europa ore 7

Nella bozza del Vertice Ue non c'è emergenza migranti

L'approvazione dei Recovery e le promesse di Lagarde. La guerra delle salsicce e i dati sull'export di vaccini dall'Ue. Le minacce del Parlamento alla Commissione e L'Avvocato generale sul Dieselgate

David Carretta

Il documento rende l'idea delle intenzioni degli altri stati membri, per i quali "i flussi rimangono bassi" e non hanno intenzione di mettersi a negoziare nuove soluzioni durante l'estate. L'attenzione verrà riposta sulla "dimensione esterna. In altre parole, sugli accordi con i paesi extra-Ue per impedire le partenze

E' solo la prima bozza. Anzi, la bozza di linee guida di conclusioni del Consiglio europeo del 24 e 25 giugno, che dovrà essere negoziata dagli ambasciatori e dai ministri degli Affari europei dei 27 prima di finire sul tavolo dei capi di stato e di governo dell'Ue. Ma il documento, di cui siamo entrati in possesso, rende l'idea di cosa pensino gli altri stati membri dell'emergenza migranti, dopo la richiesta del presidente del Consiglio, Mario Draghi, di discutere la questione al più alto livello a seguito degli sbarchi a Lampedusa a inizio maggio. Primo: secondo gli altri leader dell'Ue un'emergenza migranti in realtà non c'è. "I flussi complessivi rimangono bassi", anche se "sono richiesti vigilanza continua e sostegno duraturo agli sforzi degli stati membri su tutti gli aspetti della gestione delle migrazioni", dice il documento. E' la tesi sostenuta dalla Germania durante il consiglio Affari interni di martedì scorso. Se si guardano le cifre, il numero di richieste di asilo in Germania, Francia, Spagna e Grecia è molto più elevato (oltre cinque volte nel caso tedesco) a quello in Italia. Anche in termini di sbarchi, i numeri sono ben al di sotto di quelli registrati durante il picco del 2016.

Secondo, gli altri leader non ne vogliono sapere di mettersi a negoziare i dettagli del nuovo Patto su migrazione e asilo o soluzioni “ponte” sulla redistribuzione dei migranti durante l'estate come quella chiesta dall'Italia. Nella bozza di conclusioni non viene fatta menzione né del Patto, né dell'accordo di Malta con cui nel settembre del 2019 un gruppo di paesi volenterosi aveva deciso di instaurare un meccanismo automatico di ridistribuzione dei richiedenti asilo. Niente viene detto (o scritto) sulle relocation automatiche o volontarie. In realtà, non c'è una sola riga su come risolvere i problemi legati alla dimensione interna della gestione delle migrazioni trovando un nuovo equilibrio tra solidarietà e responsabilità. Il tema della “solidarietà” interna è considerato politicamente “tossico”. Alcuni paesi favorevoli, come Germania e Francia, insistono che in cambio l'Italia deve accettare la “responsabilità” bloccando i movimenti secondari. Insomma, meglio non aprire la discussione a livello di capi di stato e di governo per evitare un conflitto al Vertice.

Terzo, tutta l'attenzione viene riposta sulla “dimensione esterna” della gestione delle migrazioni. In altre parole, sugli accordi con i paesi extra-Ue per impedire le partenze di migranti verso l'Europa. Almeno su quello c'è consenso tra i 27. "Al fine di prevenire la perdita di vite nel Mediterraneo e ridurre la pressione sulle frontiere europee, sarà intensificata la cooperazione mutualmente benefica con paesi di origine e di transito, adottando un approccio pragmatico, flessibile e costruito su misura", si legge nella bozza. I leader dell'Ue sono pronti a "fare uso coordinato di tutti gli strumenti disponibili dell'Ue e degli stati membri". Molte di queste frasi sono già state usate in passato. La traduzione che ne facciamo è questa: è necessario consolidare gli accordi con Turchia (per la Grecia) e Marocco (per la Spagna), e farne di nuovi con la Libia e la Tunisia (per l'Italia e Malta). Inoltre, occorre fare accordi di rimpatrio e riammissione con i paesi di origine.

