Marcel Kittel e la violenza delle priorità

Giovanni Battistuzzi

Il velocista tedesco venerdì ha deciso di abbandonare il ciclismo. La bicicletta e la consapevolezza che non sempre è semplice andare avanti nonostante tutto

C'è stato un momento, tra il 2013 e il 2014, nel quale la velocità in bicicletta, almeno quella che nasceva in gruppo a poche centinaia di metri dallo striscione d'arrivo, aveva un nome e un cognome: Marcel Kittel. Il velocista tedesco, dopo un paio d'anni di grandi sprint e diversi passaggi a vuoto – dovuti soprattutto all'inesperienza – si era abbattuto come un uragano su tutte le altre ruote veloci. Ventinove vittorie in sedici mesi, dieci nelle delle quali nei grandi giri (otto al Tour de France e due al Giro d'Italia), una superiorità talmente evidente da sembrare imbarazzante. Un ciclone di potenza, tempismo e capacità di guidare la bicicletta che sembrava poter mettere (quasi) fine alle velleità di almeno due generazioni, e forse più, di sprinter. "Kittel è un Attila del ciclismo. Abbiamo scoperto il grande dominatore delle volate dei prossimi dieci anni", aveva sentenziato André Darrigade, dopo la vittoria del tedesco a Tours nel Tour de France 2013.

 

Sei anni dopo le parole del campione francese suonano antiche. Venerdì 23 agosto, a trentun anni, Marcel Kittel ha annunciato il suo ritiro dal ciclismo. "Come ogni ciclista professionista vivevo viaggiando lontano da casa per circa 200 giorni all’anno. Io però non voglio continuare a vedere mio figlio crescere via Skype. Nel ciclismo di oggi non c’è tempo per la famiglia e per gli amici; in compenso c'è tanta stanchezza e troppa routine quotidiana".

 

Per chi la bicicletta la considera una passione quanto detto dal tedesco suona assurdo. Guadagnare milioni di euro per fare quello che migliaia e migliaia di persone vorrebbero fare e decidere di non farlo più? Semplicemente folle. E così qualcuno lo ha definito un debole. Altri un'anima tormentata, incapace di venire a patti con se stesso. Per una piccola parte il suo addio è nient'altro che la dimostrazione del fatto che Kittel non è mai riuscito a sacrificarsi, che non è mai stato un vero ciclista. Troppo bello, troppo a suo agio con le telecamere, troppo veloce per poter pedalare a lungo.

 

Non c'è debolezza o tormento però in Kittel. Solo l'evidenza che a volte la vita ti mette davanti a delle scelte nelle quali pesano alcune priorità. E la sua non era la bicicletta, ma suo figlio. C'è anzi consapevolezza nella sua decisione di dire addio al ciclismo. La consapevolezza di chi ha provato ad andare avanti nonostante tutto, ma non ce l'ha fatta, perché semplicemente non poteva tenere assieme due cose a cui teneva molto, ma che potevano difficilmente coesistere.

 

Raccontava anni fa alla tv francese il compianto Laurent Fignon che, ogni tanto, mentre correva, gli era venuta l'idea che "non avesse senso rischiare di non vedere più chi ti aspetta a casa per la bicicletta", ma che aveva sempre cacciato via questo pensiero "perché, in fondo, a tutto quello, che era un po' lavoro e un po' passione, c'ero talmente abituato da non riuscire a lasciarlo". Eppure "per anni ho trascurato un po' l'amore per la mia famiglia. Ho fatto bene? Non lo so".

 

Due amori che si scontrano, a volta sotto traccia, a volte in modo violento. Il ciclismo da una parte e la famiglia dall'altro. Per il primo Kittel per anni ha trascurato il secondo rischiando di comprometterlo. Per il secondo ha poi trascurato il primo, rischiando di comprometterlo. Si è ritrovato così a un bivio, magari non imposto, certamente voluto. E ha scelto di abbandonare il ciclismo.

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