L'Orlando furioso contro la proprietà privata

“Il ministro ha pronunciato un’eresia giuridica”. Dal codice antimafia alla proliferazione di norme inutili. Parla Nordio

3 Ottobre 2017 alle 15:42

L'Orlando furioso contro la proprietà privata, l'accumulo di norme inutili. Parla Nordio

LaPresse/Elisa Contini

I corrotti come i mafiosi. Lo scorso venerdì il Guardasigilli Andrea Orlando ha brandito il Codice antimafia come il Libretto rosso maoista. Dal palco della convention riminese della sua corrente, Orlando ha aizzato i suoi: “Credo che la vera reazione su questo punto non è sulla tutela delle garanzie ma sul tabù della proprietà privata. Perché secondo loro la proprietà privata, se è diventata in qualche modo presentabile, nessuno si deve permettere di metterla in questione. Questa è una logica che appartiene alle classi dirigenti di questo paese, che non hanno interesse a vedere da dove arrivano i soldi ma solo al fatto che i soldi girino”. Un Orlando furioso contro i critici dell’innovazione giuridica additati come “cultori della sacralità della proprietà privata” che il Codice avrebbe invece il merito di sfatare. Carlo Nordio, toga blu della magistratura italiana, già procuratore aggiunto di Venezia, si gode beato la pensione. Verga editoriali, coltiva la sua passione di classicista, e da colto osservatore di cose giudiziarie non smette di rampognare i paladini del panpenalismo. “Il ministro Orlando – dichiara Nordio al Foglio – ha pronunciato un’eresia giuridica. La proprietà privata è tutelata anzitutto dall’articolo 42 della Costituzione. Essa può essere espropriata per ragioni di interesse generale, salvo indennizzo e soltanto nei casi previsti dalla legge. A venticinque anni dal crollo del comunismo, c’è ancora qualcuno che reputa la proprietà privata un optional sgradevole, e magari si dice pure liberale. Nemmeno Togliatti si sarebbe spinto così oltre, tantomeno dalla scrivania di via Arenula. Le incrostazioni del marxismo resistono nascoste nelle sedi ministeriali”.

  

Lei, dottor Nordio, ha contestato sin dall’inizio l’estensione delle misure di prevenzione agli indiziati di corruzione, concussione e stalking. “Non sono stato il solo. Sono intervenuti in senso critico il presidente Anac Cantone, il primo presidente della Cassazione Canzio, l’avvocato generale Nello Rossi, già segretario dell’Anm in quota Md, non certo sospettabile di essere una toga di sinistra…”. Se è per questo, si sono espressi contro pure il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese, gli ex presidenti Marini e Flick… eppure non è bastato. Per la presidente della Commissione antimafia Rosi Bindi quanti criticano il nuovo codice farebbero “gli interessi dei loro editori. “Avendo firmato decine di editoriali mi sono sentito tirato in causa. Tali illazioni somigliano a sibili di rancore che screditano l’autorevolezza di un organo della cui utilità ed efficacia molti cominciano a dubitare. La mia, anzi la nostra, è una censura squisitamente tecnica. L’adozione di misure preventive senza neanche una condanna in primo grado è incostituzionale, confligge con il principio di presunzione d’innocenza. Per giunta è una previsione inutile perché non servirà a combattere la corruzione. Per la stessa ragione per cui, allungando il vino, questo perde di grado. Estendere misure già di per sé eccezionali e al limite della costituzionalità, ma giustificate dal fatto che mafia e terrorismo rappresentano un pericolo mortale per la democrazia, apre una breccia senza fine. Oggi la classe politica indica come priorità la corruzione, ieri era la violenza sulle donne, l’altro ieri l’omicidio stradale… Disperderemo le energie e la mafia si sentirà sollevata”. La proliferazione legislativa sembra fuori controllo. “Vale la massima di Tacito: corruptissima re publica plurimae leges. La corruzione è figlia della produzione normativa. Se l’onorevole Bindi sfogliasse il Codice di procedura penale, si accorgerebbe che esso è stato sottoposto a una tale valanga di integrazioni, soppressioni e modifiche da renderne problematica l’applicazione e impossibile la certezza del diritto che dovrebbe garantire. L’ennesima innovazione settoriale equivale a un’ulteriore picconata tecnica”. Contestualmente all’approvazione definitiva alla Camera, è passato un ordine del giorno che impegna il governo a “monitorare e verificare le prassi applicative della legge”. ‘Approvare una norma – conclude Nordio – con il presupposto di modificarla si chiama schizofrenia. E’ la riprova dell’incapacità tecnica del legislatore. Mi lasci dire: assistiamo a una pagliacciata. Per accaparrare qualche voto, si legifera sull’onda delle emozioni. Ma gli italiani non sono sciocchi, hanno compreso che queste sono armi spuntate”.

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