Concretamente cosa succederà? Sulla base della bozza, il Consiglio europeo inviterà "la Commissione e l'Alto rappresentante, in cooperazione con gli stati membri, a proporre azioni concrete per paesi prioritari indicando obiettivi, misure di sostegno e scadenze". L'Italia potrà dire di aver portato a casa il sostegno dell'Ue per aiutare i libici a fermare le partenze. A disposizione c'è un pacchetto finanziario consistente. Il Consiglio europeo inviterà la Commissione "a fare il miglior uso possibile del 10 per cento delle risorse finanziarie del NDICI (il Neighbourhood, Development and International Cooperation Instrument, ndr)". Lo stanziamento complessivo del bilancio Ue per il NDICI per il periodo 2021-27 è fissato a 79,5 miliardi di euro. Ovviamente il 10 per cento andrà ripartito tra tutti i paesi con cui si concludono accordi, che siano per bloccare le partenze o per accettare la riammissione di migranti. Ma, a parte alcuni casi isolati (Turchia, Marocco e Ruanda), i diversi tentativi di cooperazione con i paesi extra-Ue compiuti nell'ultimo decennio non hanno funzionato. Peggio. Come dimostra l'invio di migranti al confine con la Grecia nel marzo del 2020 e quello nell'enclave spagnola di Ceuta alcune settimane fa, con l'esternalizzazione l'Ue si è esposta ai ricatti di Turchia e Marocco.

 


Buongiorno! Sono David Carretta e questa è Europa Ore 7 di venerdì 11 giugno, realizzato con Paola Peduzzi e Micol Flammini, grazie a una partnership con il Parlamento europeo.


 

Dal 16 giugno due piani nazionali di Recovery approvati al giorno - Il primo blocco di piani nazionali di ripresa e resilienza legati al Recovery fund sarà adottato a tappe dalla Commissione a partire dal 16 di giugno, con due via libera al giorno. Ursula von der Leyen martedì ha annunciato al Parlamento che i primi piani nazionali di ripresa e resilienza dovrebbero essere adottati la prossima settimana. Negli ultimi giorni la Commissione ha affinato il calendario. In tutto verranno approvati 10-12 piani, non tutti lo stesso giorno, ma spalmati nel corso di una settimana. La data fissata per la partenza è mercoledì 16 di giugno. La Commissione dovrebbe poi annunciare il via libera di due piani nazionali al giorno per tutta la settimana successiva. Risultato: come avevamo anticipato mercoledì, l'Italia dovrebbe far parte del gruppo dei primi, anche se molto probabilmente non sarà il primo paese a ricevere luce verde della Commissione. Successivamente, il Consiglio avrà un mese di tempo per convalidare o respingere il giudizio della Commissione dei piani nazionali.

Il Parlamento non vuole concessioni politiche sui piani nazionali di Recovery - Il Parlamento europeo ieri ha chiesto alla Commissione di approvare solo i piani nazionali di ripresa e resilienza che soddisfano pienamente gli obiettivi (target) e i traguardi (milestone) che sono previsti nel regolamento sul Recovery fund, senza piegarsi ad alcuna pressione politica. In una risoluzione adottata con 514 voti a favore, 163 contrari e 9 astensioni, i deputati hanno definito il Recovery fund come "uno strumento storico dell'Ue" che non deve solo mitigare gli affetti negativi della pandemia di Covid-19, ma avere anche un impatto duraturo sulla prosperità e contribuire a una crescita equa. Il Parlamento chiede alla Commissione di rigettare progetti privi di reale valore aggiunto, in particolare per le regioni in ritardo di sviluppo, e di insistere che le riforme e gli investimenti siano legati a obiettivi e costi rilevanti, chiari, dettagliati e adeguatamente monitorati. Secondo i deputati, queste misure dovrebbero anche aiutare a prevenire e rilevare la corruzione, la frode e i conflitti di interesse nell'uso dei fondi del Recovery fund.

Lagarde promette che la Bce manterrà la mano ferma - "Mano ferma". Christine Lagarde ha usato questa espressione per qualificare la politica della Banca centrale europea in questa fase che si apre di forte ripresa dalla crisi provocata dal Covid-19, in cui alcuni temono il pericolo del ritorno dell'inflazione. Mano ferma come quella di un chirurgo che non deve lasciarsi intimorire. Così la Bce ha tenuto la sua mano ferma: nessuna marcia indietro sul programma di acquisti pandemico Pepp, nessun rialzo dei tassi di interesse. "Qualsiasi discussione sull'uscita dal Pepp è prematura", ha detto Lagarde: durante la riunione del Consiglio dei governatori "non è stata discussa" né un'uscita, né una transizione. Lagarde ha spiegato che la situazione economica da spazio a "ottimismo moderato".

