Avanza la recessione giudiziaria

Redazione

Eni, Miteni, Terra dei Fuochi, Tirreno. Casi di giustizia anti impresa

La corporazione giudiziaria non solo prospera grazie ai grovigli di regole che sacrificano le attività produttive ma in certi casi approfitta del clamore mediatico di inchieste penali su aziende a impatto ambientale senza arrivare a nulla, col solo risultato di mettere in difficoltà i siti produttivi. E chi ci rimette? Lavoratori e contribuenti.

 

Da quando il centro Olio di Viggiano dell’Eni è stato sequestrato dalla procura di Potenza con il blocco temporaneo delle attività estrattive (da marzo ad agosto) sono 400-500 i lavoratori che hanno perso il posto nelle imprese asservite al settore petrolifero in Val d’Agri.

 

In Veneto 70 dipendenti di Miteni andranno in cassa integrazione perché da settembre l’azienda chimica è sotto inchiesta della procura di Vicenza per sospetto inquinamento doloso delle acque con i Pfas (sostanze perfluoroalchiliche che nel peggiore dei casi sono pericolose come la caffeina o le onde radio dei cellulari, secondo la classificazione Airc) e i clienti hanno ritirato gli ordini. La regione Veneto ha avviato uno screening sanitario di massa che durerà 10 anni e costerà 1,2 miliardi di euro alla collettività.

 

Sono poi decine gli agricoltori colpiti dalla roboante inchiesta flop “Terra dei fuochi” in Campania. Sono circa mille i lavoratori della centrale elettrica Tirreno Power a Vado Ligure che, tra diretti e indotto, sono senza lavoro o ricorrono ad ammortizzatori sociali in seguito alla deludente inchiesta della procura di Savona che colpì l’azienda nel 2014. Chi paga? “Quando un magistrato prende uno svarione nessuno gli fa un procedimento disciplinare”, disse a “Report” Francantonio Granero, dominus dell’inchiesta Tirreno. Nel suo caso “non è stato avviato perché (al Csm, ndr) sapevano che stavo per andare in pensione e quindi il procedimento non serviva”. Meglio per lui.

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