la dichiarazione

Combattere il populismo penale con la giustizia riparativa: il buon metodo Cartabia 

Ermes Antonucci

Nel documento conclusivo dei vertice dei ministri della Giustizia dei 27 paesi dell'Ue si propone un'applicazione sempre più estesa del criterio di giustizia riparativa. Ecco perché, per un paese assuefatto all'uso della gogna come l'Italia, si tratta di un concetto rivoluzionario

Implementare l’applicazione della giustizia riparativa nei rispettivi paesi. E’ questo l’impegno assunto dai ministri della giustizia dei paesi del Consiglio d’Europa nella dichiarazione approvata a conclusione del vertice tenutosi lunedì e martedì a Venezia. Si è trattata della prima conferenza dei ministri del semestre di presidenza italiana. Ad aprire e chiudere i lavori delle due giornate è stata la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che proprio alla giustizia riparativa ha deciso di dedicare un capitolo importante della riforma della giustizia penale italiana, già approvata dal parlamento in forma di legge delega.


E’ sufficiente leggere la definizione del concetto di “giustizia riparativa”, fornita dallo stesso Consiglio d’Europa in una raccomandazione del 3 ottobre 2018, per comprendere come si sia di fronte a una potenziale rivoluzione culturale del modo di intendere il funzionamento e le finalità del sistema giudiziario: “Ogni processo che consente alle persone che subiscono un pregiudizio a seguito di un reato e a quelle responsabili di tale pregiudizio, se vi acconsentono liberamente, di partecipare attivamente alla risoluzione delle questioni derivanti dall'illecito, attraverso l’aiuto di un soggetto terzo formato e imparziale”. La giustizia, in altre parole, non può consistere solo nella punizione e nell’applicazione di una sanzione, ma deve anche mirare a ricostruire, se possibile, il tessuto sociale lacerato a causa della commissione del reato, attraverso un percorso di confronto e di dialogo. L’esperienza più significativa e più celebre di giustizia riparativa è rappresentata dalla Commissione verità e riconciliazione, istituita nel 1996 in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid per volontà di Nelson Mandela, al fine di ricostruire i crimini e le violazioni dei diritti umani compiuti nei decenni precedenti, attraverso la raccolta delle testimonianze delle vittime e anche dei carnefici.


Proprio il modello sudafricano (verità in cambio di riconciliazione) è stato più volte evocato in Italia per chiudere la pagina drammatica della stagione terroristica, in ultimo dalla ministra Cartabia e da Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso nel 1972.
“La giustizia riparativa – ha sottolineato la Guardasigilli Marta Cartabia nelle dichiarazioni conclusive della conferenza di Venezia – non è un approccio soft al crimine ma un approccio più efficace, un complemento della tradizionale giustizia penale”. “La giustizia riparativa – ha aggiunto – è più efficace per tutti, per le vittime che sono liberate dall’incubo del male subito, per gli offensori che assumono la loro responsabilità guardando in faccia le vittime, per la società intera che può ricostruire i legami sociali distrutti dal crimine, perché il crimine è innanzitutto una rottura dei rapporti sociali”.


La giustizia riparativa, come ha tenuto a precisare la ministra Cartabia, “non è un atto di clemenza”. Al contrario, essa pone al centro dell’attenzione la vittima, le sue istanze e il suo rapporto con l’autore del reato, superando il modello tradizionale incentrato sulle esigenze di difesa della società. Esperienze di giustizia riparativa sono già presenti in diversi paesi del mondo, europei e non, e anche in Italia, seppur in forma sperimentale. Secondo i dati del ministero della Giustizia, sono 79 i progetti di giustizia riparativa approvati in Italia nel 2021. Oltre la metà (41) riguarda l’area penale minorile.


Insomma, giustizia riparativa significa passare dalla logica della vendetta alla logica del dialogo, dalla punizione alla riconciliazione. Una svolta culturale per un paese come il nostro, abituato dai tempi di Tangentopoli ad affrontare le vicende giudiziarie invocando la gogna per indagati e imputati. Non sarà facile, e di questo la stessa ministra Cartabia sembra esserne consapevole, ancor di più dopo la stagione della forca grillo-leghista. Ma è proprio per questo che la direzione indicata dalla Guardasigilli appare rivoluzionaria.  

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