti, per ottenere i voti necessari per essere eletto senatore alle politiche del 2018 Siclari aveva stretto un accordo con la cosca Alvaro. In particolare, si legge nel capo di imputazione, aveva accettato “a mezzo dell’intermediario Giuseppe Antonio Galletta, la promessa di procurare voti da parte di Domenico Laurendi, appartenente al locale di ‘ndrangheta di Santa Eufemia della famiglia mafiosa Alvaro”. 

 

Del presunto patto non esisteva alcuna prova. Si trattava di un’ipotesi degli investigatori fondata soprattutto su alcune intercettazioni riguardanti terze persone (nessuna intercettazione coinvolgeva infatti Siclari in prima persona). Anche la presunta moneta di “scambio” pagata da Siclari una volta eletto risultava piuttosto evanescente. L’intervento in appalti o in nomine di interesse della cosca mafiosa? Nulla di tutto ciò: per i pm Siclari aveva favorito il trasferimento di una persona, imparentata con gli Alvaro, da un ufficio postale a un altro (trasferimento che poi si scoprirà essere avvenuto attraverso le normali procedure, con un bando interno al quale hanno partecipato altre tremila persone). 

 

Nonostante la debolezza dell’impianto accusatorio, il 28 settembre 2021, nel processo di primo grado con rito abbreviato, Siclari è stato condannato ad addirittura cinque anni e quattro mesi di reclusione. Non solo. Nell’ottobre del 2022, terminata la legislatura, l’ex senatore ha perso l’immunità parlamentare, così la misura degli arresti domiciliari nei suoi confronti è stata eseguita con due anni e mezzo di ritardo (alla faccia delle esigenze cautelari). 

 

Un vero calvario per il politico azzurro, fedelissimo di Antonio Tajani, finito soltanto due giorni fa con il completo ribaltamento del giudizio in appello e l’assoluzione piena, richiesta persino dalla stessa procura generale. “L’assoluzione dimostra che il processo non doveva neanche essere celebrato, perché dalle indagini non è emerso alcun un elemento probatorio a carico del senatore”, dichiara al Foglio l’avvocato Gianluca Tognozzi, difensore di Siclari. “In dibattimento alcune trascrizioni delle intercettazioni sono persino risultate diverse da quelle effettuate dalla polizia giudiziaria. Si tratta di una storia senza né capo né coda. In trentuno anni di professione non ho mai assistito a una cosa del genere”, aggiunge Tognozzi. 

 

“Dedico questa assoluzione a Silvio Berlusconi, a mio padre e mio figlio”, ha scritto Siclari sui social commentando la sentenza d’appello, affermando che “la giustizia è arrivata, ma il prezzo che ho pagato è troppo alto”. “Sono stato finalmente assolto, con formula piena, dopo più di tre anni di incubo, di dure sofferenze, di profondo dolore e di danni incalcolabili dopo che è stato messo in discussione ingiustamente la mia persona, il mio nome”, ha aggiunto.

 

Nessuno potrà restituirmi ciò che mi è stato tolto, la salute, la serenità familiare e le opportunità lavorative e politiche”, ha proseguito Siclari. “Ci tengo a sottolineare che i veri ‘eroi’ dell’Italia sono quelle divise, quei pm, quei giudici che non puntano a costruire velocemente la loro carriera a discapito dei loro colleghi e soprattutto colpendo gli innocenti che fanno ‘gola’, ma coloro che restituiscono giustizia al territorio e alle persone che vengono colpite dall'ingiustizia”, ha concluso. 

Di più su questi argomenti: