Il non detto sul caso Open dopo l'archiviazione delle denunce di Renzi contro i pm

Ermes Antonucci

Il gip di Genova ha stabilito che l’esposto del leader di Italia Viva contro i magistati è infondato. "Interpretazione antidiluviana", ci dice il costituzionalista Salvatore Curreri. Resta il conflitto di attribuzione alla Corte costituzionale

Il giudice delle indagini preliminari di Genova ha archiviato l’indagine aperta dopo l’esposto presentato da Matteo Renzi contro l’ex procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo, e i magistrati Luca Turco e Antonino Nastasi, autori dell’inchiesta sulla fondazione Open, al termine della quale lo stesso Renzi è stato rinviato a giudizio per finanziamento illecito ai partiti (insieme ad altre dieci persone, tra cui Luca Lotti e Maria Elena Boschi). Le toghe erano state denunciate da Renzi per violazione dell’articolo 68 della Costituzione (quello sulle prerogative dei parlamentari) e della legge 140/2003, e per abuso d’ufficio. Secondo l’ex premier, nell’ambito dell’indagine su Open gli inquirenti hanno acquisito diversi messaggi Whatsapp ed e-mail che lo riguardano, nonché il suo estratto conto, senza l’autorizzazione del Parlamento, come previsto dalla Costituzione. 

 

Il gip di Genova, accogliendo la richiesta di archiviazione della procura, ha dato torto a Renzi, sostenendo che le chat e le e-mail di Renzi sequestrate nei telefoni di Marco Carrai (indagato, con l’ex premier, nel caso Open) e dell’imprenditore Vincenzo Manes, non costituiscono corrispondenza, ma “meri documenti informatici”, come affermato più volte dalla Cassazione penale. “Trattandosi di documenti – è la conclusione del giudice – per la loro acquisizione non era quindi necessaria la preventiva autorizzazione del Senato, richiesta soltanto per il sequestro di corrispondenza, oppure per sottoporre il membro del Parlamento a intercettazioni”. Il giudice ha anche escluso che le acquisizioni dei documenti fossero “mirate”, cioè finalizzate a leggere i messaggi di Renzi. 

 

Il grande baraccone giustizialista, munito di quotidiani e opinionisti, ha salutato con i fuochi d’artificio il verdetto del tribunale genovese, sostenendo che questa demolirebbe anche la decisione presa dal Senato lo scorso 22 febbraio di sollevare un conflitto di attribuzione alla Corte costituzionale contro la procura di Firenze per la violazione delle guarentigie parlamentari previste dalla Costituzione. Solo un ignorante in materia, però, potrebbe pensare che la pronuncia del gip genovese possa avere una rilevanza sul conflitto di attribuzione. 

 

Abituati alle manette e al codice penale, ci si dimentica che esiste anche il diritto costituzionale. Siamo quindi costretti a dare una notizia ai tanti forcaioli travaglini: i giudici di tribunale non si occupano né di legittimità costituzionale delle leggi né dei conflitti di attribuzione tra i poteri dello stato. Che un giudice, seguendo la Cassazione penale, abbia stabilito che non ci siano stati illeciti nel corso delle indagini su Renzi non implica affatto che il conflitto di attribuzione sollevato alla Corte costituzionale sia infondato.
Ritenere corrispondenza solo quanto viaggia dal mittente al destinatario, escludendo la messaggistica istantanea, è interpretazione antidiluviana, che andava bene ai tempi dei piccioni viaggiatori, ma oggi è assolutamente inadeguata rispetto alla tutela costituzionale della sua libertà e segretezza”, dichiara al Foglio Salvatore Curreri, professore di Diritto costituzionale presso l’Università di Enna “Kore”. Non a caso, l’interpretazione fornita dalla Cassazione penale non è condivisa dalla Cassazione civile e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.  

 

Ma ciò che più conta, spiega Curreri, è che “qui siamo dinanzi all’attività di un parlamentare, quindi alla necessità di proteggere l’esercizio del mandato”. “Qui si tratta della corrispondenza di e con un parlamentare, per il cui sequestro l’articolo 68 della Costituzione richiede l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Non si tratta di un privilegio del singolo parlamentare in quanto tale ma, come stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 390/2007, di una prerogativa ‘strumentale alla salvaguardia delle funzioni parlamentari’ di modo che intercettazioni o sequestri di corrispondenza non siano ‘indebitamente finalizzati a incidere sullo svolgimento del mandato elettivo, divenendo fonte di condizionamenti e pressioni sulla libera esplicazione dell’attività’”. “Se questa è la ratio di tale prerogativa – conclude Curreri – limitarla alle comunicazioni solo in corso di svolgimento e non già concluse, significa darne una interpretazione così restrittiva da vanificarla di fatto”. 

 

Insomma in ballo, come già evidenziato in passato, non c’è il futuro della vicenda giudiziaria di Renzi, ma la tutela del Parlamento dalle esondazioni della magistratura. Intanto, lo stesso Renzi ha annunciato: “Aspetterò la sentenza della Corte costituzionale e tornerà alla carica con una nuova denuncia. Nel frattempo, denuncerò di nuovo i giudici di Firenze per aver nuovamente fatto circolare il mio estratto conto bancario, inviandolo al Copasir, dopo che la Cassazione aveva chiesto di non trattenerlo. Se pensano di fermarmi, non mi conoscono”. 

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