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Cosa non va nelle conversioni di Violante sulla giustizia

Paolo Cirino Pomicino

Ben vengano la svolta garantista e l’attacco al populismo penale. Ma c’è una domanda: dove era l’ex dirigente del centrosinistra negli ultimi 30 anni? Una replica dura all’articolo pubblicato sul Foglio

È sempre emozionante leggere una conversione culturale e politica. Qualche volta si resta perfino increduli per il fatto che questa nasca all’improvviso, senza alcun segno premonitore. È il caso della conversione di Luciano Violante, che dalle colonne di questo giornale è passato da un giustizialismo antico e finanche organizzato a un colto garantismo. Emozione e incredulità si susseguono come sempre quando il tutto accade sulla via di Damasco. Vero è che quella strada portava a Dio, mentre quella iniziata dal caro Luciano sembra essere piuttosto la strada per il Colle più alto di Roma. Forse è ingiusto guardare con malizia la conversione di Violante che bacchetta a sangue non solo gli eccessi “della magistratura” che immagina di dover sostituire l’etica pubblica con la sanzione penale, ma addirittura la società italiana perché diventata “punitiva” alimentando, così, un populismo altrettanto punitivo. In questo modo, racconta Violante, si travolge la dignità delle persone con la complicità della stampa e della stessa magistratura quando invadono entrambe la sfera privata anche quando non c’è notizia di reato.

È invece giustissimo e finanche doveroso domandarsi dove fosse Luciano Violante in questi trent’anni, cosa abbia detto e cosa abbia fatto per sgombrare il campo di qualunque malizia sul peloso, improvviso garantismo protetto da citazioni colte che coinvolgono benevolmente anche il Papa (i cattolici in Parlamento ci sono e votano). Cerchiamo di capire partendo innanzitutto da un dato che colpisce e sgomenta. In due lunghe paginate di giornale non c’è un momento in cui Violante faccia ammenda per essere stato, per oltre 50 anni, dirigente e testimone di una cultura autoritaria come quella comunista che sul piano internazionale gronda sangue e oppressione, mentre sul piano nazionale è stato un monumento di doppiezza politica e culturale. Quella cultura e quei dirigenti hanno sopportato senza battere ciglia la rivolta ungherese soffocata nel sangue nel 1956, la costruzione del Muro di Berlino nel 1961, i fatti di Praga nel 1968. Violante non solo dimentica il suo silenzio su questi avvenimenti atroci, insieme a quello di tutti i grandi dirigenti comunisti italiani, ma dimentica anche di confessare ciò che ha fatto nel 1992-93. Fu il tempo in cui convinse Achille Occhetto, segretario nazionale del Pci, a non imboccare la strada dell’unità socialista ma di scegliere, al contrario, l’opzione giudiziaria per raggiungere il potere e il governo del paese come riferì a me, ad Altissimo, a Craxi e a qualche altro Gerardo Chiaromonte confermando la contrarietà dei miglioristi a quella scelta sciagurata.

Violante dimentica tantissime altre cose, a cominciare dalla sua dura opposizione, nel settembre del 1989, al decreto Andreotti-Vassalli che raddoppiava il tempo della custodia cautelare per gli imputati di mafia per tenere in carcere i boss del Maxi processo intentato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino evitando così di farli uscire per decorrenza dei termini. Dove era allora l’etica pubblica cui oggi Violante inneggia nella sua lunga conversione? E dove era quell’etica quando si oppose insieme all’intero Pci alla costituzione della Direzione nazionale antimafia tanto voluta da Giovanni Falcone e dimostratasi poi tanto utile? La sua lunga lotta contro Falcone inoltre (accusato finanche in diretta televisiva dai suoi sodali in quella battaglia, Leoluca Orlando e Alfredo Galasso) quale sottostante ragione aveva e come mai sui comunisti non fece premio la sua lotta contro la mafia tanto da portare alla sbarra l’intero gotha mafioso? Un atteggiamento inquietante da affidare agli storici!

