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Il ritorno alla Vuelta 2018 dell'autarchia basca in bicicletta

Gli organizzatori della Vuelta hanno invitato la Euskadi Basque Country-Murias. Sarà la prima volta, dopo il fallimento dell'Euskaltel nel 2013, che un team basco ritorna nel grande ciclismo

10 Aprile 2018 alle 17:46

Il ritorno dell'epopea basca in bicicletta

Foto tratta dal profilo Facebook della Euskadi Basque Country-Murias

Un tempo erano macchie arancioni, uomini ascendenti lanciati alla garibaldina su e giù per le montagne, uomini in fuga dal gruppo e, forse, anche da un'idea di ciclismo ultramoderno. Un tempo era un sogno autarchico, orgoglio basco in bicicletta e non solo in bicicletta, una nazionale a pedali. Si chiamava Team Euskadi, per necessità di sponsor Euskaltel, per colore l'arancione, per nascita baschi (anche francesi), al massimo cantabrici, riojani, navarri, al limite sudamericani, ma originari dai Paesi Baschi per albero genealogico (almeno sino al 2012 quando, per esigenza di punti per rimanere nel World Tour, la serie A del ciclismo, hanno dovuto ingaggiare anche corridori di altre nazionalità). Per vent'anni, dal 1994 al 2013, sono stati una resistenza che sapeva d'antico in un mondo, quello ciclistico, che si stava allargando sempre più, che dall'Europa continuava a espandersi, per corse e per passaporto, per maglie e per uomini. Per vent'anni hanno animato i grandi giri, si sono imbarcati in fughe, sono scattati in salita. Ogni tanto hanno vinto, una volta pure l'Olimpiade con Samuel Sanchez (era il 2008), qualche volta hanno rischiato di fare saltare il banco, come nel 2003 con Iban Mayo davanti a Lance Armstrong in cima all'Alpe d'Huez e poi sesto in classifica generale (preceduto da Haimar Zubeldia, quinto), altre volte hanno deluso, uscendo di classifica per disabitudine al controllo. Nel 2013 sono falliti: i soldi non bastavano più, la squadra costretta a vendere i pullman per pagare gli stipendi, il sogno autarchico andato in fumo.

 

Cinque anni dopo però la fenice basca è ritornata, si riaffaccerà di nuovo in una grande corsa a tappe, la Vuelta a España, forse cambiata nel nome, ora Euskadi Basque Country-Murias, nel colore, ora verde fluo, e nelle aspirazioni, licenza Continental e non più World Tour. L'Aso, la società che organizza il Tour de France e la Vuelta, ha deciso oggi di concedere al team basco un invito alla corsa a tappe spagnola: ed è una storia che rinizia.

  

Cambia tutto e non cambia niente, perché il progetto è forse ridimensionato per budget e per nomi, ma il ciclismo è fatto di biciclette e di uomini, di gambe e di motivazioni, e queste, nel caso basco, bastano a farle spingere di più.

 

"Ero finito a un chilometro dalla vetta, ma non potevo mollare, questa maglia rappresenta un popolo intero, tutte quelle persone che mi hanno incoraggiato per la salita sventolando la bandiera basca mi hanno dato quell'energia che pensavo di non avere". Era il 23 luglio del 2001, era appena finita la quattordicesima tappa del tappa del Tour de France, quando Roberto Laiseka pronunciò queste parole. Poco prima, sulla strada pirenaica che portava alla stazione sciistica pirenaica di Luz Ardiden, il corridore di Guernica aveva completato il capolavoro della sua carriera ciclistica. Era scattato a dieci chilometri dal traguardo, nel tratto più duro, quando la strada supera il dieci per cento di pendenza. Era scattato e sembrava uno dei tanti scatti senza futuro perché la Telekom di Jan Ullrich aveva intenti bellicosi e la US Postal Service di Lance Armstrong aveva uomini e forza (e non solo) per rispondere a tono a tutti i tentativi dei tedeschi. E invece il basco continuò a mulinare sui pedali, riprese uno a uno i fuggitivi del mattino, riprese pure Wladimir Belli, che sui Pirenei francesi aveva trovato una di quelle giornate nelle quali la gamba si muoveva al meglio. In cima arrivò stravolto, ma ancora lucido per alzare le mani, ringraziare Dio e quelle migliaia di tifosi vestiti d'arancione che, sventolando il bianco, il verde e il rosso della bandiera basca, lo avevano incitato per tutta la salita.

   

 

Quella di Laiseka è stata la prima vittoria di un corridore in maglia Euskaltel al Tour de France (alla prima partecipazione). Quella di Laiseka non era stata però la prima sgroppata in terra francese di quella banda di uomini con troppe u e troppe x nel cognome. David Etxebarria e Inigo Chaurreau avevano provato l'azzardo nei giorni precedenti, gli andò male. Il pubblico transalpino però apprezzò lo stesso: alla prima tappa alpina i cartelli con su impresso "allez les basques" erano centinaia.

 

Fu il primo grande successo internazionale di una squadra nata per passione, che per passione iniziò nel 1992 a raccogliere sottoscrizioni da ottomila pesetas (cinquanta sterline) tra appassionati e piccole aziende, sino a raggiungere quota 2,5 milioni di pesetas, quella giusta per poter pagare stipendi, bici e un bus per partecipare alle corse, almeno per la stagione 1994. José Alberto Pradera e Miguel Madariaga passarono mesi a seguire le corse e poi a inseguire piccoli sponsor per non fallire subito. Poi la fuga buona di Álvaro González de Galdeano alla Vuelta a Asturias 1996 e la vittoria del titolo nazionale a cronometro spagnolo di Iñigo González de Heredia pochi mesi dopo, oltre alle migliaia di tifosi che si riversarono per le strade basche durante le tappe della Euskal Herriko itzulia, il Giro dei Paesi Baschi, con la maglietta bianco verde rossa dell'Euskadi, iniziarono a portare soldi e sponsor al team. Con l'Euskaltel arrivò poi la ribalta internazionale. E furono quasi due decenni di fughe montane.

  

Quella dell'Euskadi Basque Country-Murias è un'altra storia, iniziata nel 2015 ed è arrivata alla serie B del ciclismo mondiale solo quest'anno. Ma è una storia nata perché l'altra era finita, perché i Paesi Baschi non potevano stare senza ciclismo, perché c'erano fughe da riempire e tifosi da far esaltare di nuovo. E' una storia che riproporrà volti invecchiati di quella precedente: Jon Odriozola che dall'ammiraglia arancione si è spostata su quella verde fluo e Rubén Pérez che dopo l'addio alla bicicletta ha scelto di fare il grande passo alla guida della nuova formazione. In bicicletta invece rimarranno solo Garikoitz Bravo e Jon Aberasturi, il primo buona rampa di lancio per ruote veloci, il secondo velocista dal passato brillante e vincente tra juniores e dilettanti, e dal presente un po' incolore. Il resto sono giovani in cerca di una dimensione, cresciuti con il sogno di una maglia arancione da vestire.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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