La guerra delle salsicce post Brexit dirotta il G7 - Ursula von der Leyen e Charles Michel domani mattina incontreranno Boris Johnson per cercare di evitare la guerra delle salsicce sul Protocollo sull'Irlanda del nord dell'accordo Brexit. Le salsicce hanno dirottato l'attenzione dal vertice del G7 che si apre oggi in Cornovaglia. Sul Foglio Paola Peduzzi spiega che Joe Biden potrebbe essere decisivo per convincere il premier britannico a tornare a più miti consigli sul dossier Brexit. Il fatto è che la guerra sulle salsicce era prevedibile e prevista: sin dall'inizio il governo britannico sapeva che l'accordo Brexit avrebbe impedito di importare carne fresca dalla Gran Bretagna all'Irlanda del nord. Dietro a questo conflitto apparentemente futile c'è tutta la razionalità dell'accordo Brexit: preservare al contempo la pace sull'isola d'Irlanda e il mercato unico dell'Ue. Von der Leyen ha promesso “flessibilità”, ma solo se Johnson metterà in pratica il Protocollo. “Abbiamo concordato con il Regno Unito che il Protocollo era l'unica soluzione per evitare una frontiera fisica in Irlanda del nord. Abbiamo un trattato, l'accordo di ritiro, che è stato firmato da entrambe le parti. Pacta sunt servanda”, ha detto la presidente della Commissione.

L'Ue insiste con Biden affinché gli Usa esportino vaccini - Nonostante l'annuncio dell'Amministrazione Biden di un ordine di 500 milioni di dosi da Pfizer-BioNTech per donarle al resto del mondo, al G7 l'Ue intende insistere con il presidente americano affinché prenda impegni concreti per togliere tutte le restrizioni alle esportazioni di vaccini e ingredienti per la produzione. "Oggi in Europa, più del 50 per cento della popolazione adulta ha ricevuto almeno una dose. E, ancora meglio, oggi 100 milioni di europei sono completamente vaccinati. Lo abbiamo realizzato senza mai smettere di esportare", ha detto ieri von der Leyen durante una conferenza stampa, chiedendo che anche altri "partecipino e pratichino l'apertura". Von der Leyen ha comunque definito "molto incoraggianti" gli annunci degli Usa.

I dati sull'export di vaccini dall'Ue - Su 700 milioni di dosi prodotte nell'Ue finora, circa 350 milioni sono state esportate verso altri paesi, ha spiegato von der Leyen. Noi abbiamo i dettagli. Circa 34 milioni sono state esportate dal 1 dicembre al 30 gennaio, prima dell'introduzione del meccanismo di controllo delle esportazioni. Dal 31 gennaio sono state esportate altri 274 milioni di dosi. A queste si aggiungono le dosi destinate a Covax che non ricadono sotto il meccanismo di controllo delle esportazioni. Dopo che l'India ha bloccato le esportazioni, circa il 40 per cento delle forniture di Covax sono state prodotte nell'Ue. Fanno altri 40 milioni di dosi esportate dall'Ue.

Le idee dell'Ue sulle donazioni di vaccini - Alle esportazioni si aggiungono le donazioni che dovrebbero essere effettuate nei prossimi mesi dall'Ue e dai suoi stati membri. Al Global Health Summit di Roma e all'ultimo Vertice europeo, i leader dell'Ue si sono impegnati a donare “almeno 100 milioni di dosi” entro la fine dell'anno. Alcuni paesi hanno già quantificato gli impegni (30 milioni dalla Germania, 15 milioni dall'Italia, eccetera). Alcuni paesi nordici hanno annunciato la donazione o il trasferimento a Covax delle dosi di AstraZeneca inutilizzate o inutilizzabili per i limiti di età. La Commissione potrebbe fare presto un altro annuncio: secondo Reuters, l'Ue sta pensando di usare l'opzione di acquisto con Johnson&Johnson per procedere a un'altra donazione di 100 milioni di dosi. Emmanuel Macron ha un'altra idea: “La donazione di dosi fatta dagli stati deve essere completata da una donazione di dosi delle società farmaceutiche”, ha detto ieri il presidente francese in una conferenza stampa in vista del G7. Macron ha anche quantificato la donazione. “Il 10 per cento delle dosi vendute”.