  

Questi e altri episodi della sua lunga e sottile attività parlamentare e di partito aspettano da tempo una risposta politica e a maggior ragione oggi, quando pubblicamente ci comunica la sua conversione. Ogni conversione, non solo per i cattolici e i cristiani in genere ma anche per i politici e gli intellettuali laici, presuppone una confessione dei propri errori e delle antiche, sbagliate credenze e usanze. Senza di essa la sofferenza che anticipa ogni conversione scompare e si appanna, fino a scomparire, la credibilità della stessa conversione. Ma c’è di più. Violante è stato per lunghi anni il mallevadore di un’area di pubblici ministeri trasformandoli da magistrati inquirenti in oppositori politici, tanto da portare molti di questi in Parlamento e al governo, quasi premiandoli per l’opera diffamatrice svolta mentre nessun magistrato giudicante è stato eletto in Parlamento o chiamato al governo. Sempre e solo pubblici ministeri! E di questo legame con i pubblici ministeri ho un ricordo personale. Quando nel lontano 1993 tre pubblici ministeri napoletani (nel tempo tutti e tre premiati) inviarono alla Camera dei deputati la richiesta di autorizzazione a procedere per concorso esterno mafioso ad Antonio Gava, Vincenzo Scotti e al sottoscritto, facemmo personalmente una lunga chiacchierata con Violante appartati in un angolo della buvette nel transatlantico di Montecitorio per chiedergli notizie e spiegazioni di quella follia. Pensavamo in verità che Violante si schernisse dicendo che lui non sapeva niente e invece, con molta semplicità, mi disse “i miei mi dicono che per te non c’è quasi nulla, mentre diversa è la posizione di Gava”. E chi sono i tuoi, stavo per dire, ma la domanda mi si strozzò in gola perché in quel momento capii definitivamente che stavo parlando con chi aveva organizzato l’attacco giudiziario ai vincitori della storia. Di questo suo ruolo ero stato informato un’ora prima da Mino Martinazzoli, che mi aveva riferito di un lungo incontro con Violante e di cui non riferisco il contenuto perché non voglio dare voce a chi non c’è più. Era questa, dunque, l’etica pubblica di cui oggi parla Violante? Diversi mesi prima di quella chiacchierata alla buvette di Montecitorio l’allora colonnello Mori convinse Vito Ciancimino a parlare dinanzi alla commissione antimafia e a rispondere a ogni domanda che gli venisse posta. Violante annunciò alla commissione questa audizione ma pochi giorni prima Ciancimino fu arrestato dalla procura di Palermo guidata dal suo amico di vecchia data Giancarlo Caselli e messo nelle mani della polizia di stato togliendolo da quelle dei carabinieri. Violante non lo sentirà più nonostante potesse farlo perché la commissione antimafia ha e aveva i poteri dell’autorità giudiziaria. Non lo fece perché quella era l’etica pubblica di cui oggi Violante denuncia la scomparsa o perché non si voleva sentire ciò che Ciancimino voleva dire? Abbiamo apprezzato, invece, il riferimento di Violante su Calogero Mannino ma una domanda è d’obbligo: perché per 25 anni ha taciuto e perché non ha risposto al suo amico Caselli che dalle colonne del Corriere della Sera qualche mese fa confermava le accuse a Mannino criticando la suprema corte per le sue decisioni? Anche questo silenzio testimoniava la stessa etica pubblica dei tempi andati, quando cioè dirigeva il settore giustizia del vecchio Pci? 

 

Potremmo continuare con tante altre domande ancora tutte prive di risposte ma forse è utile aggiungere qualche considerazione politica e culturale. Davvero Violante pensa che le grandi visioni storiche dalla fine dell’Ottocento a tutto il XX secolo fossero solo quella marxista e quella liberale? La visione del mondo del cattolicesimo politico, da Rosmini a Sturzo passando per l’enciclica “De rerum novarum” di Leone XIII, per Lazzati, Dossetti e La Pira per finire poi a Mounier e Maritain, era una visione di secondo livello, una sorta di subcultura? Come fa Violante a non accorgersi che mentre la cultura liberale declinava, pur avendo permeato con alcuni suoi fondamentali gran parte delle altre culture salvo poi trasformarsi in un liberismo economico, emergeva il cattolicesimo politico  la cui visione e la cui cultura esplose poi in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale battendo ogni cultura autoritaria nell’intera Europa, per non parlare della sua continua presenza nell’America latina contrastando anche in quell’area ogni fenomeno autoritario. Una dimenticanza, quella di Violante, da vecchio comunista che non ha mai fatto outing della sua lunga militanza in una cultura autoritaria. 

Come non si può condividere, invece, la considerazione di Violante quando ricorda che norme penali indeterminate finiscono per essere “mandati a conoscere” la vita privata delle persone che con il corto circuito con la grande stampa e l’informazione finiscono per essere strumenti docili di strategie politiche o di altra natura? Un uomo come Violante come può impunemente ritenere di farci credere a una sua sana e santificatrice conversione alla cultura garantista dopo anni di silenzio assoluto osservato sino a qualche settimana fa dinanzi a una legislazione che inventava, tra gli altri, il  reato del traffico di influenza? 

