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Al Tour il Team Ineos si chiamerà Grenadier. E non è un bene

Bernal, Thomas e Froome avranno su petto e schiena il nome della nuova automobile del gruppo che sponsorizza la squadra. Un passo indietro rispetto alle campagne sulla sicurezza stradale

22 Luglio 2020 alle 21:30

Al Tour il Team Ineos si chiamerà Grenadier. E non è un bene

Che ci sia un problema di convivenza sulle strade tra biciclette e automobili è qualcosa di risaputo da anni. Che se ne stiano occupando associazioni e cittadini che vorrebbero girare per le strade senza correre il rischi di essere investiti, altrettanto. Che questo problema l'abbiano percepito ed esternalizzato anche i corridori professionisti è un fatto più o meno recente, ma che sta prendendo sempre più piede. E questo fa ben sperare. E non solo per chi su di una bicicletta gira regolarmente per le città, ma per tutti: dai pedoni, ai genitori, a chi dovrebbe fare i conti di uno stato.

 

Ma dopo ogni passo avanti, dopo ogni miglioria, ne arriva, chissà per quale ragione, uno indietro. E di solito ha il suono di un pugno incassato in pancia. Poco rumoroso, ma assai doloroso.

 

L'ultimo passo indietro arriva dal Regno Unito. Ed è un passo indietro che ha gusto estetico, intenzioni non malevoli, ma malevoli effetti. Il Team Ineos al prossimo Tour de France non si chiamerà Team Ineos. E ci starebbe anche un bel chissenefrega. Anche perché la maglia è bellissima e Ineos non se ne va, anzi investe. E nel ciclismo professionistico è una buona notizia. Il problema è che Grenadier, il nuovo nome del team britannico, è anche il nome della nuova macchina della Ineos, una gippone di quelli che quando pedali speri di non trovartelo vicino. Una macchina che sponsorizza le bici non è il massimo.

 

Certo Skoda è sponsor del Giro d'Italia, Suzuki della Nazionale italiana, altre case automobilistiche sono partner di corse o squadre. Ma vedere il nome di una macchina sul petto e sulle spalle di Bernal, Thomas e Froome, insomma di uno che potrebbe salire facilmente sul gradino più alto di Parigi non è il migliore spot per uno sport che dovrebbe chiedere spazio e vita alle auto.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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