Il Parlamento (ri)minaccia di portare la Commissione alla Corte sullo stato di diritto - Il Parlamento europeo ha minacciato per la seconda volta di portare la Commissione di Ursula von der Leyen davanti alla Corte di giustizia dell'Ue per non aver dato attuazione al regolamento sulla condizionalità sullo stato di diritto, con il quale dovrebbero essere tagliati i fondi agli stati membri che non rispettano i principi fondamentali. Già in marzo il Parlamento aveva minacciato un ricorso in carenza sulla base dell'articolo 265 del trattato, dando due mesi di tempo alla Commissione per presentare le linee guida sull'attuazione del regolamento sulla condizionalità. In una seconda risoluzione adottata ieri con 506 voti a favore, 105 contro e 28 astensioni, i deputati hanno constatato che la Commissione non ha rispettato la scadenza del primo giugno. Questo "costituisce una base sufficiente per intraprendere un'azione legale contro la Commissione ai sensi dell'articolo 265", dice la risoluzione. Il Parlamento ha incaricato il presidente David Sassoli di invitare la Commissione ad “adempiere agli obblighi” sul Regolamento sulla condizionalità dello Stato di diritto al più tardi entro due settimane. Nel frattempo, saranno avviati "immediatamente i necessari preparativi per un potenziale procedimento giudiziario" contro la Commissione.

Gli eurodeputati italiani alla Conferenza sul futuro dell'Europa - La conferenza dei presidenti del Parlamento europeo ieri ha designato i 108 deputati che parteciperanno alla Conferenza sul futuro dell'Europa. Gli italiani sono nove. Mara Bizzotto, Susanna Ceccardi, e Alessandro Panza (del gruppo Identità e democrazia), Brando Benifei e Patrizia Toia (Socialisti&Democratici), Herbert Dorfmann (Partito popolare europeo), Eleonora Evi (Verdi), Carlo Fidanza (Conservatori e riformatori europei) e Fabio Massimo Castaldo (non iscritti). Tra i 108, ma in quota francese perché eletto in Francia, c'è anche Sandro Gozi (Renew Europe).

L'Avvocato generale bacchetta la Commissione sul Dieselgate - L'Avvocato generale della Corte di giustizia dell'Ue, Michal Bobek, ritiene che la Commissione dopo il Dieselgate abbia modificato in modo illegittimo i limiti delle emissioni a cui sono sottoposti i costruttori per omologare veicoli passeggeri e commerciali leggeri. La Commissione aveva fissato i limiti a partire da quelli definiti per la norma Euro 6, ma applicando coefficienti di correzione per tenere conto di incertezze statistiche e tecniche. In questo modo i limiti alla norma Euro 6 sono passati da 80mg/km a 168 mg/km per un periodo transitorio e poi a 120 mg/km. Le città di Parigi, Bruxelles e Madrid avevano contestato i limiti decisi dalla Commissione davanti al Tribunale dell'Ue che aveva già annullato la decisione. Commissione, Germania e Ungheria hanno fatto appello. Secondo l'Avvocato generale, i limiti delle emissioni di ossidi di azoto previsti dal regolamento sull’omologazione costituiscano un elemento essenziale della normativa. Pertanto, soltanto gli autori del regolamento sull’omologazione, cioè il Parlamento e il Consiglio, erano legittimati a modificare i limiti delle emissioni. La Commissione, invece, era priva di una competenza al riguardo.

 


Accade oggi in Europa

- Vertice del G7: i presidenti del Consiglio europeo e della Commissione, Michel e von der Leyen, partecipano al summit del G7 sotto presidenza del Regno Unito

- Consiglio Energia

- Commissione: visita del vicepresidente Schinas a Roma; incontri con i ministri Garavaglia, Franceschini, Di Maio e Lamorgese

- Commissione: il commissario Várhelyi incontra il segretario di stato della Santa sede, Pietro Parolin, in Vaticano

- Nato: conferenza stampa del segretario generale, Jens Stoltenberg, in vista del summit della Nato

- Alde: congresso dell'Alleanza dei liberali e democratici per l'Europa

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