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Princìpi velati

Il caso dell’avvocato che indossava l’hijab in tribunale e l’applicazione della legge

28 Gennaio 2018 alle 06:11

Princìpi velati

LaPresse/Xinhua

Al direttore - La storia è nota. Un magistrato di Bologna durante un’udienza amministrativa ha imposto a una praticante avvocato di religione musulmana di togliere il velo che indossava in aula. Non lo ha fatto per bizzarria ma per una ragione molto semplice. L’articolo 129 del Codice di procedura civile, che si applica certamente anche alle udienze amministrative e non ha bisogno di interpretazioni, parla chiaro. Prescrive che chi interviene o assiste all’udienza non solo non debba portare armi ma debba anche stare a capo scoperto e in silenzio. Questa norma nasce da un codice culturale di rispetto reciproco anche attraverso la piena “visibilità” della persona. Nel Codice non c’è nessuna eccezione che si basi su principi o usanze religiose dei presenti, eccezione che, in via teorica, potrebbe discendere solo da un’altra legge, quale, in base all’art. 8 della Costituzione, una legge d’Intesa con la religione musulmana. Ma con tale religione una legge d’Intesa non è mai stata siglata e in quelle che lo Stato ha stipulato con altre fedi non è nemmeno previsto un diritto del genere che nessuna di esse ha mai chiesto.

   

Per questa ragione nelle aule si tolgono i copricapi i cittadini comuni comprese le anziane signore, si tolgono i berretti da baseball i giovani, si tolgono il berretto della divisa carabinieri e poliziotti quando testimoniano, magistrati e avvocati sono ovviamente a capo scoperto. Ho fatto il giudice per alcuni anni a Cremona dove risiedono molti indù e sikh e non ho mai visto nessuno di loro pretendere di stare in aula con il turbante in testa.

  

Il problema, spesso questo sfugge, va in realtà visto secondo due prospettive.

In genere si guarda alla questione solamente dal punto di vista della donna che indossa il velo, e cioè ci si chiede se portarlo sia veramente un obbligo dal punto di vista religioso e se la sua sia una libera scelta oppure frutto di pressioni familiari e sociali.

Ma bisogna guardare la questione anche dall’altro punto di vista, e cioè quello delle persone in presenza delle quali si indossa il velo. Questa copertura artificiosa ha un significato vagamente offensivo. Mi spiego. Il velo è una forma di protezione, quasi un’arma di difesa, una specie di elmo e anche ghiera di stoffa, quando copre le spalle, la cui funzione simbolica è difendersi dall’esterno. Ma ciò significa implicitamente che chi si trova attorno a te è un potenziale pericolo, qualcuno da cui ci si deve guardare, forse impuro, da tener lontano e da cui stare lontano. In questo senso giudico il velo offensivo e mi ispira fastidio, tanto più in un’aula di giustizia che è un luogo per sua essenza protetto da qualsiasi disturbo.

  

Uno stato che non difende la laicità

Lo accetterei di più solo se anche gli uomini musulmani dovessero portare qualcosa di simile, copricapo o tuniche che siano. Ma ciò non avviene e gli uomini musulmani si vestono come vogliono. Ciò per una semplice ragione. Nella religione dell’Islam l’uomo è il “custode” della donna che deve controllarla per conto di Dio mentre l’uomo non ha alcun dovere di essere controllato. Questa si chiama disparità che urta con i principi di uguaglianza che non sono solo scritti nella Costituzione ma che tutti ormai condividiamo.

  

In conclusione chiedere cose inutili destinate tuttavia ad avere un’ampia risonanza di stampa può nascondere l’intenzione di creare “casi” utili a rinforzare la penetrazione della propria ideologia religiosa confidando in un cedimento dello Stato. Un cedimento che, come al solito, non manca da parte dello Stato. Soprattutto dinanzi alle religioni più aggressive, lo Stato italiano è debole – e qui esprimo un pensiero personale – nel difendere, come avviene invece in Francia, i principi di laicità.

  

Infatti, e non me ne stupisco, dopo proteste politiche, il presidente del Tar ha fatto subito marcia indietro e ha annullato il provvedimento del magistrato e il Consiglio di Stato ha chiesto chiarimenti. E non mi stupirei nemmeno se quel collega fosse punito per aver ben applicato il codice. Ci ha provato, ben gli sta.

  

*Guido Salvini è un magistrato

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