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Cercansi magistrati anti ayatollah

Claudio Cerasa

Una repubblica giudiziaria può essere salvata solo da pm illuminati. Esempi

Viviamo in una repubblica giudiziaria, e questo lo sappiamo. Ma quello che forse non sappiamo, o che almeno stiamo iniziando a scoprire solo oggi, è che per liberarci dalle ganasce della magistratura cieca e politicizzata non resta probabilmente che sperare che siano proprio dei magistrati, quelli illuminati, a salvarci dagli ayatollah delle procure.

Le parole consegnate ieri dal nuovo capo dell’Anm Eugenio Albamonte, che i lettori di questo giornale hanno imparato già a conoscere, sono non solo giuste ma anche incoraggianti e ci dicono che anche nella magistratura c’è chi ha scelto di ribellarsi all’egemonia grillina e davighiana. Albamonte, intervistato ieri sulla Stampa, ha detto una cosa di buon senso e senza utilizzare troppa retorica, parlando dello scandalo delle intercettazioni illegali comparse sui giornali relativamente al caso Consip, ha ricordato che “la pubblicazione delle ultime intercettazioni ancora coperte da segreto investigativo è̀ gravissima, è un reato”.

Parole di buon senso assoluto, simili a quelle usate già qualche settimana fa conversando con il Foglio, quando ci raccontò che “da magistrato, prima ancora che da lettore, noto che c’è un problema con i giornali e in particolare con il giornalismo di inchiesta, perché il giornalismo di inchiesta non può limitarsi a essere il copia incolla di quello che dice un magistrato o un giudice, in quanto i magistrati che vogliono far rispettare la legge, e non affermare una propria verità, hanno bisogno del check and balance dei giornali e hanno bisogno anche di giornali che offrano spunti di riflessione e perché no anche piste da seguire e purtroppo questo capita sempre di meno ed è un fenomeno che credo sia giusto denunciare e mettere a fuoco”. Parole di buon senso come quelle messe in fila due anni fa dal capo dell’Anac Raffaele Cantone (“Le correnti sono un cancro. Di Md non mi piace l’utilizzo della giustizia come lotta di classe. Dall’Anm non mi sento rappresentato. Il Csm è un centro di potere vuoto”).

 

Di buon senso come quelle messe in fila in questi anni da Luciano Violante, che dopo essere stato un simbolo della sovrapposizione sospetta tra magistratura e politica (da ex magistrato fu il primo responsabile giustizia del Pd) oggi è in prima fila contro, parole sue, “il nuovo totalitarismo giudiziario”.

 

Di buon senso come quelle messe in fila anche dal nostro amico, ex procuratore capo di Prato, Piero Tony, oggi gagliardamente schierato contro la giustizia politicizzata e la gogna del circo mediatico (anche dando una mano alla nostra Annalisa Chirico con il suo meraviglioso movimento “Fino a prova contraria”).

 

La repubblica giudiziaria è un pericoloso mostro che ha creato un sistema all’interno del quale le parole dei magistrati sono diventate delle verità assolute e incontestabili. Forse la controrivoluzione giudiziaria non può che passare da qui. E da tutti quei magistrati che come gli Albamonte, i Cantone, i Tony e i Violante potrebbero (dovrebbero) trovare il coraggio di ribellarsi a un nuovo totalitarismo giudiziario, che mescolato con il maoismo digitale potrebbe creare, senza un contrappeso, un effetto devastante per la nostra democrazia. Toc toc, c’è nessuno?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.