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I racconti di chi lo sport lo racconta. Le scorribande tra i Cantaglorie di Ormezzano

La letteratura è parola e la parola può dalla carta prendere forma, diventare voce. Domani quella di Gdo riempirà il Museo Napoleonico di Roma

7 Novembre 2019 alle 19:38

I racconti di chi lo sport lo racconta. Le scorribande tra i Cantaglorie di Ormezzano

Foto LaPresse

Se lo sport è concerto di corpi, i giornalisti sono i librettisti. Se lo sport è immagine di un'epoca, o almeno così lo è diventato dalla fine dell'Ottocento, i giornalisti sono stati i fotografi. Se lo sport è amore popolare, i giornalisti sono stati i cupidi. Chi più chi meno, chi meglio chi peggio, chi un tempo chi ancora. Gambe e penne, tasti e scatti, azioni e reazioni, come fossero unico flusso, una cosa sola.

  

Non fosse per loro, per i campioni e per i comprimari, quegli altri dovrebbero dovuto cercarsi un altro lavoro. Non fosse per gli altri, per i giornalisti, forse un altro lavoro loro non avrebbero dovuto cercarselo, ma un po' meno di fama e un po' meno di amore l'avrebbero sicuramente ricevuto. E anche qui vale il contrario. Perché di comprimari e di fuoriclasse ce ne sono ovunque, in ogni ambito della vita, pure nelle redazioni.

 

Raccontò Roberto Rosato, difensore del Milan tra gli anni Sessanta e Settanta e della Nazionale campione europea nel 1968 che sentire parlare Nereo Rocco era una fantastico, “ma sentir chiacchierare Nereo Rocco con Gianni Brera era uno spettacolo indimenticabile”. D'altra parte, sottolineò, “ogni fuoriclasse dello sport dovrebbe avere un altro fuoriclasse che lo racconta, altrimenti si perde qualcosa”.

  

Gian Paolo Ormezzano rientra in questa categoria. Fuoriclasse sì. Anche se non dello sport, della parola. Che mica è poco. Ormezzano a parole ha raccontato oltre sette decadi di fuoriclasse e no dei rettangoli di gioco e delle pedivelle, ha narrato imprese e sconfitte, è riuscito, come i campioni dello sport, a superare il tempo, diventare icona. Ancora vivente e soprattutto ancora parlante. È parola ancor prima di essere memoria.

   

La memoria è però qualcosa che non si può abbandonare, perché compagna di viaggio, perché humus, componente organico del racconto. Perché è sempre dalla memoria che la narrazione inizia, anche quando si fa immaginazione, invenzione, utopia, a volte distopia, anche quando ribalta i protagonisti, mette nel flusso narrativo chi è abituato a narrare e non a essere narrato. Questo è stato il ribaltamento de “I Cantaglorie”, il libro che Gpo pubblicò per 66thandthe2nd nel 2015. Lì dove Brera, Caminiti, Ciotti, Biscardi, Mura, Cannavò, Raro, Sconcerti, Fossati, Zavoli, De Zan apparivano uno dietro l'altro come in una lista di convocati di una Nazionale immaginaria ma estremamente reale, quella dei cantori dello sport, canta–glorie–altrui divenuti magnificenza di canzoni proprie.

  

Ma la letteratura è parola e la parola può dalla carta prendere forma, diventare voce. Quella che Gian Paolo Ormezzano, e l'attore Maurizio Cardillo metteranno in scena sulle note di Alessandro D’Alessandro all'organetto domani, venerdì 8 novembre alle 18, al Museo Napoleonico di piazza di Ponte Umberto I a Roma all'interno della rassegna Alla fine della città – Narrazioni, viandanze e immagini nelle periferie (qui il programma completo) che è iniziata il 27 ottobre e animerà la capitale sino al 29 novembre 2019 –, a cura di Ti con Zero e la Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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