Ma andiamo oltre perché il saggio di Luciano Violante è una fonte inesauribile di contraddizioni. Che dire, ad esempio, dello scontro citato tra le visioni etiche del comunismo “indurito dalla concezione eroica dell’impegno politico” e quella dei cattolici “immorbidita da una visione tollerante delle umane debolezze”? Quale era la concezione eroica dell’impegno comunista? Quello descritto da Gianpaolo Pansa come l’eccidio della brigata Osoppo costituita da cattolici e liberali da parte di un gruppo di partigiani comunisti in combutta con gli uomini di Tito? Quella descritta nei libri di Giovanni Fasanella che parla dell’attività permanente di una parte dei comunisti, all’occorrenza in combutta anche con i fascisti, per destabilizzare l’Italia democratica? Quella dei cospicui finanziamenti dell’Unione sovietica nemica dell’Italia? La doppiezza togliattiana e il moralismo berlingueriano che legarono sino alla fine il comunismo italiano all’Unione sovietica? O il paziente lavoro di plagio sui pubblici ministeri e su alcune facoltà universitarie? Noi ricordiamo l’impegno eroico dei democristiani e degli intellettuali cattolici massacrati dalle Br, una scheggia impazzita di quella cultura autoritaria, insieme a tanti servitori dello stato in una stagione in cui il tragico onore del Pci fu salvato solamente dall’uccisione del povero Guido Rossa, operaio genovese. 

 

La struttura comunista di Violante emerge coriacea sotto traccia da ogni parte con doppiezza e la strategia egemonica. Che significa la “statalizzazione dei partiti dopo l’uccisione di Moro”? Che crebbero i partiti-stato? Quella era l’esperienza del comunismo internazionale. L’interpretazione vera la diamo noi, conoscendo uomini e cose. La fine della solidarietà nazionale (che sarebbe comunque terminata anche con Moro vivo, come sa chi ricorda quella stagione) fa raccontare ai vinti dalla storia  – come Violante – che tutto ciò che venne dopo era fango, corruzione, mafia e malaffare. Se usassimo lo stesso criterio, per i voti che il Pci espresse in Parlamento sotto la spinta di Luciano Violante dovremmo dire che i comunisti erano il partito della mafia (cosa che ovviamente non pensiamo). Noi apparteniamo a una grande cultura democratica e non abbiamo mai praticato la doppiezza, l’insinuazione e i moderni mezzi di aggressione mediatica alla reputazione degli avversari politici. Difendemmo Giorgio Napolitano dai tentativi di Di Pietro, spiegandogli che i comunisti noi li battevamo con la politica e non con le delazioni su fatti veri o presunti, perché difendevamo la Politica tutta da altri poteri che pensavano di sostituirla nella guida del paese. Abbiamo visto le macerie che ci circondano grazie all’opera di Occhetto e di Violante. La doppiezza di cui abbiamo parlato è ancora tutta nelle due pagine della fumosa conversione di Violante, che non si accorge neanche delle contraddizioni in cui cade. Parla dell’espansione dannosa del perimetro in cui agisce da quasi trent’anni la magistratura mentendo, perché quel danno lo hanno praticato una parte dei pubblici ministeri e non certo  la magistratura giudicante che non a caso ha assolto i tanti Mannino che arrivano al 35 per cento degli imputati nei 400 mila processi fatti negli ultimi tre anni come ricorda lo stesso Violante. Chi parla della magistratura tracimante dice il falso, perché è la folle espansione del perimetro dei pubblici ministeri ad aver procurato la crisi della giustizia e le macerie che ci circondano. Naturalmente non generalizziamo perché solo una cospicua minoranza dei pubblici ministeri si è impossessata, per colpa o per dolo, di funzioni che appartengono ad altri poteri e quella minoranza fu addestrata dall’azione politica di Violante e di una parte del Pci. Non era per caso che Francesco Cossiga definiva Luciano Violante “il Wyszynski italiano”, paragonandolo al vecchio capo della polizia di Stalin. Chi svolge quel tipo di attività non si pente mai o se si converte lo fa dopo aver confessato i propri errori e si ritira da ogni impegno pubblico e non perché tra 60 giorni c’è l’elezione del presidente della Repubblica italiana.

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